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News.vahttp://www.news.va/2015-07-31T12:11:36+00:00Il Papa concede l'indulgenza plenaria ai pellegrini del Cammino Ignaziano2015-07-31T12:11:36+00:00http://www.news.va/it/news/il-papa-concede-lindulgenza-plenaria-ai-pellegrini Papa Francesco, attraverso due decreti della Penitenzieria Apostolica, ha concesso l’indulgenza plenaria ai pellegrini che si recano nei Santuari di Loyola e Manresa, in Spagna, durante la celebrazione del primo Anno giubilare del Cammino ignaziano che inizia oggi, nella memoria di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. Il servizio di Sergio Centofanti : Un Cammino di quasi 700 chilometri Stiamo per entrare nel Giubileo della Misericordia e Papa Francesco con questa indulgenza invita a mettersi in cammino sulle orme di Sant’Ignazio di Loyola per incontrare Gesù misericordioso. E’ il Cammino inaugurato nel 2012 che ripercorre in quasi 700 chilometri l’itinerario geografico e spirituale del fondatore dei Gesuiti attraverso i paesaggi suggestivi dei Paesi Baschi, Navarra, La Rioja, Aragona e Catalogna. Un cammino per decentrarsi Il cammino cristiano – ha affermato più volte il Papa gesuita – porta a decentrarsi, a uscire da se stessi, dall’amore di sé, per mettere al centro Gesù. E’ un cammino non facile, perché siamo sempre peccatori: “ci sono giornate di buio – dice il Papa – anche giornate di fallimento, anche qualche giornata di caduta”. Si cade, ma non bisogna “avere paura dei fallimenti”. “Nell’arte di camminare quello che importa non è di non cadere, ma non rimanere caduti”: dunque “rialzarsi presto” e “andare avanti con forza e con fiducia nel Signore”, perché con Gesù “tutto si può”. Camminare nella Chiesa e con la Chiesa Il Papa invita a “camminare in comunità, con gli amici”. Il cristiano non è una persona isolata: “alla centralità di Cristo corrisponde anche la centralità della Chiesa: sono due fuochi che non si possono separare: io non posso seguire Cristo se non nella Chiesa e con la Chiesa”. Papa Francesco sottolinea l’importanza di un cammino “creativo” per raggiungere le periferie, i lontani, ma sempre all’interno della Chiesa, “con questa appartenenza che ci dà il coraggio di andare avanti” perché “servire Cristo è amare questa Chiesa concreta e servirla con generosità e obbedienza”. La santa inquietudine Si tratta di una cammino inquieto, quello di Sant’Ignazio – ricorda il Papa – perché guarda “l’orizzonte che è la gloria di Dio”: lo percorre chi è in continua ricerca di Dio con “un cuore che non si adagia” e non è mai soddisfatto. E’ una “santa e bella inquietudine”. Camminare con magnanimità Francesco indica una disposizione per mettersi in marcia: “la magnanimità”. Significa avere un “cuore grande, senza paura” che scommette sui grandi ideali. Ma è un cuore grande anche nelle piccole cose, nelle cose quotidiane. Significa “camminare con Gesù con il cuore attento a quello che Gesù ci dice” tutti i giorni. E’ dunque un cammino di profonda conversione che ci fa domandare: “Metto veramente Cristo al centro della mia vita?”. E’ un cammino fatto da persone deboli, da peccatori, che però desiderano “lasciarsi conquistare da Cristo”. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2015/07/29/RV8397_LancioGrande.jpg" title=""/> <p><span style="line-height: 1.6;">Papa Francesco, attraverso due decreti della Penitenzieria Apostolica, ha concesso l’indulgenza plenaria ai pellegrini che si recano nei Santuari di Loyola e Manresa, in Spagna, durante la celebrazione del primo Anno giubilare del Cammino ignaziano che inizia oggi, nella memoria di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. Il servizio di </span><strong style="line-height: 1.6;">Sergio Centofanti</strong><span style="line-height: 1.6;">:</span></p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_4597467" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00488467.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p><strong>Un Cammino di quasi 700 chilometri</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Stiamo per entrare nel Giubileo della Misericordia e Papa Francesco con questa indulgenza invita a mettersi in cammino sulle orme di Sant’Ignazio di Loyola per incontrare Gesù misericordioso. E’ il Cammino inaugurato nel 2012 che ripercorre in quasi 700 chilometri l’itinerario geografico e spirituale del fondatore dei Gesuiti attraverso i paesaggi suggestivi dei Paesi Baschi, Navarra, La Rioja, Aragona e Catalogna.</span></p> <p><strong>Un cammino per decentrarsi</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Il cammino cristiano – ha affermato più volte il Papa gesuita – porta a decentrarsi, a uscire da se stessi, dall’amore di sé, per mettere al centro Gesù. E’ un cammino non facile, perché siamo sempre peccatori: “ci sono giornate di buio – dice il Papa – anche giornate di fallimento, anche qualche giornata di caduta”. Si cade, ma non bisogna “avere paura dei fallimenti”. “Nell’arte di camminare quello che importa non è di non cadere, ma non rimanere caduti”: dunque “rialzarsi presto” e “andare avanti con forza e con fiducia nel Signore”, perché con Gesù “tutto si può”.</span></p> <p><strong>Camminare nella Chiesa e con la Chiesa</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Il Papa invita a “camminare in comunità, con gli amici”. Il cristiano non è una persona isolata: “alla centralità di Cristo corrisponde anche la centralità della Chiesa: sono due fuochi che non si possono separare: io non posso seguire Cristo se non nella Chiesa e con la Chiesa”. Papa Francesco sottolinea l’importanza di un cammino “creativo” per raggiungere le periferie, i lontani, ma sempre all’interno della Chiesa, “con questa appartenenza che ci dà il coraggio di andare avanti” perché “servire Cristo è amare questa Chiesa concreta e servirla con generosità e obbedienza”.