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News.vahttp://www.news.va/2016-02-07T14:03:07+00:00Cordoglio del Pontefice per le vittime del terremoto a Taiwan2016-02-07T14:03:07+00:00http://www.news.va/it/news/cordoglio-del-papa-per-le-vittime-del-terremoto-a Profondamente “rattristato” per le sofferenze causate dal terremoto che ha colpito nelle scorse ore l’isola di Taiwan, con un bilancio di almeno  34 morti e 120 dispersi. Così il Papa, in un telegramma di cordoglio a firma del cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, esprime le proprie “condoglianze nella preghiera” alle famiglie delle vittime e solidarietà ai soccorritori e alle autorità civili. Il Pontefice invoca la “tenera misericordia del Signore” e consolazione e forza per quanti colpiti dalla tragedia. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/02/07/EPA1968633_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Profondamente “rattristato” per le sofferenze causate dal terremoto che ha colpito nelle scorse ore l’isola di Taiwan, con un bilancio di almeno  34 morti e 120 dispersi. Così il Papa, in un telegramma di cordoglio a firma del cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, esprime le proprie “condoglianze nella preghiera” alle famiglie delle vittime e solidarietà ai soccorritori e alle autorità civili. Il Pontefice invoca la “tenera misericordia del Signore” e consolazione e forza per quanti colpiti dalla tragedia.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/02/07/cordoglio_del_papa_per_le_vittime_del_terremoto_a_taiwan/1206688">(Da Radio Vaticana)</a>Il Papa all'Angelus prega per Siria e incontro con Patriarca Kirill2016-02-07T12:54:50+00:00http://www.news.va/it/news/papa-allangelus-prega-per-siria-e-incontro-con-pat Il prossimo incontro col “caro fratello Kirill”, il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia che il Papa vedrà il prossimo 12 febbraio a Cuba, prima di recarsi in Messico; la “generosa solidarietà” per la Siria e le sue popolazioni martoriate dalla guerra; nuovi sforzi per debellare gli “attentati alla vita” nella nostra società e la “vergogna” della tratta degli esseri umani. E ancora: serenità e pace per le famiglie dell’Estremo Oriente che stanno per celebrare il Capodanno lunare. Questi alcuni dei temi affrontati dal Papa all’Angelus, nella domenica in cui il Vangelo si sofferma sulla chiamata dei primi discepoli di Gesù. Il Pontefice ha pure ricordato le figure dei confessori San Leopoldo e San Pio, le cui reliquie sono esposte in questi giorni a San Pietro. Il servizio di Giada Aquilino : Il “caro fratello Kirill” Da un’affollata Piazza San Pietro, lo sguardo del Papa si allarga e vede le piaghe del mondo di oggi, fatto di guerre e sfruttamenti, ma anche contrassegnato da gesti d’incontro, come quello che a breve compirà il Pontefice a Cuba, con colui che definisce il “caro fratello Kirill”, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia. Salutando i pellegrini presenti, Francesco si rivolge alla comunità sacerdotale del Collegio messicano di Roma: “Grazie per il vostro impegno di accompagnare con la preghiera il viaggio apostolico in Messico che compirò tra pochi giorni e anche l’incontro che avrò all’Avana con il mio caro fratello Kirill”. Generosa solidarietà per la Siria Il pensiero di Francesco va poi subito all'“amata” Siria, chiedendo sopravvivenza, dignità e pace per il suo popolo, afflitto da “violenti combattimenti” e costretto “ad abbandonare tutto per sfuggire agli orrori della guerra”: “Auspico che, con generosa solidarietà, si presti l’aiuto necessario per assicurare loro sopravvivenza e dignità, mentre faccio appello alla Comunità internazionale affinché non risparmi alcuno sforzo per portare con urgenza al tavolo del negoziato le parti in causa. Solo una soluzione politica del conflitto sarà capace di garantire un futuro di riconciliazione e di pace a quel caro e martoriato Paese”. Società guarisca da tutti gli attentati alla vita Nella domenica in cui il Vangelo ci invita a riflettere sulla chiamata dei primi discepoli di Gesù, Francesco si sofferma sull’esigenza di un “rinnovato impegno in favore della vita umana”, dal concepimento al suo naturale tramonto, da parte “dei vari soggetti istituzionali, educativi e sociali”, unendosi così nell’odierna