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Messaggio del Parroco  Messaggio del Parroco Riduci

A tutti i genitori e studenti, un INVITO PRESSANTE ad avvalersi ed iscriversi all’insegnamento dell’ora di religione cattolica settimanale, nella scuola pubblica, in ogni ordine e grado, perché in questi giorni, si aprono le nuove iscrizioni scolastiche. L’insegnamento della religione cattolica, consente a tutti a prescindere dal proprio credo religioso, di comprendere la cultura, in cui noi oggi in Italia viviamo e respiriamo. Una cultura profondamente intrisa di valori e di testimonianze cristiane: dai monumenti alle cattedrali ed alle varie e molteplici opere d’arte. Come si può apprezzare tutto questo, se si è ignoranti (= ignora, non conosce!) della realtà religiosa cristiana/cattolica? Papa Francesco, parlando ad un gruppo di studenti il 7 giugno 2013, ha detto: “la scuola è uno degli ambienti educativi, in cui si cresce e s’impara a vivere. Occasione per diventare uomini e donne maturi e capaci di camminare sulle strade della vita. “In questa formazione, perché sia completa, è fondamentale la conoscenza della religione, che non è catechismo. Come potrà uno studente e una persona, capire certi fenomeni storici, letterari, artistici, se è ignorante sulla realtà religiosa e cristiana!? Un grazie a tutti gli insegnanti, religiosi e laici, che con passione educativa, testimoniano nella scuola il valore della cultura religiosa cristiana, e nella speranza che il loro impegno sia apprezzato dagli studenti e dalle loro famiglie, iscrivendosi all’ora di religione cattolica.

 

 


  
Dalla Santa Sede  Dalla Santa Sede Riduci
News.vahttp://www.news.va/2014-04-16T09:52:17+00:00Udienza generale, la via della spogliazione di Cristo al centro della catechesi del Papa2014-04-16T09:52:17+00:00http://www.news.va/it/news/udienza-generale-la-via-della-spogliazione-di-cr-2 La via della spogliazione di Cristo è stato il tema al centro della catechesi di Papa Francesco durante l’udienza generale svoltasi in Piazza San Pietro in questo Mercoledì della Settimana Santa. La liturgia odierna – ha detto il Papa – ci presenta “il racconto del tradimento di Giuda, che si reca dai capi del Sinedrio per mercanteggiare e consegnare ad essi il suo Maestro. ‘Quanto mi date se io ve lo consegno’. Gesù da quel momento ha un prezzo. Questo atto drammatico segna l’inizio della Passione di Cristo, un percorso doloroso che Egli sceglie con assoluta libertà. E lo dice chiaramente Lui stesso: «Io do la mia vita… Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,17-18). E così incomincia quella via dell’umiliazione, della spogliazione, con questo tradimento. Gesù, come se fosse nel mercato: 'Questo costa 30 denari…'. E Gesù percorre questa via dell’umiliazione e della spogliazione fino in fondo”. “Gesù – ha proseguito il Papa - raggiunge la completa umiliazione con la «morte di croce». Si tratta della morte peggiore, quella che era riservata agli schiavi e ai delinquenti. Gesù era considerato un profeta, ma muore come un delinquente. Guardando Gesù nella sua passione, noi vediamo come in uno specchio anche le sofferenze di tutta l’umanità e troviamo la risposta divina al mistero del male, del dolore, della morte. Tante volte avvertiamo orrore per il male e il dolore che ci circonda e ci chiediamo: «Perché Dio lo permette?». È una profonda ferita per noi vedere la sofferenza e la morte, specialmente quella degli innocenti!”. A braccio ha aggiunto: "Quando vediamo soffrire i bambini, è una ferita nel cuore. E’ il mistero del male. E Gesù prende tutto questo male, tutta questa sofferenza su di sé. Questa settimana, ci farà bene a tutti noi guardare il Crocifisso, baciare le piaghe di Gesù, baciarle nel Crocifisso. Lui ha preso su di sé tutta la sofferenza umana". “Noi attendiamo che Dio nella sua onnipotenza – ha proseguito - sconfigga l’ingiustizia, il male, il peccato e la sofferenza con una vittoria divina trionfante. Dio ci mostra invece una vittoria umile che umanamente sembra un fallimento. E possiamo dire: Dio vince proprio nel fallimento. Il Figlio di Dio, infatti, appare sulla croce come uomo sconfitto: patisce, è tradito, è vilipeso e infine muore. Gesù permette che il male si accanisca su di Lui e lo prende su di sé per vincerlo. La sua passione non è un incidente; la sua morte – quella morte – era ‘scritta’”. "Davvero, non abbiamo tante spiegazioni - ha osservato - è un mistero sconcertante, il mistero della grande umiltà di Dio: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). Questa settimana pensiamo tanto al dolore di Gesù e diciamo a noi stessi: ‘E questo è per me. Anche se io fossi stata l’unica persona nel mondo, Lui l’avrebbe fatto. L’ha fatto per me’. E baciamo il Crocifisso e diciamo: ‘Per me. Grazie Gesù. Per me’. E Quando tutto sembra perduto, quando non resta più nessuno perché percuoteranno «il pastore e saranno disperse le pecore del gregge» (Mt 26,31), è allora che interviene Dio con la potenza della risurrezione”. “La risurrezione di Gesù – ha aggiunto ancora Papa Francesco - non è il finale lieto di una bella favola, non è l’happy end di un film ma è l’intervento di Dio Padre là dove s’infrange la speranza umana. Nel momento in cui tutto sembra perduto, nel momento del dolore e in cui tante persone sentono come il bisogno di scendere dalla croce, è il momento più vicino alla risurrezione. La notte diventa più oscura proprio prima che incomincia la mattina, prima che incomincia la luce. Nel momento più oscuro interviene Dio. Resuscita”. Il Papa ha continuato: “Gesù, che ha scelto di passare per questa via, ci chiama a seguirlo nel suo stesso cammino di umiliazione. Quando in certi momenti della vita non troviamo alcuna via di uscita alle nostre difficoltà, quando sprofondiamo nel buio più fitto, è il momento della nostra umiliazione e spogliazione totale, l’ora in cui sperimentiamo che siamo fragili e peccatori. È proprio allora, in quel momento, che non dobbiamo mascherare il nostro fallimento, ma aprirci fiduciosi alla speranza in Dio, come ha fatto Gesù”. Quindi ha così concluso la sua catechesi in italiano: “Cari fratelli e sorelle, questa settimana ci farà bene prendere il crocifisso in mano e baciarlo tante volte e dire: ‘Grazie Gesù, grazie Signore’. Così sia”. Salutando i pellegrini di lingua portoghese, ha invitato a prendere “come amica e modello di vita la Vergine Maria, che è rimasta presso la croce di Gesù, amando, anche Lei, fino alla fine. E chi ama passa dalla morte alla vita. È l’amore che fa la Pasqua”. Ha quindi rivolto “un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente”. “Viviamo