</span></p> <p><strong>La santa inquietudine</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Si tratta di una cammino inquieto, quello di Sant’Ignazio – ricorda il Papa – perché guarda “l’orizzonte che è la gloria di Dio”: lo percorre chi è in continua ricerca di Dio con “un cuore che non si adagia” e non è mai soddisfatto. E’ una “santa e bella inquietudine”.</span></p> <p><strong>Camminare con magnanimità</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Francesco indica una disposizione per mettersi in marcia: “la magnanimità”. Significa avere un “cuore grande, senza paura” che scommette sui grandi ideali. Ma è un cuore grande anche nelle piccole cose, nelle cose quotidiane. Significa “camminare con Gesù con il cuore attento a quello che Gesù ci dice” tutti i giorni. E’ dunque un cammino di profonda conversione che ci fa domandare: “Metto veramente Cristo al centro della mia vita?”. E’ un cammino fatto da persone deboli, da peccatori, che però desiderano “lasciarsi conquistare da Cristo”.</span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2015/07/31/papa_concede_lindulgenza_per_il_cammino_ignaziano/1162067">(Da Radio Vaticana)</a>Carriquiry: Francesco non è pauperista, fa sue sofferenze dei poveri2015-07-31T11:57:44+00:00http://www.news.va/it/news/carriquiry-francesco-non-e-pauperista-fa-sue-soffe In meno di tre mesi, Papa Francesco visiterà due volte il Continente americano. Dopo la visita in America Latina, sarà la volta di Cuba e Stati Uniti, quasi i due tempi di uno stesso grande avvenimento. Sull’importanza di questi viaggi del primo Papa latinoamericano, Alessandro Gisotti ha intervistato il prof. Guzmán Carriquiry , segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina: R. - Il Papa ha voluto cominciare la sua visita pastorale in America Latina dalle periferie emergenti: Ecuador, Bolivia e Paraguay. Adesso si prepara al viaggio a Cuba … in una Cuba – grazie a Dio – già pienamente inserita all’interno della famiglia dei Paesi latinoamericani. Dunque ci sarà una continuità, ma allo stesso tempo gli Stati Uniti, una grande nazione, che merita un messaggio a sé che ricollego all’America Latina alla luce della Ecclesia in America... questo rapporto sempre più forte di comunione tra le Chiese e di solidarietà tra i popoli di tutto il Continente americano, che viene da quell’intuizione profetica di San Giovanni Paolo II, quando convocò il Sinodo per l’America. Ci sarà un nesso evidente che ricollegherei anche ad un’altra prospettiva: è importante che gli Stati Uniti accolgano il messaggio che il Papa darà riguardo la loro società complessa, sulla responsabilità internazionale di questo grande Paese ma, allo stesso tempo, è importante che gli Stati Uniti sappiano rispecchiarsi nelle proprie periferie. D. - In America Latina abbiamo visto in modo straordinario la dimensione del vescovo con il suo popolo: questa "Chiesa di popolo" può dare nuova energia anche ai cristiani un po’ stanchi dell’Occidente? R. - A me non piace presentare la Chiesa latinoamericana come un "modello". La Chiesa latinoamericana è importante per tutta la cattolicità, perché più del 40 percento dei cattolici vive in essa; oggi la Chiesa cattolica in America Latina è posta dalla Provvidenza di Dio in una situazione molto singolare: il primo Papa latinoamericano della storia della Chiesa! E la Chiesa, i popoli, le nazioni dell’America Latina devono confrontarsi con questo fatto sorprendente che affascina la nostra gente, la pone in movimento. Io sono preoccupato, non tanto di porre la Chiesa latinoamericana a modello, ma di sottolineare la grave responsabilità che la Chiesa latinoamericana ha di saper cogliere questo tempo sorprendente di grazia, tempo favorevole dell’evangelizzazione, di assumere fino in fondo la domanda del Papa di una conversione personale che radichi sempre più il Vangelo a fondo nel cuore delle persone, dei latinoamericani; una conversione pastorale che forse vuol dire, prima di tutto, conversione dei pastori. Abbiamo la testimonianza eloquente del pastore universale, una conversione missionaria: riprendere con forza la missione continentale, uscire, andare verso coloro che sono più lontani e poi una conversione alla solidarietà per amore preferenziale ai poveri, come il Papa ci sta dicendo e mostrando coerentemente giorno dopo giorno. D. - A proposito degli ultimi: in alcuni ambienti anche negli Stati Uniti è stato criticato come "pauperista" il grande discorso di Francesco ai movimenti popolari tenuto in Bolivia. Qual è la sua opinione a riguardo? Lei era lì con Papa Francesco … R. - È stato un discorso duro, dobbiamo riconoscerlo, un discorso nel quale Papa Francesco ha tentato di tradurre con coraggio, con creatività il patrimonio del grande pensiero sociale della Chiesa confrontandolo con l’esperienza delle organizzazioni popolari molto diverse tra di loro; non era certamente un incontro facile. Chi legge il discorso seriamente, onestamente, si rende conto, in filigrana, che il Papa sviluppa questi tre grandi pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa: dignità della persona, sussidiarietà e solidarietà. Quell’amore del pastore per i poveri non ha nulla di “pauperismo” e men che meno di “pauperismo ideologico”. Il Papa è pastore che vede e si commuove in ogni incontro con i poveri, questo sguardo del pastore che fa sue le sofferenze dei poveri che portano nelle proprie piaghe ciò che ancora manca alla Passione di Cristo. Se non c’è questa commozione nel cuore e nell’anima, allora il rapporto con i poveri diventa