Giornata per la Vita in Italia a quanto auspicato dai vescovi italiani e da “quanti sono impegnati a testimoniare la cultura della vita”. “La nostra società va aiutata a guarire da tutti gli attentati alla vita, osando un cambiamento interiore, che si manifesta anche attraverso opere di misericordia”. Rompere “catene” dello sfruttamento e della tratta Il pensiero del Pontefice va poi a chi aiuta “i nuovi schiavi di oggi a rompere le pesanti catene dello sfruttamento per riappropriarsi della loro libertà e dignità”, in vista della Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, che si celebra domani: “Penso in particolare a tante donne e uomini, e a tanti bambini! Occorre fare ogni sforzo per debellare questo crimine e questa intollerabile vergogna”. Il Capodanno lunare Francesco quindi, a pochi giorni dall’intervista concessa alla testata “Asia Times” nella quale ha tra l’altro espresso i propri auspici al popolo cinese e al presidente Xi Jinping per il Capodanno lunare che ricorre domani, esorta i presenti in Piazza a salutare con un applauso i “milioni di uomini e donne”, “fratelli e sorelle nostri”, che nell’Estremo Oriente e in varie parti del mondo celebrano l’appuntamento: “A tutti auguro di sperimentare serenità e pace in seno alle loro famiglie, che costituiscono il primo luogo in cui si vivono e si trasmettono i valori dell’amore e della fraternità, della convivenza e della condivisione, dell’attenzione e della cura dell’altro. Possa il nuovo anno portare frutti di compassione, misericordia e solidarietà”. Il Vangelo domenicale Nel commento al Vangelo di Luca, il Papa riflette su Gesù che invita Simon Pietro e gli altri pescatori di Galilea a prendere il largo e gettare le reti: dopo una notte infruttuosa, spiega, le reti si riempirono di pesci. Un “segno prodigioso” che fa capire a coloro che diventeranno i primi discepoli di Cristo che “Gesù non è solo un formidabile maestro, la cui parola è vera e potente, ma che Egli è il Signore, è la manifestazione di Dio”. Ma tale presenza ravvicinata, continua Francesco, suscita in Pietro “un forte senso della propria meschinità e indegnità”: “Da un punto di vista umano, pensa che ci debba essere distanza tra il peccatore e il Santo. In verità, proprio la sua condizione di peccatore richiede che il Signore non si allontani da lui, allo stesso modo in cui un medico non può allontanarsi da chi è malato”. Non proselitismo ma misericordia Gesù lo esorta a “non temere”, lo rassicura, aggiunge il Pontefice, annunciandogli che da quel momento in poi sarà “pescatore di uomini”: così Pietro, con Giacomo e Giovanni, suoi “soci di lavoro”, lasciano tutto e seguono Cristo ponendo fiducia in Lui, diventato loro “Maestro e Signore”: “Questa è la logica che guida la missione di Gesù e la missione della Chiesa: andare in cerca, “pescare” gli uomini e le donne, non per fare proselitismo, ma per restituire a tutti la piena dignità e libertà, mediante il perdono dei peccati. Questo è l’essenziale del cristianesimo: diffondere l’amore rigenerante e gratuito di Dio, con atteggiamento di accoglienza e di misericordia verso tutti, perché ognuno possa incontrare la tenerezza di Dio e avere pienezza di vita”. San Leopoldo e San Pio In tale prospettiva e nei giorni in cui in San Pietro sono temporaneamente traslate le spoglie di due grandi confessori, il Papa pensa “in maniera particolare” a loro: “Sono i primi a dover dare la misericordia del Padre seguendo l’esempio di Gesù, come hanno fatto anche i due Frati santi, padre Leopoldo e padre Pio”. Le orme del Maestro Quindi l’auspicio, in questo Anno Santo della Misericordia, a confortare e rassicurare quanti si sentono “peccatori e indegni” di fronte al Signore e “abbattuti per i propri errori”, pregando la Vergine Maria di aiutarci a comprendere sempre più che “essere discepoli significa mettere i nostri piedi sulle orme lasciate dal Maestro”, orme di grazia divina “che rigenera vita per tutti”. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/02/07/AFP4955358_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Il prossimo incontro col “caro fratello Kirill”, il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia che il Papa vedrà il prossimo 12 febbraio a Cuba, prima di recarsi in Messico; la “generosa solidarietà” per la Siria e le sue popolazioni martoriate dalla guerra; nuovi sforzi per debellare gli “attentati alla vita” nella nostra società e la “vergogna” della tratta degli esseri umani. E ancora: serenità e pace per le famiglie dell’Estremo Oriente che stanno per celebrare il Capodanno lunare. Questi alcuni dei temi affrontati dal Papa all’Angelus, nella domenica in cui il Vangelo si sofferma sulla chiamata dei primi discepoli di Gesù. Il Pontefice ha pure ricordato le figure dei confessori San Leopoldo e San Pio, le cui reliquie sono esposte in questi giorni a San Pietro. Il servizio di <strong>Giada Aquilino</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_6186055" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00516087.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00516087.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p><strong>Il “caro fratello Kirill”</strong><br/> Da un’affollata Piazza San Pietro, lo sguardo del Papa si allarga e vede le piaghe del mondo di oggi, fatto di guerre e sfruttamenti, ma anche contrassegnato da gesti d’incontro, come quello che a breve compirà il Pontefice a Cuba, con colui che definisce il “caro fratello Kirill”, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia. Salutando i pellegrini presenti, Francesco si rivolge alla comunità sacerdotale del Collegio messicano di Roma:</p> <p>“Grazie per il vostro impegno di accompagnare con la preghiera il viaggio apostolico in Messico che compirò tra pochi giorni e anche l’incontro che avrò all’Avana con il mio caro fratello Kirill”.</p> <p><strong>Generosa solidarietà per la Siria</strong><br/> Il pensiero di Francesco va poi subito all'“amata” Siria, chiedendo sopravvivenza, dignità e pace per il suo popolo, afflitto da “violenti combattimenti” e costretto “ad abbandonare tutto per sfuggire agli orrori della guerra”:</p> <p>“Auspico che, con generosa solidarietà, si presti l’aiuto necessario per assicurare loro sopravvivenza e dignità, mentre faccio appello alla Comunità internazionale affinché non risparmi alcuno sforzo per portare con urgenza al tavolo del negoziato le parti in causa. Solo una soluzione politica del conflitto sarà capace di garantire un futuro di riconciliazione e di pace a quel caro e martoriato Paese”.</p> <p><strong>Società guarisca da tutti gli attentati alla vita</strong><br/> Nella domenica in cui il Vangelo ci invita a riflettere sulla chiamata dei primi discepoli di Gesù, Francesco si sofferma sull’esigenza di un “rinnovato impegno in favore della vita umana”, dal concepimento al suo naturale tramonto, da parte “dei vari soggetti istituzionali, educativi e sociali”, unendosi così nell’odierna Giornata per la Vita in Italia a quanto auspicato dai vescovi italiani e da “quanti sono impegnati a testimoniare la cultura della vita”.</p> <p>“La nostra società va aiutata a guarire da tutti gli attentati alla vita, osando un cambiamento interiore, che si manifesta anche attraverso opere di misericordia”.</p> <p><strong>Rompere “catene” dello sfruttamento e della tratta</strong><br/> Il pensiero del Pontefice va poi a chi aiuta “i nuovi schiavi di oggi a rompere le pesanti catene dello sfruttamento per riappropriarsi della loro libertà e dignità”, in vista della Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, che si celebra domani:</p> <p>“Penso in particolare a tante donne e uomini, e a tanti bambini! Occorre fare ogni sforzo per debellare questo crimine e questa intollerabile vergogna”.</p> <p><strong>Il Capodanno lunare</strong><br/> Francesco quindi, a pochi giorni dall’intervista concessa alla testata “Asia Times” nella quale ha tra l’altro espresso i propri auspici al popolo cinese e al presidente Xi Jinping per il Capodanno lunare che ricorre domani, esorta i presenti in Piazza a salutare con un applauso i “milioni di uomini e donne”, “fratelli e sorelle nostri”, che nell’Estremo Oriente e in varie parti del mondo celebrano l’appuntamento:</p> <p>“A tutti auguro di sperimentare serenità e pace in seno alle loro famiglie, che costituiscono il primo luogo in cui si vivono e si trasmettono i valori dell’amore e della fraternità, della convivenza e della condivisione, dell’attenzione e della cura dell’altro. Possa il nuovo anno portare frutti di compassione, misericordia e solidarietà”.