la Settimana Santa – è stata la sua esortazione - seguendo Gesù imparando ad uscire da noi stessi per andare incontro agli altri, verso i nostri fratelli e le nostre sorelle, soprattutto quelli più lontani, che sono dimenticati, che hanno più bisogno di comprensione, consolazione e aiuto”. Salutando i fedeli polacchi, ha ricordato che “domani entriamo nel Triduo Pasquale che ci introduce nel mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo. Esso fa memoria di Gesù crocifisso. In Lui Dio ama e perdona tutti e ci stringe a sé. La gioia della mattina di Pasqua vi coinvolga, faccia risplendere la vita di ciascuno di voi di speranza, fiducia e pace”. Infine il saluto ai pellegrini di lingua italiana: “Sono lieto di accogliere i partecipanti al Congresso UNIV per studenti universitari sull’ecologia della Persona e del suo ambiente, promosso dalla Prelatura dell’Opus Dei. Saluto i gruppi parrocchiali e le numerose Associazioni, in particolare la Comunità Romena in Italia. La visita alla Città Eterna in occasione della Santa Pasqua vi faccia riscoprire il senso cristiano della festa come momento di incontro con Dio e di gioia comunitaria con i fratelli. Un pensiero speciale rivolgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Domani inizia il Triduo Pasquale, cuore dell’anno liturgico. Cari giovani, riflettete sul prezzo di sangue pagato dal Signore per la nostra salvezza. Cari malati, il Venerdì Santo vi insegni la pazienza nei momenti di croce. E voi, cari sposi novelli, riempite della gioia della Risurrezione le vostre mura domestiche. Grazie”. ...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media01.radiovaticana.va/imm/1_0_791241.JPG" title=""/> La via della spogliazione di Cristo è stato il tema al centro della catechesi di Papa Francesco durante l’udienza generale svoltasi in Piazza San Pietro in questo Mercoledì della Settimana Santa. La liturgia odierna – ha detto il Papa – ci presenta “il racconto del tradimento di Giuda, che si reca dai capi del Sinedrio per mercanteggiare e consegnare ad essi il suo Maestro. ‘Quanto mi date se io ve lo consegno’. Gesù da quel momento ha un prezzo. Questo atto drammatico segna l’inizio della Passione di Cristo, un percorso doloroso che Egli sceglie con assoluta libertà. E lo dice chiaramente Lui stesso: «Io do la mia vita… Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,17-18). E così incomincia quella via dell’umiliazione, della spogliazione, con questo tradimento. Gesù, come se fosse nel mercato: 'Questo costa 30 denari…'. E Gesù percorre questa via dell’umiliazione e della spogliazione fino in fondo”. <br/><br/>“Gesù – ha proseguito il Papa - raggiunge la completa umiliazione con la «morte di croce». Si tratta della morte peggiore, quella che era riservata agli schiavi e ai delinquenti. Gesù era considerato un profeta, ma muore come un delinquente. Guardando Gesù nella sua passione, noi vediamo come in uno specchio anche le sofferenze di tutta l’umanità e troviamo la risposta divina al mistero del male, del dolore, della morte. Tante volte avvertiamo orrore per il male e il dolore che ci circonda e ci chiediamo: «Perché Dio lo permette?». È una profonda ferita per noi vedere la sofferenza e la morte, specialmente quella degli innocenti!”. <br/><br/>A braccio ha aggiunto: "Quando vediamo soffrire i bambini, è una ferita nel cuore. E’ il mistero del male. E Gesù prende tutto questo male, tutta questa sofferenza su di sé. Questa settimana, ci farà bene a tutti noi guardare il Crocifisso, baciare le piaghe di Gesù, baciarle nel Crocifisso. Lui ha preso su di sé tutta la sofferenza umana".<br/><br/>“Noi attendiamo che Dio nella sua onnipotenza – ha proseguito - sconfigga l’ingiustizia, il male, il peccato e la sofferenza con una vittoria divina trionfante. Dio ci mostra invece una vittoria umile che umanamente sembra un fallimento. E possiamo dire: Dio vince proprio nel fallimento. Il Figlio di Dio, infatti, appare sulla croce come uomo sconfitto: patisce, è tradito, è vilipeso e infine muore. Gesù permette che il male si accanisca su di Lui e lo prende su di sé per vincerlo. La sua passione non è un incidente; la sua morte – quella morte – era ‘scritta’”. <br/><br/>"Davvero, non abbiamo tante spiegazioni - ha osservato - è un mistero sconcertante, il mistero della grande umiltà di Dio: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). Questa settimana pensiamo tanto al dolore di Gesù e diciamo a noi stessi: ‘E questo è per me. Anche se io fossi stata l’unica persona nel mondo, Lui l’avrebbe fatto. L’ha fatto per me’. E baciamo il Crocifisso e diciamo: ‘Per me. Grazie Gesù. Per me’. E Quando tutto sembra perduto, quando non resta più nessuno perché percuoteranno «il pastore e saranno disperse le pecore del gregge» (Mt 26,31), è allora che interviene Dio con la potenza della risurrezione”.<br/><br/>“La risurrezione di Gesù – ha aggiunto ancora Papa Francesco - non è il finale lieto di una bella favola, non è l’happy end di un film ma è l’intervento di Dio Padre là dove s’infrange la speranza umana. Nel momento in cui tutto sembra perduto, nel momento del dolore e in cui tante persone sentono come il bisogno di scendere dalla croce, è il momento più vicino alla risurrezione. La notte diventa più oscura proprio prima che incomincia la mattina, prima che incomincia la luce. Nel momento più oscuro interviene Dio. Resuscita”.<br/><br/>Il Papa ha continuato: “Gesù, che ha scelto di passare per questa via, ci chiama a seguirlo nel suo stesso cammino di umiliazione. Quando in certi momenti della vita non troviamo alcuna via di uscita alle nostre difficoltà, quando sprofondiamo nel buio più fitto, è il momento della nostra umiliazione e spogliazione totale, l’ora in cui sperimentiamo che siamo fragili e peccatori. È proprio allora, in quel momento, che non dobbiamo mascherare il nostro fallimento, ma aprirci fiduciosi alla speranza in Dio, come ha fatto Gesù”. <br/><br/>Quindi ha così concluso la sua catechesi in italiano: “Cari fratelli e sorelle, questa settimana ci farà bene prendere il crocifisso in mano e baciarlo tante volte e dire: ‘Grazie Gesù, grazie Signore’. Così sia”.<br/><br/><br/>Salutando i pellegrini di lingua portoghese, ha invitato a prendere “come amica e modello di vita la Vergine Maria, che è rimasta presso la croce di Gesù, amando, anche Lei, fino alla fine. E chi ama passa dalla morte alla vita. È l’amore che fa la Pasqua”.