assistenzialista o politico ideologico. Il Papa sa bene che questa situazione di povertà, di disuguaglianza che soffrono i poveri, si spiega all’interno di un sistema idolatrico del denaro che è alla base di queste disuguaglianze, di questi sfruttamenti, di queste situazioni di povertà, di violenza e di distruzione della natura. D. - Francesco visiterà Cuba e gli Stati Uniti dopo lo storico disgelo trai due Paesi. La cultura dell’incontro, si potrebbe dire, cammina sulle gambe del Papa. C’è dunque anche un significato politico in senso alto di questo viaggio? R. - C’è ancora un cammino da percorrere nel quale la Santa Sede certamente non sarà disinteressata o assente. Poi il Papa parlerà al Congresso degli Stati Uniti e all’Assemblea delle Nazioni Unite. Ci si può immaginare dunque che questo viaggio sia segnato da questa alta politica alla quale lei fa riferimento. Ma per il Papa anche questi risvolti che noi chiamiamo di “alta politica” sono posti all’interno di una prospettiva pastorale. Sono convinto che se parliamo al Papa dell’alta politica nei viaggi non gli piacerebbe affatto perché essenzialmente è pastore! E va a Cuba non con il primo scopo di continuare ad essere presente nel dialogo tra Cuba e Stati Uniti! No, va a Cuba innanzitutto per confermare la fede dei cubani. Il Papa va soprattutto per questo.   (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2015/07/13/ANSA839215_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>In meno di tre mesi, Papa Francesco visiterà due volte il Continente americano. Dopo la visita in America Latina, sarà la volta di Cuba e Stati Uniti, quasi i due tempi di uno stesso grande avvenimento. Sull’importanza di questi viaggi del primo Papa latinoamericano, <strong>Alessandro Gisotti</strong> ha intervistato il <strong>prof. Guzmán Carriquiry</strong>, segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_4597073" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00488445.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p>R. - Il Papa ha voluto cominciare la sua visita pastorale in America Latina dalle periferie emergenti: Ecuador, Bolivia e Paraguay. Adesso si prepara al viaggio a Cuba … in una Cuba – grazie a Dio – già pienamente inserita all’interno della famiglia dei Paesi latinoamericani. Dunque ci sarà una continuità, ma allo stesso tempo gli Stati Uniti, una grande nazione, che merita un messaggio a sé che ricollego all’America Latina alla luce della <em>Ecclesia in America...</em> questo rapporto sempre più forte di comunione tra le Chiese e di solidarietà tra i popoli di tutto il Continente americano, che viene da quell’intuizione profetica di San Giovanni Paolo II, quando convocò il Sinodo per l’America. Ci sarà un nesso evidente che ricollegherei anche ad un’altra prospettiva: è importante che gli Stati Uniti accolgano il messaggio che il Papa darà riguardo la loro società complessa, sulla responsabilità internazionale di questo grande Paese ma, allo stesso tempo, è importante che gli Stati Uniti sappiano rispecchiarsi nelle proprie periferie.</p> <p>D. - In America Latina abbiamo visto in modo straordinario la dimensione del vescovo con il suo popolo: questa "Chiesa di popolo" può dare nuova energia anche ai cristiani un po’ stanchi dell’Occidente?</p> <p>R. - A me non piace presentare la Chiesa latinoamericana come un "modello". La Chiesa latinoamericana è importante per tutta la cattolicità, perché più del 40 percento dei cattolici vive in essa; oggi la Chiesa cattolica in America Latina è posta dalla Provvidenza di Dio in una situazione molto singolare: il primo Papa latinoamericano della storia della Chiesa! E la Chiesa, i popoli, le nazioni dell’America Latina devono confrontarsi con questo fatto sorprendente che affascina la nostra gente, la pone in movimento. Io sono preoccupato, non tanto di porre la Chiesa latinoamericana a modello, ma di sottolineare la grave responsabilità che la Chiesa latinoamericana ha di saper cogliere questo tempo sorprendente di grazia, tempo favorevole dell’evangelizzazione, di assumere fino in fondo la domanda del Papa di una conversione personale che radichi sempre più il Vangelo a fondo nel cuore delle persone, dei latinoamericani; una conversione pastorale che forse vuol dire, prima di tutto, conversione dei pastori. Abbiamo la testimonianza eloquente del pastore universale, una conversione missionaria: riprendere con forza la missione continentale, uscire, andare verso coloro che sono più lontani e poi una conversione alla solidarietà per amore preferenziale ai poveri, come il Papa ci sta dicendo e mostrando coerentemente giorno dopo giorno.</p> <p>D. - A proposito degli ultimi: in alcuni ambienti anche negli Stati Uniti è stato criticato come "pauperista" il grande discorso di Francesco ai movimenti popolari tenuto in Bolivia. Qual è la sua opinione a riguardo? Lei era lì con Papa Francesco …</p> <p>R. - È stato un discorso duro, dobbiamo riconoscerlo, un discorso nel quale Papa Francesco ha tentato di tradurre con coraggio, con creatività il patrimonio del grande pensiero sociale della Chiesa confrontandolo con l’esperienza delle organizzazioni popolari molto diverse tra di loro; non era certamente un incontro facile. Chi legge il discorso seriamente, onestamente, si rende conto, in filigrana, che il Papa sviluppa questi tre grandi pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa: dignità della persona, sussidiarietà e solidarietà. Quell’amore del pastore per i poveri non ha nulla di “pauperismo” e men che meno di “pauperismo ideologico”. Il Papa è pastore che vede e si commuove in ogni incontro con i poveri, questo sguardo del pastore che fa sue le sofferenze dei poveri che portano nelle proprie piaghe ciò che ancora manca alla Passione di Cristo. Se non c’è questa commozione nel cuore e nell’anima, allora il rapporto con i poveri diventa assistenzialista o politico ideologico. Il Papa sa bene che questa situazione di povertà, di disuguaglianza che soffrono i poveri, si spiega all’interno di un sistema idolatrico del denaro che è alla base di queste disuguaglianze, di questi sfruttamenti, di queste situazioni di povertà, di violenza e di distruzione della natura.