<br/><br/>Ha quindi rivolto “un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente”. “Viviamo la Settimana Santa – è stata la sua esortazione - seguendo Gesù imparando ad uscire da noi stessi per andare incontro agli altri, verso i nostri fratelli e le nostre sorelle, soprattutto quelli più lontani, che sono dimenticati, che hanno più bisogno di comprensione, consolazione e aiuto”. <br/><br/>Salutando i fedeli polacchi, ha ricordato che “domani entriamo nel Triduo Pasquale che ci introduce nel mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo. Esso fa memoria di Gesù crocifisso. In Lui Dio ama e perdona tutti e ci stringe a sé. La gioia della mattina di Pasqua vi coinvolga, faccia risplendere la vita di ciascuno di voi di speranza, fiducia e pace”. <br/><br/>Infine il saluto ai pellegrini di lingua italiana: “Sono lieto di accogliere i partecipanti al Congresso UNIV per studenti universitari sull’ecologia della Persona e del suo ambiente, promosso dalla Prelatura dell’Opus Dei. Saluto i gruppi parrocchiali e le numerose Associazioni, in particolare la Comunità Romena in Italia. La visita alla Città Eterna in occasione della Santa Pasqua vi faccia riscoprire il senso cristiano della festa come momento di incontro con Dio e di gioia comunitaria con i fratelli. Un pensiero speciale rivolgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Domani inizia il Triduo Pasquale, cuore dell’anno liturgico. Cari giovani, riflettete sul prezzo di sangue pagato dal Signore per la nostra salvezza. Cari malati, il Venerdì Santo vi insegni la pazienza nei momenti di croce. E voi, cari sposi novelli, riempite della gioia della Risurrezione le vostre mura domestiche. Grazie”.<br/> <br/><br/>Presto Santi il padre francescano Ludovico da Casoria e Amato Ronconi del Terz'Ordine di San Francesco2014-04-16T09:39:56+00:00http://www.news.va/it/news/presto-santi-il-padre-francescano-ludovico-da-caso Papa Francesco ha ricevuto ieri il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, autorizzando il dicastero a promulgare i Decreti riguardanti due prossimi nuovi Santi e due nuovi Venerabili Servi di Dio. Saranno presto canonizzati due italiani: il Beato Ludovico da Casoria (al secolo: Arcangelo Palmentieri), sacerdote professo dell'Ordine dei Frati Minori e Fondatore della Congregazione delle Suore Francescane Elisabettine dette Bigie, nato a Casoria (Italia) l'11 marzo 1814 e morto a Napoli il 30 marzo 1885; e il Beato Amato Ronconi, del Terz'Ordine di San Francesco, Fondatore dell'Ospizio dei Poveri Pellegrini della città di Saludecio ora Casa di Riposo/Opera Pia Beato Amato Ronconi, nato a Saludecio (Italia) nel 1226 circa e morto a Rimini nel 1292 circa. Con il riconoscimento delle virtù eroiche, sono stati proclamati Venerabili Servi di Dio Alano Maria Guynot de Boismenu, della Congregazione dei Missionari del Sacratissimo Cuore di Gesù, arcivescovo titolare di Claudiopoli, già vicario apostolico di Papua, nato a Saint-Malo (Francia) il 27 dicembre 1870 e morto a Kubuna (Repubblica delle Isole Figi, Oceania) il 5 novembre 1953; e Guglielmo Janauschek, sacerdote professo della Congregazione del Santissimo Redentore, nato a Vienna il 19 ottobre 1859 e morto nella stessa città il 30 giugno 1926. ...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media01.radiovaticana.va/imm/1_0_791236.JPG" title=""/> Papa Francesco ha ricevuto ieri il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, autorizzando il dicastero a promulgare i Decreti riguardanti due prossimi nuovi Santi e due nuovi Venerabili Servi di Dio. Saranno presto canonizzati due italiani: il Beato Ludovico da Casoria (al secolo: Arcangelo Palmentieri), sacerdote professo dell'Ordine dei Frati Minori e Fondatore della Congregazione delle Suore Francescane Elisabettine dette Bigie, nato a Casoria (Italia) l'11 marzo 1814 e morto a Napoli il 30 marzo 1885; e il Beato Amato Ronconi, del Terz'Ordine di San Francesco, Fondatore dell'Ospizio dei Poveri Pellegrini della città di Saludecio ora Casa di Riposo/Opera Pia Beato Amato Ronconi, nato a Saludecio (Italia) nel 1226 circa e morto a Rimini nel 1292 circa. <br/><br/>Con il riconoscimento delle virtù eroiche, sono stati proclamati Venerabili Servi di Dio Alano Maria Guynot de Boismenu, della Congregazione dei Missionari del Sacratissimo Cuore di Gesù, arcivescovo titolare di Claudiopoli, già vicario apostolico di Papua, nato a Saint-Malo (Francia) il 27 dicembre 1870 e morto a Kubuna (Repubblica delle Isole Figi, Oceania) il 5 novembre 1953; e Guglielmo Janauschek, sacerdote professo della Congregazione del Santissimo Redentore, nato a Vienna il 19 ottobre 1859 e morto nella stessa città il 30 giugno 1926. <br/><br/>Il cardinale Parolin: troppe le persecuzioni contro i Cristiani nel mondo2014-04-15T18:52:59+00:00http://www.news.va/it/news/il-cardinale-parolin-troppe-le-persecuzioni-contro Ancora oggi “in diversi contesti tanti nostri fratelli e sorelle permangono oggetto di un odio anticristiano”. Il segretario di Stato il cardinale Pietro Parolin ha ricordato i nuovi martiri nella Messa organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio nel pomeriggio a Roma. Alessandro De Carolis : 00:01:11:52 Sono persone come noi, stesse paure e debolezze, eppure sembrano “eroi lontani dai nostri limiti e dalle nostre contraddizioni”. Sono i cristiani che vivono in Paesi dove dichiararsi cristiano lo si fa a rischio della vita. Il cardinale Pietro Parolin cita una ormai famosa omelia di Papa Francesco a Santa Marta un anno fa, quando disse che anche nel “nel XXI secolo, la nostra Chiesa è una Chiesa di martiri”. “In diversi contesti – ripete il segretario di Stato – tanti nostri fratelli e sorelle permangono oggetto di un odio anticristiano. Non vengono perseguitati perché a essi viene conteso un potere mondano, politico, economico o militare, ma propriamente perché – dice – sono testimoni tenaci di un’altra visione della vita, fatta di abbassamento, di servizio, di libertà, a partire dalla fede”. La geografia delle persecuzioni, elenca, è vasta: Nigeria, Pakistan, Indonesia, Iraq, Kenya, Tanzania, Repubblica Centroafricana. E non sono solo i cattolici, ma anche ortodossi, evangelici e anglicani a sopportare l’onere della coerenza per amore di Gesù. “I testimoni della fede – disse una volta Giovanni Paolo II – non hanno considerato” il “proprio benessere, propria sopravvivenza come valori più grandi della fedeltà al Vangelo”. Ringraziamoli – conclude mons. Parolin – per il fatto di restare “nonostante le minacce e le intimidazioni” per far “conoscere ovunque il nome del Signore Gesù, vera origine della globalizzazione dell’amore”....<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media01.radiovaticana.va/imm/1_0_791175.JPG" title=""/> Ancora oggi “in diversi contesti tanti nostri fratelli e sorelle permangono oggetto di un odio anticristiano”. Il segretario di Stato il cardinale Pietro Parolin ha ricordato i nuovi martiri nella Messa organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio nel pomeriggio a Roma. <b>Alessandro De Carolis</b>:<u>00:01:11:52</u><br/><br/>Sono persone come noi, stesse paure e debolezze, eppure sembrano “eroi lontani dai nostri limiti e dalle nostre contraddizioni”. Sono i cristiani che vivono in Paesi dove dichiararsi cristiano lo si fa a rischio della vita. Il cardinale Pietro Parolin cita una ormai famosa omelia di Papa Francesco a Santa Marta un anno fa, quando disse che anche nel “nel XXI secolo, la nostra Chiesa è una Chiesa di martiri”. “In diversi contesti – ripete il segretario di Stato – tanti nostri fratelli e sorelle permangono oggetto di un odio anticristiano. Non vengono perseguitati perché a essi viene conteso un potere mondano, politico, economico o militare, ma propriamente perché – dice – sono testimoni tenaci di un’altra visione della vita, fatta di abbassamento, di servizio, di libertà, a partire dalla fede”. La geografia delle persecuzioni, elenca, è vasta: Nigeria, Pakistan, Indonesia, Iraq, Kenya, Tanzania, Repubblica Centroafricana. E non sono solo i cattolici, ma anche ortodossi, evangelici e anglicani a sopportare l’onere della coerenza per amore di Gesù. “I testimoni della fede – disse una volta Giovanni Paolo II – non hanno considerato” il “proprio benessere, propria sopravvivenza come valori più grandi della fedeltà al Vangelo”. Ringraziamoli – conclude mons. Parolin – per il fatto di restare “nonostante le minacce e le intimidazioni” per far “conoscere ovunque il nome del Signore Gesù, vera origine della globalizzazione dell’amore”.<br/>Il Papa: il seminario non è un rifugio, guai ai pastori che pascolano se stessi e non il gregge2014-04-14T12:11:16+00:00http://www.news.va/it/news/il-papa-il-seminario-non-e-un-rifugio-guai-ai-past Non state diventando “funzionari di un’azienda”, ma “pastori ad immagine di Gesù”. E’ l’esortazione che Papa Francesco ha rivolto ai seminaristi del Pontificio Collegio Leoniano di Anagni, fondato nel 1897 da Leone XIII e che forma i futuri sacerdoti della regione Lazio. Dal Papa, in un intervento più volte a braccio, anche un severo richiamo a quei pastori che “pascolano se stessi e non il gregge”. I seminaristi hanno partecipato all’udienza dopo un pellegrinaggio a piedi, definito dal Papa un “simbolo molto bello del cammino” da percorrere nell’amore di Cristo. Il servizio di Alessandro Gisotti : Trasformare i “progetti vocazionali in feconda realtà apostolica”. Papa Francesco ha sintetizzato così il compito del Leoniano , come di tutti i seminari ed ha messo l’accento sull’“atmosfera evangelica”, che “consente a quanti vi si immergono di assimilare giorno per giorno i sentimenti di Gesù Cristo, il suo amore per il Padre e per la Chiesa, la sua dedizione senza riserve al Popolo di Dio”. Ed ha indicato nella "preghiera, studio, fraternità e vita apostolica" i "quattro pilastri della formazione": “Voi, cari seminaristi, non vi state preparando a fare un mestiere, a diventare funzionari di un’azienda o di un organismo burocratico. Abbiamo tanti, tanti preti a metà cammino ... Un dolore, che non sono riusciti ad arrivare al cammino completo; hanno qualcosa dei funzionari, qualche dimensione burocratica e questo non fa bene alla Chiesa. Mi raccomando, state attenti a non cadere in questo! Voi state diventando pastori ad immagine di Gesù Buon Pastore, per essere come Lui e in persona di Lui in mezzo al suo gregge, per pascere le sue pecore”. “Di fronte a questa vocazione – ha detto – noi possiamo rispondere come la Vergine Maria all’angelo: ‘Come è possibile questo?’”. Diventare “buoni pastori” ad immagine di Gesù, ha osservato Francesco, “è una cosa troppo grande, e noi siamo tanto piccoli”, ma in realtà “non è opera nostra”, “è opera dello Spirito Santo, con la nostra collaborazione”: “Si tratta di offrire umilmente sé stessi, come creta da plasmare, perché il vasaio, che è Dio, la lavori con l’acqua e il fuoco, con la Parola e lo Spirito. Si tratta di entrare in quello che dice san Paolo: ‘Non vivo più io, ma Cristo vive in me’ (Gal 2,20). Solo così si può essere diaconi e presbiteri nella Chiesa, solo così si può pascere il popolo di Dio e guidarlo non sulle nostre vie, ma sulla via di Gesù, anzi, sulla Via che è Gesù”. E’ vero, ha detto il Papa, “che all’inizio, non sempre c’è una totale rettitudine di intenzioni”, aggiungendo che “è difficile che ci sia”: “Tutti noi sempre abbiamo avuto queste piccole cose che non erano di rettitudine di intenzione, ma questo col tempo si risolve con la conversione di ogni giorno. Ma pensiamo agli apostoli! Pensate a Giacomo e Giovanni, che uno voleva diventare il primo ministro e l’altro il ministro dell’economia, perché era più importante. Gli apostoli ... pensavano un’altra cosa e il Signore con tanta pazienza ... ha fatto la correzione dell’intenzione e alla fine era tanta la loro rettitudine dell’intenzione che hanno dato la vita nella predicazione e nel martirio". Il Papa ha sottolineato così l’importanza di “meditare ogni giorno il Vangelo, per trasmetterlo con la vita e la predicazione”. E ancora, “sperimentare la misericordia di Dio nel sacramento della Riconciliazione, e questo non lasciarlo mai". "Confessarsi sempre!", ha esortato, e "così diventerete ministri generosi e misericordiosi perché sentirete la misericordia di Dio su di voi per diventare ministri generosi e misericordiosi”. Essere buoni pastori, ha detto, “significa cibarsi con fede e con amore dell’Eucaristia, per nutrire di essa il popolo cristiano”, “significa essere uomini di preghiera, per diventare voce di Cristo che loda il Padre e intercede continuamente per i fratelli”. Se voi “non siete disposti a seguire questa strada, con questi atteggiamenti e queste esperienze – ha ammonito il Papa – è meglio che abbiate il coraggio di cercare un’altra strada”: “Ci sono molti modi, nella Chiesa, di dare testimonianza cristiana e tante strade che portano alla santità anche. Nella sequela ministeriale di Gesù non c’è posto per la mediocrità, quella mediocrità che conduce sempre ad usare il santo popolo di Dio a proprio vantaggio. Guai ai cattivi Pastori che pascolano se stessi e non il gregge! – esclamavano i Profeti (cfr Ez 34,1-6), con quanta forza”. Agostino, ha detto il Papa, prende questa frase profetica nel suo De Pastoribus . “Guai ai cattivi pastori – ha ammonito il Papa – perché il seminario, diciamo la verità non è un rifugio per tante limitazioni che possiamo avere, un rifugio di mancanze psicologiche o un rifugio perché non ho il coraggio di andare avanti nella vita e cerco lì un posto che mi difenda”: “No, non è quello. Se il vostro seminario fosse quello, diventerebbe un’ipoteca per la Chiesa! No, il seminario è proprio per andare avanti, avanti in questa strada e quando sentiamo i profeti dire ‘guai!’ che questo ‘guai!’ vi faccia riflettere seriamente sul vostro futuro. Pio XI una volta aveva detto che era meglio perdere una vocazione che rischiare con un candidato non sicuro. Era alpinista, conosceva queste cose”. Il Papa ha concluso il suo discorso affidando i seminaristi alla Vergine Maria. “I mistici russi – ha osservato – dicevano che nel momento delle turbolenze spirituali bisogna rifugiarsi sotto il manto della Santa Madre di Dio”. Uscire dunque, ma “coperti con il manto” di Maria....