</p> <p>D. - Francesco visiterà Cuba e gli Stati Uniti dopo lo storico disgelo trai due Paesi. La cultura dell’incontro, si potrebbe dire, cammina sulle gambe del Papa. C’è dunque anche un significato politico in senso alto di questo viaggio?</p> <p>R. - C’è ancora un cammino da percorrere nel quale la Santa Sede certamente non sarà disinteressata o assente. Poi il Papa parlerà al Congresso degli Stati Uniti e all’Assemblea delle Nazioni Unite. Ci si può immaginare dunque che questo viaggio sia segnato da questa alta politica alla quale lei fa riferimento. Ma per il Papa anche questi risvolti che noi chiamiamo di “alta politica” sono posti all’interno di una prospettiva pastorale. Sono convinto che se parliamo al Papa dell’alta politica nei viaggi non gli piacerebbe affatto perché essenzialmente è pastore! E va a Cuba non con il primo scopo di continuare ad essere presente nel dialogo tra Cuba e Stati Uniti! No, va a Cuba innanzitutto per confermare la fede dei cubani. Il Papa va soprattutto per questo.</p> <p> </p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2015/07/31/carriquiry_francesco_non_è_pauperista,_soffre_con_i_poveri/1162049">(Da Radio Vaticana)</a>Un film del Centro Televisivo Vaticano al Festival di Venezia2015-07-30T14:07:34+00:00http://www.news.va/it/news/un-film-del-centro-televisivo-vaticano-al-festival Sarà presentato fuori concorso alla prossima Mostra del Cinema di Venezia il film di Gianfranco Pannone “L’esercito più piccolo del mondo”, prodotto dal Centro Televisivo Vaticano e con il quale per la prima volta la Santa Sede è presente al Festival. Protagonisti alcuni giovani che prestano il loro servizio militare nella Guardia Svizzera Pontificia. Il servizio di Luca Pellegrini : Giurano solennemente, le nuove reclute nelle loro divise antiche e sgargianti, il 6 maggio di ogni anno, nella cornice del Cortile di San Damaso in Vaticano. La data ricorda un episodio tragico di storia, simbolo oggi di fedeltà: in quel giorno del 1527, furono 147 le guardie svizzere che perirono mentre Roma veniva saccheggiata. Sono passati secoli da allora, tutto pare immobile, tutto è, invece, cambiato, nel mondo e nelle aspettative di questi giovani che dalla Svizzera, appunto, si mettono in viaggio verso la Santa Sede per questo prestigioso servizio al Papa e alla Chiesa. Valeva la pena raccontare tutto questo per immagini e il Centro Televisivo Vaticano ha affidato alle mani discrete e competenti di Gianfranco Pannone il compito e la responsabilità di girare il primo film dedicato a quello che, come richiama lo stesso titolo, è “L’esercito più piccolo del mondo”.  Abbiamo chiesto al regista come è nata l’idea del film e quali sono stati i primi passi: R. - Ero già in contatto con il CTV, con don Dario Viganò, su un progetto che avrei dovuto fare sulla Chiesa cattolica, come si rapporta in qualche modo alla contemporaneità. Improvvisamente però sono stato chiamato per questo altro progetto che all’inizio poteva sembrare un po’ più classico, un documentario sulla Guardia Svizzera. E’ diventato, invece, sempre più uno sguardo da dentro, una sorta di dietro le quinte in un’istituzione appunto più che centenaria che i più non conoscono o che, se conoscono, è sempre attraverso un’idea un po’ stereotipata, che si confonde un po’ nei colori sgargianti della divisa della Guardia Svizzera. D. - Con quali aspettative ha iniziato le riprese in Vaticano? R. - Io ho trovato una grande apertura dentro la Guardia Svizzera. Io stesso sono rimasto sorpreso, forse anch’io soffrivo di un pregiudizio. Credo che però questa impressione diversa e positiva sia fortemente influenzata dalla presenza del Santo Padre, Papa Francesco, che è una figura che in qualche modo compare sempre sullo sfondo, ma è importantissima e che in qualche modo determinerà anche la soluzione di alcuni dubbi di uno dei nostri testimoni, René che è una Guardia Svizzera che si interroga: lui si sta per laureare in teologia per cui ha dei dubbi sul suo ruolo di soldato che veste un abito di più di 500 anni fa. D. - Si capisce che nel film non è interessato solo alla storia e alla tradizione che circonda la Guardia Svizzera, ma alla vita di questi ragazzi. R. - Racconto la vita quotidiana di alcuni ragazzi, in particolare di Leo, René, Michele, Marco, di cui seguo questo percorso e apprendistato fino a che non giurano fedeltà al Papa e alla Chiesa diventando effettivamente guardie svizzere. E’ un dietro le quinte però, c’è quindi la quotidianità. Ho puntato molto su un aspetto che secondo me anch’esso è fortemente legato a questo papato: l’umanità, cioè non raccontare i soldati ma raccontare le persone, che cercano in qualche modo di collocarsi nel mondo. E quindi c’è la loro normalità, ci sono le passeggiate, le chiacchierate, le confidenze, i dubbi… Non è un film celebrativo quello che ho fatto e credo che forse per questo Alberto Barbera l’abbia preso al Festival di Venezia. E’ uno sguardo ad altezza d’uomo, è la vita di camerata, la mensa, le passeggiate per Roma. E’ anche però l’entusiasmo di poter correre dentro i giardini vaticani piuttosto che chiacchierare sull’emozione di fare la guardia al Papa durante la notte a cinque metri dalla sua stanza. E’ stata per me un’esperienza straordinaria da questo punto di vista, perché mi si è aperto un mondo, insomma. Da credente, che però difende fortemente la propria dimensione laica, per me è stata una grande scoperta e una straordinaria esperienza. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2015/05/05/ANSA799788_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Sarà presentato fuori concorso alla prossima Mostra del Cinema di Venezia il film di Gianfranco Pannone “L’esercito più piccolo del mondo”, prodotto dal Centro Televisivo Vaticano e con il quale per la prima volta la Santa Sede è presente al Festival. Protagonisti alcuni giovani che prestano il loro servizio militare nella Guardia Svizzera Pontificia. Il servizio di <strong>Luca Pellegrini</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_4590918" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00488301.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Giurano solennemente, le nuove reclute nelle loro divise antiche e sgargianti, il 6 maggio di ogni anno, nella cornice del Cortile di San Damaso in Vaticano. La data ricorda un episodio tragico di storia, simbolo oggi di fedeltà: in quel giorno del 1527, furono 147 le guardie svizzere che perirono mentre Roma veniva saccheggiata. Sono passati secoli da allora, tutto pare immobile, tutto è, invece, cambiato, nel mondo e nelle aspettative di questi giovani che dalla Svizzera, appunto, si mettono in viaggio verso la Santa Sede per questo prestigioso servizio al Papa e alla Chiesa. Valeva la pena raccontare tutto questo per immagini e il Centro Televisivo Vaticano ha affidato alle mani discrete e competenti di </span><strong style="line-height: 1.6;">Gianfranco Pannone</strong><span style="line-height: 1.6;"> il compito e la responsabilità di girare il primo film dedicato a quello che, come richiama lo stesso titolo, è “L’esercito più piccolo del mondo”. </span><span style="line-height: 1.6;">Abbiamo chiesto al regista come è nata l’idea del film e quali sono stati i primi passi:</span></p> <p>R. - Ero già in contatto con il CTV, con don Dario Viganò, su un progetto che avrei dovuto fare sulla Chiesa cattolica, come si rapporta in qualche modo alla contemporaneità. Improvvisamente però sono stato chiamato per questo altro progetto che all’inizio poteva sembrare un po’ più classico, un documentario sulla Guardia Svizzera. E’ diventato, invece, sempre più uno sguardo da dentro, una sorta di dietro le quinte in un’istituzione appunto più che centenaria che i più non conoscono o che, se conoscono, è sempre attraverso un’idea un po’ stereotipata, che si confonde un po’ nei colori sgargianti della divisa della Guardia Svizzera.</p> <p>D. - Con quali aspettative ha iniziato le riprese in Vaticano?</p> <p>R. - Io ho trovato una grande apertura dentro la Guardia Svizzera. Io stesso sono rimasto sorpreso, forse anch’io soffrivo di un pregiudizio. Credo che però questa impressione diversa e positiva sia fortemente influenzata dalla presenza del Santo Padre, Papa Francesco, che è una figura che in qualche modo compare sempre sullo sfondo, ma è importantissima e che in qualche modo determinerà anche la soluzione di alcuni dubbi di uno dei nostri testimoni, René che è una Guardia Svizzera che si interroga: lui si sta per laureare in teologia per cui ha dei dubbi sul suo ruolo di soldato che veste un abito di più di 500 anni fa.</p> <p>D. - Si capisce che nel film non è interessato solo alla storia e alla tradizione che circonda la Guardia Svizzera, ma alla vita di questi ragazzi.</p> <p>R. - Racconto la vita quotidiana di alcuni ragazzi, in particolare di Leo, René, Michele, Marco, di cui seguo questo percorso e apprendistato fino a che non giurano fedeltà al Papa e alla Chiesa diventando effettivamente guardie svizzere. E’ un dietro le quinte però, c’è quindi la quotidianità. Ho puntato molto su un aspetto che secondo me anch’esso è fortemente legato a questo papato: l’umanità, cioè non raccontare i soldati ma raccontare le persone, che cercano in qualche modo di collocarsi nel mondo. E quindi c’è la loro normalità, ci sono le passeggiate, le chiacchierate, le confidenze, i dubbi… Non è un film celebrativo quello che ho fatto e credo che forse per questo Alberto Barbera l’abbia preso al Festival di Venezia. E’ uno sguardo ad altezza d’uomo, è la vita di camerata, la mensa, le passeggiate per Roma. E’ anche però l’entusiasmo di poter correre dentro i giardini vaticani piuttosto che chiacchierare sull’emozione di fare la guardia al Papa durante la notte a cinque metri dalla sua stanza. E’ stata per me un’esperienza straordinaria da questo punto di vista, perché mi si è aperto un mondo, insomma. Da credente, che però difende fortemente la propria dimensione laica, per me è stata una grande scoperta e una straordinaria esperienza.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2015/07/30/film_del_centro_televisivo_vaticano_al_festival_di_venezia/1161872">(Da Radio Vaticana)</a>Tweet Papa: sposi siano testimoni esemplari. Fragnelli: ascoltare le famiglie2015-07-30T12:31:36+00:00http://www.news.va/it/news/tweet-papa-sposi-siano-testimoni-esemplari-fragnel “La testimonianza più efficace sul matrimonio è la vita esemplare degli sposi cristiani”. E’ il tweet pubblicato oggi da Papa Francesco sull'account Twitter @Pontifex. Già martedì scorso, il Papa – sempre via Twitter – aveva incoraggiato i giovani a non aver paura di sposarsi. Il servizio di Alessandro Gisotti : L’attenzione del Papa per la famiglia non va in vacanza. Negli ultimi tre giorni, Francesco ha utilizzato due volte Twitter per sottolineare la centralità del matrimonio e della famiglia nella vita della Chiesa e della società. Tweet che, anche in un periodo dedicato al riposo e al divertimento, ricordano quanto la famiglia – protagonista del prossimo Sinodo di ottobre – stia a cuore al Papa. E che si connettono in particolare con i giovani, che comunicano sempre più attraverso Twitter e i Social Network. Del resto, al tema specifico del matrimonio il Pontefice ha dedicato due udienze generali, il 29 aprile e il 6 maggio. Nella prima ha messo in particolare l’accento sul capolavoro rappresentato dal matrimonio, in cui si riflette l’amore infinito di Dio. Al tempo stesso, Francesco non ha mancato di soffermarsi sulle difficoltà che oggi si incontrano a causa della “cultura del provvisorio”. La Chiesa ha bisogno della fedeltà degli sposi Di fronte  a tanti giovani che “non se la sentono di sposarsi”, è la sua esortazione, la Chiesa deve interrogarsi e cercare vie per ridare fiducia in un “progetto” di un “legame irrevocabile”. Nella catechesi del 6 maggio, il Papa si è invece soffermato sulla bellezza del matrimonio. “E’ commuovente e tanto bella – ha detto – questa irradiazione della forza e della tenerezza di Dio che si trasmette da coppia a coppia, da famiglia a famiglia”. Ancora, Francesco ha evidenziato che “la Chiesa ha bisogno anche della fedeltà degli sposi alla grazia del loro sacramento”. Parole che richiamano il tweet di oggi in cui il Papa ricorda che la “testimonianza più efficace sul matrimonio è la vita esemplare degli sposi cristiani”. Un’affermazione su cui abbiamo raccolto il commento di mons. Pietro Maria Fragnelli , vescovo di Trapani e presidente della Commissione Cei per la famiglia: R. – Sembra molto bello che il Papa ci inviti a guardare a quella realtà di sposi cristiani che con la loro vita mettono in fuga le grandi paure che sono o culturali o psicologiche che in genere vengono alimentate anche nel nostro tempo. Ricordo la catechesi di fine giugno del Papa, quando diceva che non mancano, grazie a Dio, coloro che sostenuti dalla fede e dall’amore per i figli testimoniano la loro fedeltà a legami nei quali hanno creduto per quanto appaia a volte impossibile farli rivivere. Il Papa insiste su questa dimensione della efficacia della testimonianza e credo sia quello che viene domandato oggi, perché quando si dice che i giovani non hanno più punti di riferimento, sostanzialmente si dice questo: che mancano testimoni che siano capaci di parlare senza parole ma con la loro vita sia nel campo pedagogico, nella scuola, nel campo della giustizia, nel campo della qualità delle relazioni, della capacità di creare gerarchie di valori credibili all’interno della vita di coppia e della vita di famiglia. D. – I cristiani, ha detto Francesco in una catechesi dedicata proprio al matrimonio, “non si sposano solo per se stessi, si sposano nel Signore in favore di tutta la comunità, dell’intera società”... R.  – Sicuramente, l’efficacia significa proprio rendere possibile il dono della vita che va ben al di là della famiglia stessa. La famiglia ha una funzione generatrice di vita e di speranza che raggiunge tutto il tessuto sociale. Noi ci accorgiamo molto bene di come le problematiche sociali a cui assistiamo sono in difficoltà fino a quando non ci sono famiglie che decidono di custodire il loro amore all’interno di loro ma anche trasmettere alla società nella quale vivono quel lievito, quel fermento, energie nuove per la società. D. – La Chiesa, ha affermato il Papa, “è pienamente coinvolta nella storia di ogni matrimonio cristiano, si edifica nelle sue riuscite e patisce nei suoi fallimenti”. Questo è molto importante anche in vista del prossimo atteso Sinodo? R. - Il Papa ci offre due criteri. Ci dice che bisogna guardare la realtà delle famiglie con lo sguardo di Dio che non smette di guardare con amore, e amore misericordioso, ogni situazione. E inoltre sollecita tutta la Chiesa, le nostre Chiese locali, le parrocchie, ma direi ogni battezzato, a mettersi accanto e quindi anche in silenzio ad ascoltare; o saper stare avanti e quindi aprire piste, trainare le situazioni anche quelle difficili; oppure stare dietro con umiltà, incoraggiando, spingendo, sostenendo nelle difficoltà che le famiglie non riescono a risolvere da soli. E questo significa un cambiamento di mentalità, un cambiamento di cultura che non va nella direzione dell’individualismo ma va nella direzione della solidarietà, della condivisione piena che il Vangelo genera nel cuore umano e rende possibile queste testimonianze efficaci, come ha detto oggi, di vita esemplare degli sposi cristiani. Tutto questo non è un sogno, è possibile. Il Papa ci invita ad avere cuore grande, l’occhio aperto sulle situazioni che sono in cammino e sulle situazioni che hanno bisogno di essere accompagnate perché riprendano il cammino.   (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2014/09/15/1559465_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>“La testimonianza più efficace sul matrimonio è la vita esemplare degli sposi cristiani”. E’ il tweet pubblicato oggi da Papa Francesco sull'account Twitter @Pontifex. Già martedì scorso, il Papa – sempre via Twitter – aveva incoraggiato i giovani a non aver paura di sposarsi. Il servizio di <strong>Alessandro Gisotti</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_4591083" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00488307.