<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media01.radiovaticana.va/imm/1_0_790668.JPG" title=""/> Non state diventando “funzionari di un’azienda”, ma “pastori ad immagine di Gesù”. E’ l’esortazione che Papa Francesco ha rivolto ai seminaristi del Pontificio Collegio Leoniano di Anagni, fondato nel 1897 da Leone XIII e che forma i futuri sacerdoti della regione Lazio. Dal Papa, in un intervento più volte a braccio, anche un severo richiamo a quei pastori che “pascolano se stessi e non il gregge”. I seminaristi hanno partecipato all’udienza dopo un pellegrinaggio a piedi, definito dal Papa un “simbolo molto bello del cammino” da percorrere nell’amore di Cristo. Il servizio di <b>Alessandro Gisotti</b>: <u><a class="playerlink" data-player="mediaplayer-1" href="#"><img border="0" src="http://it.radiovaticana.va/global_images/mp3_icon.gif"/></a> </u> <br/><br/>Trasformare i “progetti vocazionali in feconda realtà apostolica”. Papa Francesco ha sintetizzato così il compito del <i>Leoniano</i>, come di tutti i seminari ed ha messo l’accento sull’“atmosfera evangelica”, che “consente a quanti vi si immergono di assimilare giorno per giorno i sentimenti di Gesù Cristo, il suo amore per il Padre e per la Chiesa, la sua dedizione senza riserve al Popolo di Dio”. Ed ha indicato nella "preghiera, studio, fraternità e vita apostolica" i "quattro pilastri della formazione": <br/><br/><b>“Voi, cari seminaristi, non vi state preparando a fare un mestiere, a diventare funzionari di un’azienda o di un organismo burocratico. Abbiamo tanti, tanti preti a metà cammino ... Un dolore, che non sono riusciti ad arrivare al cammino completo; hanno qualcosa dei funzionari, qualche dimensione burocratica e questo non fa bene alla Chiesa. Mi raccomando, state attenti a non cadere in questo! Voi state diventando pastori ad immagine di Gesù Buon Pastore, per essere come Lui e in persona di Lui in mezzo al suo gregge, per pascere le sue pecore”. </b><br/><br/>“Di fronte a questa vocazione – ha detto – noi possiamo rispondere come la Vergine Maria all’angelo: ‘Come è possibile questo?’”. Diventare “buoni pastori” ad immagine di Gesù, ha osservato Francesco, “è una cosa troppo grande, e noi siamo tanto piccoli”, ma in realtà “non è opera nostra”, “è opera dello Spirito Santo, con la nostra collaborazione”: <br/><br/><b>“Si tratta di offrire umilmente sé stessi, come creta da plasmare, perché il vasaio, che è Dio, la lavori con l’acqua e il fuoco, con la Parola e lo Spirito. Si tratta di entrare in quello che dice san Paolo: ‘Non vivo più io, ma Cristo vive in me’ (Gal 2,20). Solo così si può essere diaconi e presbiteri nella Chiesa, solo così si può pascere il popolo di Dio e guidarlo non sulle nostre vie, ma sulla via di Gesù, anzi, sulla Via che è Gesù”. </b><br/><br/>E’ vero, ha detto il Papa, “che all’inizio, non sempre c’è una totale rettitudine di intenzioni”, aggiungendo che “è difficile che ci sia”:<br/><br/><b>“Tutti noi sempre abbiamo avuto queste piccole cose che non erano di rettitudine di intenzione, ma questo col tempo si risolve con la conversione di ogni giorno. Ma pensiamo agli apostoli! Pensate a Giacomo e Giovanni, che uno voleva diventare il primo ministro e l’altro il ministro dell’economia, perché era più importante. Gli apostoli ... pensavano un’altra cosa e il Signore con tanta pazienza ... ha fatto la correzione dell’intenzione e alla fine era tanta la loro rettitudine dell’intenzione che hanno dato la vita nella predicazione e nel martirio". <br/></b><br/>Il Papa ha sottolineato così l’importanza di “meditare ogni giorno il Vangelo, per trasmetterlo con la vita e la predicazione”. E ancora, “sperimentare la misericordia di Dio nel sacramento della Riconciliazione, e questo non lasciarlo mai". "Confessarsi sempre!", ha esortato, e "così diventerete ministri generosi e misericordiosi perché sentirete la misericordia di Dio su di voi per diventare ministri generosi e misericordiosi”. Essere buoni pastori, ha detto, “significa cibarsi con fede e con amore dell’Eucaristia, per nutrire di essa il popolo cristiano”, “significa essere uomini di preghiera, per diventare voce di Cristo che loda il Padre e intercede continuamente per i fratelli”. Se voi “non siete disposti a seguire questa strada, con questi atteggiamenti e queste esperienze – ha ammonito il Papa – è meglio che abbiate il coraggio di cercare un’altra strada”: <br/><br/><b>“Ci sono molti modi, nella Chiesa, di dare testimonianza cristiana e tante strade che portano alla santità anche. Nella sequela ministeriale di Gesù non c’è posto per la mediocrità, quella mediocrità che conduce sempre ad usare il santo popolo di Dio a proprio vantaggio. Guai ai cattivi Pastori che pascolano se stessi e non il gregge! – esclamavano i Profeti (cfr </b><b><i>Ez</i></b><b> 34,1-6), con quanta forza”.</b> <br/><br/>Agostino, ha detto il Papa, prende questa frase profetica nel suo <i>De Pastoribus</i>. “Guai ai cattivi pastori – ha ammonito il Papa – perché il seminario, diciamo la verità non è un rifugio per tante limitazioni che possiamo avere, un rifugio di mancanze psicologiche o un rifugio perché non ho il coraggio di andare avanti nella vita e cerco lì un posto che mi difenda”:<br/><br/><b>“No, non è quello. Se il vostro seminario fosse quello, diventerebbe un’ipoteca per la Chiesa! No, il seminario è proprio per andare avanti, avanti in questa strada e quando sentiamo i profeti dire ‘guai!’ che questo ‘guai!’ vi faccia riflettere seriamente sul vostro futuro. Pio XI una volta aveva detto che era meglio perdere una vocazione che rischiare con un candidato non sicuro. Era alpinista, conosceva queste cose”. </b><br/><br/>Il Papa ha concluso il suo discorso affidando i seminaristi alla Vergine Maria. “I mistici russi – ha osservato – dicevano che nel momento delle turbolenze spirituali bisogna rifugiarsi sotto il manto della Santa Madre di Dio”. Uscire dunque, ma “coperti con il manto” di Maria.<br/>Gerusalemme: iniziati i riti della Settimana Santa nell'attesa del viaggio di Papa Francesco a maggio2014-04-14T11:06:25+00:00http://www.news.va/it/news/gerusalemme-iniziati-i-riti-della-settimana-santa Circa 20mila fedeli hanno partecipato ieri a Gerusalemme alla processione della Domenica delle Palme. A guidare il tradizionale rito è stato il patriarca latino Fouad Twal: è stato un corteo festoso che si è snodato dal Santuario di Betfage fino alla Chiesa di Sant’Anna, presso l'ingresso della Città Vecchia. L’appuntamento di quest’anno è stato caratterizzato, in particolare, dall’attesa gioiosa del viaggio che il Papa compirà in Terra Santa nel prossimo maggio e dalla speranza del messaggio che porterà in questi luoghi spesso tormentati dai conflitti. Ascoltiamo in proposito padre Giovanni Claudio Bottini , dei Frati Minori, decano emerito dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, al microfono di Gabriele Palasciano : R. – Il Papa confermerà, secondo me, quel cammino che la Chiesa sta facendo in maniera decisa, soprattutto negli ultimi anni, richiamandosi anche alla profezia di Francesco: il cristianesimo, il cristiano, non è nemico di nessuno e la sua testimonianza è una testimonianza pacifica e che il dialogo è la strada della reciproca conoscenza, del reciproco rispetto, del reciproco aiuto. In questo cammino di dialogo cristiani e musulmani, nonché gli ebrei, possono contribuire al benessere di tutta l’umanità. D. – Quali sono le attese della comunità cattolica? R. – La comunità cattolica accoglierà, per quanto io posso dire, con entusiasmo la sua venuta. Aspetta certamente una parola di incoraggiamento - come l’hanno detta anche i Papi precedenti, soprattutto Benedetto XVI - a restare in questa Terra Santa e a portare il proprio contributo come cristiani, come cattolici, alla pace, alla giustizia in questa terra che appartiene alle tre grandi fedi come riferimento religioso, ma che appartiene come patrimonio prezioso a tutta l’umanità. D. – Quali sono le attese da parte della Custodia di Terra Santa e anche da parte dell’Ordine francescano al quale voi appartenete? R. – Io penso che il Papa ci ridirà una parola di invito pressante e cordiale anzitutto ad essere noi stessi un messaggio: come francescani a vivere pacificamente in queste terre, in mezzo a popoli che non riescono sempre a dialogare e che a volte compiono addirittura gesti di reciproca inimicizia. Essendo una comunità internazionale, la Custodia di Terra Santa è già una presenza di pace, un modo di vivere diverso e di vivere in pace, proveniente da Paesi che spesso, fra di loro, hanno conflitti o hanno interessi contrastanti. Il secondo invito io penso che il Papa ce lo darà confermandoci nell’incarico che abbiamo di accogliere i pellegrini nei luoghi santi, avendo una particolare attenzione alle pietre vive, che sono i cristiani di Terra Santa, per i quali la Custodia – insieme al Patriarcato Latino e a tante altre istituzioni cattoliche – prestano servizi educativi, servizi assistenziali, presenza di sostegno attraverso l’apostolato nelle più svariate forme....<p><img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media01.radiovaticana.va/imm/1_0_788838.JPG" title=""/> Circa 20mila fedeli hanno partecipato ieri a Gerusalemme alla processione della Domenica delle Palme. A guidare il tradizionale rito è stato il patriarca latino Fouad Twal: è stato un corteo festoso che si è snodato dal Santuario di Betfage fino alla Chiesa di Sant’Anna, presso l'ingresso della Città Vecchia. L’appuntamento di quest’anno è stato caratterizzato, in particolare, dall’attesa gioiosa del viaggio che il Papa compirà in Terra Santa nel prossimo maggio e dalla speranza del messaggio che porterà in questi luoghi spesso tormentati dai conflitti. Ascoltiamo in proposito <strong>padre Giovanni Claudio Bottini</strong>, dei Frati Minori, decano emerito dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, al microfono di <strong>Gabriele Palasciano</strong>:<u><a class="playerlink" data-player="mediaplayer-1" href="#"><img border="0" src="http://it.radiovaticana.va/global_images/mp3_icon.gif"/></a> </u><br/><br/>R. – Il Papa confermerà, secondo me, quel cammino che la Chiesa sta facendo in maniera decisa, soprattutto negli ultimi anni, richiamandosi anche alla profezia di Francesco: il cristianesimo, il cristiano, non è nemico di nessuno e la sua testimonianza è una testimonianza pacifica e che il dialogo è la strada della reciproca conoscenza, del reciproco rispetto, del reciproco aiuto. In questo cammino di dialogo cristiani e musulmani, nonché gli ebrei, possono contribuire al benessere di tutta l’umanità.<br/><br/>D. – Quali sono le attese della comunità cattolica?<br/><br/>R. – La comunità cattolica accoglierà, per quanto io posso dire, con entusiasmo la sua venuta. Aspetta certamente una parola di incoraggiamento - come l’hanno detta anche i Papi precedenti, soprattutto Benedetto XVI - a restare in questa Terra Santa e a portare il proprio contributo come cristiani, come cattolici, alla pace, alla giustizia in questa terra che appartiene alle tre grandi fedi come riferimento religioso, ma che appartiene come patrimonio prezioso a tutta l’umanità. <br/><br/>D. – Quali sono le attese da parte della Custodia di Terra Santa e anche da parte dell’Ordine francescano al quale voi appartenete?<br/><br/>R. – Io penso che il Papa ci ridirà una parola di invito pressante e cordiale anzitutto ad essere noi stessi un messaggio: come francescani a vivere pacificamente in queste terre, in mezzo a popoli che non riescono sempre a dialogare e che a volte compiono addirittura gesti di reciproca inimicizia. Essendo una comunità internazionale, la Custodia di Terra Santa è già una presenza di pace, un modo di vivere diverso e di vivere in pace, proveniente da Paesi che spesso, fra di loro, hanno conflitti o hanno interessi contrastanti. Il secondo invito io penso che il Papa ce lo darà confermandoci nell’incarico che abbiamo di accogliere i pellegrini nei luoghi santi, avendo una particolare attenzione alle pietre vive, che sono i cristiani di Terra Santa, per i quali la Custodia – insieme al Patriarcato Latino e a tante altre istituzioni cattoliche – prestano servizi educativi, servizi assistenziali, presenza di sostegno attraverso l’apostolato nelle più svariate forme.