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p>L’attenzione del Papa per la famiglia non va in vacanza. Negli ultimi tre giorni, Francesco ha utilizzato due volte Twitter per sottolineare la centralità del matrimonio e della famiglia nella vita della Chiesa e della società. Tweet che, anche in un periodo dedicato al riposo e al divertimento, ricordano quanto la famiglia – protagonista del prossimo Sinodo di ottobre – stia a cuore al Papa. E che si connettono in particolare con i giovani, che comunicano sempre più attraverso Twitter e i Social Network. Del resto, al tema specifico del matrimonio il Pontefice ha dedicato due udienze generali, il 29 aprile e il 6 maggio. Nella prima ha messo in particolare l’accento sul capolavoro rappresentato dal matrimonio, in cui si riflette l’amore infinito di Dio. Al tempo stesso, Francesco non ha mancato di soffermarsi sulle difficoltà che oggi si incontrano a causa della “cultura del provvisorio”.</p> <p><strong>La Chiesa ha bisogno della fedeltà degli sposi</strong><br/> Di fronte  a tanti giovani che “non se la sentono di sposarsi”, è la sua esortazione, la Chiesa deve interrogarsi e cercare vie per ridare fiducia in un “progetto” di un “legame irrevocabile”. Nella catechesi del 6 maggio, il Papa si è invece soffermato sulla bellezza del matrimonio. “E’ commuovente e tanto bella – ha detto – questa irradiazione della forza e della tenerezza di Dio che si trasmette da coppia a coppia, da famiglia a famiglia”. Ancora, Francesco ha evidenziato che “la Chiesa ha bisogno anche della fedeltà degli sposi alla grazia del loro sacramento”. Parole che richiamano il tweet di oggi in cui il Papa ricorda che la “testimonianza più efficace sul matrimonio è la vita esemplare degli sposi cristiani”. Un’affermazione su cui abbiamo raccolto il commento di <strong>mons. Pietro Maria Fragnelli</strong>, vescovo di Trapani e presidente della Commissione Cei per la famiglia:</p> <p>R. – Sembra molto bello che il Papa ci inviti a guardare a quella realtà di sposi cristiani che con la loro vita mettono in fuga le grandi paure che sono o culturali o psicologiche che in genere vengono alimentate anche nel nostro tempo. Ricordo la catechesi di fine giugno del Papa, quando diceva che non mancano, grazie a Dio, coloro che sostenuti dalla fede e dall’amore per i figli testimoniano la loro fedeltà a legami nei quali hanno creduto per quanto appaia a volte impossibile farli rivivere. Il Papa insiste su questa dimensione della efficacia della testimonianza e credo sia quello che viene domandato oggi, perché quando si dice che i giovani non hanno più punti di riferimento, sostanzialmente si dice questo: che mancano testimoni che siano capaci di parlare senza parole ma con la loro vita sia nel campo pedagogico, nella scuola, nel campo della giustizia, nel campo della qualità delle relazioni, della capacità di creare gerarchie di valori credibili all’interno della vita di coppia e della vita di famiglia.</p> <p>D. – I cristiani, ha detto Francesco in una catechesi dedicata proprio al matrimonio, “non si sposano solo per se stessi, si sposano nel Signore in favore di tutta la comunità, dell’intera società”...</p> <p>R.  – Sicuramente, l’efficacia significa proprio rendere possibile il dono della vita che va ben al di là della famiglia stessa. La famiglia ha una funzione generatrice di vita e di speranza che raggiunge tutto il tessuto sociale. Noi ci accorgiamo molto bene di come le problematiche sociali a cui assistiamo sono in difficoltà fino a quando non ci sono famiglie che decidono di custodire il loro amore all’interno di loro ma anche trasmettere alla società nella quale vivono quel lievito, quel fermento, energie nuove per la società.</p> <p>D. – La Chiesa, ha affermato il Papa, “è pienamente coinvolta nella storia di ogni matrimonio cristiano, si edifica nelle sue riuscite e patisce nei suoi fallimenti”. Questo è molto importante anche in vista del prossimo atteso Sinodo?</p> <p>R. - Il Papa ci offre due criteri. Ci dice che bisogna guardare la realtà delle famiglie con lo sguardo di Dio che non smette di guardare con amore, e amore misericordioso, ogni situazione. E inoltre sollecita tutta la Chiesa, le nostre Chiese locali, le parrocchie, ma direi ogni battezzato, a mettersi accanto e quindi anche in silenzio ad ascoltare; o saper stare avanti e quindi aprire piste, trainare le situazioni anche quelle difficili; oppure stare dietro con umiltà, incoraggiando, spingendo, sostenendo nelle difficoltà che le famiglie non riescono a risolvere da soli. E questo significa un cambiamento di mentalità, un cambiamento di cultura che non va nella direzione dell’individualismo ma va nella direzione della solidarietà, della condivisione piena che il Vangelo genera nel cuore umano e rende possibile queste testimonianze efficaci, come ha detto oggi, di vita esemplare degli sposi cristiani. Tutto questo non è un sogno, è possibile. Il Papa ci invita ad avere cuore grande, l’occhio aperto sulle situazioni che sono in cammino e sulle situazioni che hanno bisogno di essere accompagnate perché riprendano il cammino.</p> <p> </p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2015/07/30/tweet_papa_sposi_siano_testimoni_esemplari/1161830">(Da Radio Vaticana)</a>Un dossier della Caritas italiana sullo stato dei cristiani e delle altre minoranze nel mondo - Perseguitati2015-07-30T12:04:33+00:00http://www.news.va/it/news/un-dossier-della-caritas-italiana-sullo-stato-dei«Perseguitati»: è esplicito il titolo del dossier pubblicato da Caritas Italiana, dedicato agli oltre cento milioni di cristiani vittime, assieme ad altre minoranze, di discriminazioni, persecuzioni e violenze messe in atto da regimi totalitari o da adepti di altre religioni. Solo in Corea del Nord si calcola ci siano tra 50 e 70.000 cristiani nei campi di detenzione. Poi ci sono i Paesi africani e del vicino e medio Oriente dove i cristiani sono perseguitati con una violenza più evidente. Da novembre 2013 al 31 ottobre 2014 Caritas calcola che i cristiani uccisi per ragioni strettamente legate alla loro fede siano stati 4.344, mentre le chiese attaccate per la stessa ragione siano state 1.062. Una barbarie che peraltro colpisce molte altre minoranze religiose ed etniche e che rivela un preoccupante aumento dell’intolleranza, non solo, come detto, nel medio Oriente, teatro di conflitti e dell’attività delle milizie del cosiddetto Stato islamico (Is). Il dossier di Caritas Italiana, scaricabile dal suo sito internet, descrive dunque un problema drammaticamente attuale. Esso, rende noto l’organismo caritativo, ha un duplice obiettivo: fare luce sulle cause della persecuzione dei cristiani nel mondo, tenendo conto delle variabili economiche, culturali e geopolitiche dei singoli Paesi coinvolti, e, al tempo stesso, dare voce alle testimonianze silenziose dei tanti cristiani che continuano a custodire la fede a rischio della propria vita....