</p>Messa Palme. Il Papa: davanti a Gesù siamo Maria o Giuda? All'Angelus il saluto ai giovani delle Gmg2014-04-13T12:10:51+00:00http://www.news.va/it/news/messa-palme-il-papa-davanti-a-gesu-siamo-maria-o-g La Settimana Santa sia scandita da una domanda: sono come Giuda o Pilato, o come Maria, il Cireneo, le donne che rimasero con Gesù fino alla sua morte? Con queste parole di grande profondità spirituale Papa Francesco ha presieduto in Piazza San Pietro la Messa della Domenica delle Palme e della Passione del Signore, davanti a una folla di oltre 60 mila persone. Nella Giornata diocesana della gioventù, al momento dell’Angelus c’è stato anche il rito del passaggio delle Croce delle Gmg dai ragazzi di Rio a quelli di Cracovia, con il Papa che ha ricordato l’incontro che a metà agosto avrà con i giovani asiatici in Corea del Sud. Il servizio di Alessandro De Carolis : “A quale di queste persone io rassomiglio?”. La domanda di Papa Francesco è come un pugno alla stomaco della fede. Nel silenzio assoluto di cui possono essere capaci decine di migliaia di persone, la sua voce lenta, riflessiva, passa in rassegna come l’obiettivo in primo piano di una telecamera i volti dei protagonisti della Passione di Cristo, ricordati dal lungo brano del Vangelo. Parla senza quasi staccare gli occhi dalla marea di persone che gli sta davanti, Papa Francesco, che già alle 9.30 era apparso tra la folla di Piazza San Pietro seduto in silenzio sulla giardinetta scoperta, senza il solito sorriso allegro, a dare con la sua compostezza e con la veste rossa sulle spalle il segno fisico della gravità della celebrazione. “Chi sono io? Chi sono io, davanti al mio Signore? Chi sono io, davanti a Gesù che entra di festa in Gerusalemme? Sono capace di esprimere la mia gioia, di lodarlo? O prendo distanza? Chi sono io, davanti a Gesù che soffre?”. La celebrazione inizia con la processione e la benedizione dei rami d’ulivo e dei parmureli liguri davanti all’obelisco egizio della piazza, cui le palme artisticamente intrecciate dai mastri di Bordighera e Sanremo sono legate da un’antica tradizione. Tra le mani, Papa Francesco stringe una ferula intagliata nel legno d'ulivo dai detenuti di Sanremo. Quei pochi metri quadrati, circondati dagli alberi d’ulivo pugliesi, sono simbolo e memoria di una giornata di festa di duemila anni fa a Gerusalemme, e di un onore presto sconfessato. Dall’obelisco all’altare, dove predomina la macchia rosso sangue della schiera di cardinali, il trionfo diventa odio, l’amicizia calpestata dal tradimento. Papa Francesco non legge una riga dell’omelia preparata, a parlare è il suo cuore. “Abbiamo sentito tanti nomi”, dice, riferendosi ai personaggi che popolano le ultime ore della vita di Gesù. Come quel “gruppo di dirigenti” – sacerdoti, farisei, maestri della legge – “che avevano deciso di ucciderlo”. O come Giuda che lo vende per 30 monete. “Sono io come Giuda?”, si interroga e interroga il Papa. O sono come i discepoli? “I discepoli che non capivano niente, che si addormentavano mentre il Signore soffriva. La mia vita è addormentata? O sono come i discepoli, che non capivano cosa fosse tradire Gesù? Come quell’altro discepolo che voleva risolvere tutto con la spada: sono io come loro? Sono io come Giuda, che fa finta di amare e bacia il Maestro per consegnarlo, per tradirlo? Sono io, traditore? Sono io come quei dirigenti che di fretta fanno il tribunale e cercano falsi testimoni: sono io come loro?” Papa Francesco è un martello che non finisce di colpire. Perché dal Sinedrio al palazzo del governatore romano il tragitto della coscienza è breve. “Sono io come Pilato – si chiede e chiede il Papa – che quando vedo che la situazione è difficile, mi lavo le mani e non so assumere la mia responsabilità e lascio condannare – o condanno io – le persone?”. O sono, insiste, come quelli del popolo si fanno beffe di Gesù?: “Sono io come quella folla che non sapeva bene se era in una riunione religiosa, in un giudizio o in un circo, e sceglie Barabba? Per loro è lo stesso: era più divertente, per umiliare Gesù. Sono io come i soldati che colpiscono il Signore, sputano addosso a Lui, lo insultano, si divertono con l’umiliazione del Signore?”. Ma tra la folla non abita solo l’oltraggio crudele a un innocente. Ci sono luci abbaglianti, che macchiano di amore l’isteria di una massa cui non interessa la giustizia ma vedere scorrere il sangue. E Papa Francesco guarda questi visi di luce e li indica al cuore di chiunque si dica cristiano: “Sono io come il Cireneo che tornava dal lavoro, affaticato, ma ha avuto la buona volontà di aiutare il Signore a portare la croce? (…) Sono io come quelle donne coraggiose, e come la mamma di Gesù, che erano lì, soffrivano in silenzio? Sono io come Giuseppe, il discepolo nascosto, che porta il corpo di Gesù con amore, per dargli sepoltura? Sono io come queste due Marie che rimangono alla porta del Sepolcro, piangendo, pregando?”. Inizia la Settimana Santa e non servono troppe considerazioni, termina l’omelia Papa Francesco. Basta una domanda: “Dove è il mio cuore? A quale di queste persone io mi assomiglio? Che questa domanda ci accompagni durante tutta la settimana”. L’Angelus che conclude la celebrazione è tutto dedicato ai giovani. Sulle scale del sagrato di Piazza San Pietro – e sotto gli occhi dei rispettivi arcivescovi, i cardinali Orani João Tempesta e Stanislaw Dziwisz – ragazze e ragazzi di Rio de Janeiro consegnano la Croce delle Giornate mondiale della gioventù ai loro coetanei di Cracovia, città che ospiterà il prossimo raduno nel 2016. Questa Croce, ricorda Papa Francesco, è il segno itinerante “dell’amore di Cristo per l’umanità” che ai giovani delle Gmg consegnò Giovanni Paolo II, che ora si appresta – afferma il Papa – a diventare “il grande patrono” di questi incontri. Ma prima c’è un altro incontro particolare, per il quale Papa Francesco chiede preghiere e sostegno: “In questo contesto ho la gioia di annunciare che, a Dio piacendo, il 15 agosto prossimo, a Daejeon, nella Repubblica di Corea, incontrerò i giovani dell’Asia nel loro grande raduno continentale”. Il sorriso sul viso del Papa ritorna al termine della cerimonia, quando si intrattiene a lungo girando in auto, e spesso fermandosi per un bacio ai bambini e agli anziani, tra la folla accalcata sulle transenne e in particolare quando si concede – quasi venendone travolto – a un saluto a distanza ravvicinatissima con i ragazzi di Rio e Cracovia, che tentano di avere con lui l’ormai irrinunciabile selfie ....<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media01.radiovaticana.va/imm/1_0_790501.JPG" title=""/> La Settimana Santa sia scandita da una domanda: sono come Giuda o Pilato, o come Maria, il Cireneo, le donne che rimasero con Gesù fino alla sua morte? Con queste parole di grande profondità spirituale Papa Francesco ha presieduto in Piazza San Pietro la Messa della Domenica delle Palme e della Passione del Signore, davanti a una folla di oltre 60 mila persone. Nella Giornata diocesana della gioventù, al momento dell’Angelus c’è stato anche il rito del passaggio delle Croce delle Gmg dai ragazzi di Rio a quelli di Cracovia, con il Papa che ha ricordato l’incontro che a metà agosto avrà con i giovani asiatici in Corea del Sud. Il servizio di <b>Alessandro De Carolis</b>:<u><a class="playerlink" data-player="mediaplayer-1" href="#"><img border="0" src="http://it.radiovaticana.va/global_images/mp3_icon.gif"/></a> </u><br/><br/>“A quale di queste persone io rassomiglio?”. La domanda di Papa Francesco è come un pugno alla stomaco della fede. Nel silenzio assoluto di cui possono essere capaci decine di migliaia di persone, la sua voce lenta, riflessiva, passa in rassegna come l’obiettivo in primo piano di una telecamera i volti dei protagonisti della Passione di Cristo, ricordati dal lungo brano del Vangelo. Parla senza quasi staccare gli occhi dalla marea di persone che gli sta davanti, Papa Francesco, che già alle 9.30 era apparso tra la folla di Piazza San Pietro seduto in silenzio sulla giardinetta scoperta, senza il solito sorriso allegro, a dare con la sua compostezza e con la veste rossa sulle spalle il segno fisico della gravità della celebrazione.<br/><br/><b>“Chi sono io? Chi sono io, davanti al mio Signore? Chi sono io, davanti a Gesù che entra di festa in Gerusalemme? Sono capace di esprimere la mia gioia, di lodarlo? O prendo distanza? Chi sono io, davanti a Gesù che soffre?”.<br/></b><br/>La celebrazione inizia con la processione e la benedizione dei rami d’ulivo e dei parmureli liguri davanti all’obelisco egizio della piazza, cui le palme artisticamente intrecciate dai mastri di Bordighera e Sanremo sono legate da un’antica tradizione. Tra le mani, Papa Francesco stringe una ferula intagliata nel legno d'ulivo dai detenuti di Sanremo. Quei pochi metri quadrati, circondati dagli alberi d’ulivo pugliesi, sono simbolo e memoria di una giornata di festa di duemila anni fa a Gerusalemme, e di un onore presto sconfessato.<br/><br/>Dall’obelisco all’altare, dove predomina la macchia rosso sangue della schiera di cardinali, il trionfo diventa odio, l’amicizia calpestata dal tradimento. Papa Francesco non legge una riga dell’omelia preparata, a parlare è il suo cuore. “Abbiamo sentito tanti nomi”, dice, riferendosi ai personaggi che popolano le ultime ore della vita di Gesù. Come quel “gruppo di dirigenti” – sacerdoti, farisei, maestri della legge – “che avevano deciso di ucciderlo”. O come Giuda che lo vende per 30 monete. “Sono io come Giuda?”, si interroga e interroga il Papa. O sono come i discepoli?<br/><br/><b>“I discepoli che non capivano niente, che si addormentavano mentre il Signore soffriva. La mia vita è addormentata? O sono come i discepoli, che non capivano cosa fosse tradire Gesù? Come quell’altro discepolo che voleva risolvere tutto con la spada: sono io come loro? Sono io come Giuda, che fa finta di amare e bacia il Maestro per consegnarlo, per tradirlo? Sono io, traditore? Sono io come quei dirigenti che di fretta fanno il tribunale e cercano falsi testimoni: sono io come loro?”<br/></b><br/>Papa Francesco è un martello che non finisce di colpire. Perché dal Sinedrio al palazzo del governatore romano il tragitto della coscienza è breve. “Sono io come Pilato – si chiede e chiede il Papa – che quando vedo che la situazione è difficile, mi lavo le mani e non so assumere la mia responsabilità e lascio condannare – o condanno io – le persone?”. O sono, insiste, come quelli del popolo si fanno beffe di Gesù?:<br/><br/><b>“Sono io come quella folla che non sapeva bene se era in una riunione religiosa, in un giudizio o in un circo, e sceglie Barabba? Per loro è lo stesso: era più divertente, per umiliare Gesù. Sono io come i soldati che colpiscono il Signore, sputano addosso a Lui, lo insultano, si divertono con l’umiliazione del Signore?”.<br/></b><br/>Ma tra la folla non abita solo l’oltraggio crudele a un innocente. Ci sono luci abbaglianti, che macchiano di amore l’isteria di una massa cui non interessa la giustizia ma vedere scorrere il sangue. E Papa Francesco guarda questi visi di luce e li indica al cuore di chiunque si dica cristiano:<br/><br/><b>“Sono io come il Cireneo che tornava dal lavoro, affaticato, ma ha avuto la buona volontà di aiutare il Signore a portare la croce? (…) Sono io come quelle donne coraggiose, e come la mamma di Gesù, che erano lì, soffrivano in silenzio? Sono io come Giuseppe, il discepolo nascosto, che porta il corpo di Gesù con amore, per dargli sepoltura? Sono io come queste due Marie che rimangono alla porta del Sepolcro, piangendo, pregando?”. <br/></b><br/>Inizia la Settimana Santa e non servono troppe considerazioni, termina l’omelia Papa Francesco. Basta una domanda:<br/><br/><b>“Dove è il mio cuore? A quale di queste persone io mi assomiglio? Che questa domanda ci accompagni durante tutta la settimana”.<br/></b><br/>L’Angelus che conclude la celebrazione è tutto dedicato ai giovani. Sulle scale del sagrato di Piazza San Pietro – e sotto gli occhi dei rispettivi arcivescovi, i cardinali Orani João Tempesta e Stanislaw Dziwisz – ragazze e ragazzi di Rio de Janeiro consegnano la Croce delle Giornate mondiale della gioventù ai loro coetanei di Cracovia, città che ospiterà il prossimo raduno nel 2016. Questa Croce, ricorda Papa Francesco, è il segno itinerante “dell’amore di Cristo per l’umanità” che ai giovani delle Gmg consegnò Giovanni Paolo II, che ora si appresta – afferma il Papa – a diventare “il grande patrono” di questi incontri. Ma prima c’è un altro incontro particolare, per il quale Papa Francesco chiede preghiere e sostegno:<br/><br/><b>“In questo contesto ho la gioia di annunciare che, a Dio piacendo, il 15 agosto prossimo, a Daejeon, nella Repubblica di Corea, incontrerò i giovani dell’Asia nel loro grande raduno continentale”.</b><br/><br/>Il sorriso sul viso del Papa ritorna al termine della cerimonia, quando si intrattiene a lungo girando in auto, e spesso fermandosi per un bacio ai bambini e agli anziani, tra la folla accalcata sulle transenne e in particolare quando si concede – quasi venendone travolto – a un saluto a distanza ravvicinatissima con i ragazzi di Rio e Cracovia, che tentano di avere con lui l’ormai irrinunciabile <i>selfie</i>.<br/>

  
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