<p style="text-align: justify;">«Perseguitati»: è esplicito il titolo del dossier pubblicato da Caritas Italiana, dedicato agli oltre cento milioni di cristiani vittime, assieme ad altre minoranze, di discriminazioni, persecuzioni e violenze messe in atto da regimi totalitari o da adepti di altre religioni.</p><p><img alt="" src="http://vaticanresources.s3.amazonaws.com:80/images%2F22c77a705e5ad5739f8f7f8c03aaccda.jpg" style="float: right; margin: 0px 0px 10px 10px;" title=""/></p><p style="text-align: justify;">Solo in Corea del Nord si calcola ci siano tra 50 e 70.000 cristiani nei campi di detenzione. Poi ci sono i Paesi africani e del vicino e medio Oriente dove i cristiani sono perseguitati con una violenza più evidente. Da novembre 2013 al 31 ottobre 2014 Caritas calcola che i cristiani uccisi per ragioni strettamente legate alla loro fede siano stati 4.344, mentre le chiese attaccate per la stessa ragione siano state 1.062.<br/>Una barbarie che peraltro colpisce molte altre minoranze religiose ed etniche e che rivela un preoccupante aumento dell’intolleranza, non solo, come detto, nel medio Oriente, teatro di conflitti e dell’attività delle milizie del cosiddetto Stato islamico (Is).</p><p style="text-align: justify;">Il dossier di Caritas Italiana, scaricabile dal suo sito internet, descrive dunque un problema drammaticamente attuale. Esso, rende noto l’organismo caritativo, ha un duplice obiettivo: fare luce sulle cause della persecuzione dei cristiani nel mondo, tenendo conto delle variabili economiche, culturali e geopolitiche dei singoli Paesi coinvolti, e, al tempo stesso, dare voce alle testimonianze silenziose dei tanti cristiani che continuano a custodire la fede a rischio della propria vita.</p>Le radici della crisi ecologica nella «Laudato si’» - Potenti senza potere2015-07-30T12:02:54+00:00http://www.news.va/it/news/le-radici-della-crisi-ecologica-nella-laudato-si-pIn una conversazione avuta con il Papa quando stava iniziando a pensare ai contenuti della nuova enciclica, mi disse che stava analizzando soprattutto la questione del potere, e che per questo stava rileggendo Romano Guardini. Il testo dell’enciclica conferma fino a che punto egli è andato avanti in questa linea di analisi. Credo pertanto che il terzo capitolo, poco menzionato nei commenti all’enciclica, dovrebbe essere tenuto molto più in considerazione. Per discutere dei sintomi non siamo riusciti a capire che cosa il Papa indica realmente, quando vuole andare al nocciolo della questione. Lui stesso ci dà esplicitamente una chiave di lettura quando afferma: «A nulla ci servirà descrivere i sintomi, se non riconosciamo la radice umana della crisi ecologica. Vi è un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla» (n. 101). Proprio dopo queste parole egli inizia a sviluppare la sua critica al potere, affermando che i progressi tecnologici «danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero» (n. 104). Perciò ha formulato una domanda che ancora non ha una risposta: «In quali mani sta e in quali può giungere tanto potere? È terribilmente rischioso che esso risieda in una piccola parte dell’umanità» (n. 104). di Víctor Manuel Fernández...<p style="text-align: justify;">In una conversazione avuta con il Papa quando stava iniziando a pensare ai contenuti della nuova enciclica, mi disse che stava analizzando soprattutto la questione del potere, e che per questo stava rileggendo Romano Guardini. Il testo dell’enciclica conferma fino a che punto egli è andato avanti in questa linea di analisi. Credo pertanto che il terzo capitolo, poco menzionato nei commenti all’enciclica, dovrebbe essere tenuto molto più in considerazione.</p><p><img alt="Angely Martínez«Lo que todos esperamos» (2010)" src="http://vaticanresources.s3.amazonaws.com:80/images%2Fe63cbe44142d8825646714012370244f.jpg" style="float: left; margin: 0px 10px 10px 0px;" title="Angely Martínez«Lo que todos esperamos» (2010)"/></p><p style="text-align: justify;">Per discutere dei sintomi non siamo riusciti a capire che cosa il Papa indica realmente, quando vuole andare al nocciolo della questione. Lui stesso ci dà esplicitamente una chiave di lettura quando afferma: «A nulla ci servirà descrivere i sintomi, se non riconosciamo la radice umana della crisi ecologica. Vi è un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla» (n. 101). Proprio dopo queste parole egli inizia a sviluppare la sua critica al potere, affermando che i progressi tecnologici «danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero» (n. 104). Perciò ha formulato una domanda che ancora non ha una risposta: «In quali mani sta e in quali può giungere tanto potere? È terribilmente rischioso che esso risieda in una piccola parte dell’umanità» (n. 104).</p><p style="text-align: right;">di Víctor Manuel Fernández</p>

  
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