</p> <p><strong>Il Vangelo domenicale</strong><br/> Nel commento al Vangelo di Luca, il Papa riflette su Gesù che invita Simon Pietro e gli altri pescatori di Galilea a prendere il largo e gettare le reti: dopo una notte infruttuosa, spiega, le reti si riempirono di pesci. Un “segno prodigioso” che fa capire a coloro che diventeranno i primi discepoli di Cristo che “Gesù non è solo un formidabile maestro, la cui parola è vera e potente, ma che Egli è il Signore, è la manifestazione di Dio”. Ma tale presenza ravvicinata, continua Francesco, suscita in Pietro “un forte senso della propria meschinità e indegnità”:</p> <p>“Da un punto di vista umano, pensa che ci debba essere distanza tra il peccatore e il Santo. In verità, proprio la sua condizione di peccatore richiede che il Signore non si allontani da lui, allo stesso modo in cui un medico non può allontanarsi da chi è malato”.</p> <p><strong>Non proselitismo ma misericordia</strong><br/> Gesù lo esorta a “non temere”, lo rassicura, aggiunge il Pontefice, annunciandogli che da quel momento in poi sarà “pescatore di uomini”: così Pietro, con Giacomo e Giovanni, suoi “soci di lavoro”, lasciano tutto e seguono Cristo ponendo fiducia in Lui, diventato loro “Maestro e Signore”:</p> <p>“Questa è la logica che guida la missione di Gesù e la missione della Chiesa: andare in cerca, “pescare” gli uomini e le donne, non per fare proselitismo, ma per restituire a tutti la piena dignità e libertà, mediante il perdono dei peccati. Questo è l’essenziale del cristianesimo: diffondere l’amore rigenerante e gratuito di Dio, con atteggiamento di accoglienza e di misericordia verso tutti, perché ognuno possa incontrare la tenerezza di Dio e avere pienezza di vita”.</p> <p><strong>San Leopoldo e San Pio</strong><br/> In tale prospettiva e nei giorni in cui in San Pietro sono temporaneamente traslate le spoglie di due grandi confessori, il Papa pensa “in maniera particolare” a loro:</p> <p>“Sono i primi a dover dare la misericordia del Padre seguendo l’esempio di Gesù, come hanno fatto anche i due Frati santi, padre Leopoldo e padre Pio”.</p> <p><strong>Le orme del Maestro</strong><br/> Quindi l’auspicio, in questo Anno Santo della Misericordia, a confortare e rassicurare quanti si sentono “peccatori e indegni” di fronte al Signore e “abbattuti per i propri errori”, pregando la Vergine Maria di aiutarci a comprendere sempre più che “essere discepoli significa mettere i nostri piedi sulle orme lasciate dal Maestro”, orme di grazia divina “che rigenera vita per tutti”.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/02/07/francesco_ha_pure_inviato_gli_auguri_per_il_capodanno_lunare/1206673">(Da Radio Vaticana)</a>​Il Papa parla della preghiera e venera le reliquie di san Pio di Pietrelcina e di san Leopoldo Mandić2016-02-06T14:38:43+00:00http://www.news.va/it/news/in-una-piazza-san-pietro-gremita-da-decine-di-miglCome le decine di migliaia di devoti che sono giunti a Roma, anche Papa Francesco si è recato nel primo pomeriggio di sabato 6 febbraio nella Basilica vaticana per venerare le spoglie dei santi Pio da Pietrelcina e Leopoldo Mandić. Un momento di preghiera personale, segnato dalla recita del Rosario con un gruppo di frati francescani e di studenti, dopo che in mattinata proprio la preghiera era stata al centro dell’udienza ai fedeli giunti numerosissimi in occasione del pellegrinaggio giubilare delle reliquie di padre Pio. Incontrandoli in piazza San Pietro, gremita per l’occasione, il Pontefice ha rivolto loro l’invito a «sperimentare la bellezza del perdono del Signore. E questa — ha aggiunto — è una scienza che dobbiamo imparare tutti i giorni». Ricordando il ministero di confessore praticato da padre Pio, «talvolta fino allo sfinimento», Papa Francesco ha spiegato che «in questo modo la sua piccola goccia è diventata un grande fiume di misericordia, che ha irrigato tanti cuori deserti e creato oasi di vita». Il riferimento diretto era ai Gruppi di preghiera, che — ha avvertito — «non sono solo centri di ritrovo, ma dei focolai di amore divino». A essi ha ricordato come la preghiera non possa essere considerata soltanto «una buona pratica per mettersi un po’ di pace nel cuore; e nemmeno un mezzo devoto per ottenere quel che ci serve. Se fosse così — ha chiarito — sarebbe mossa da un sottile egoismo: io prego per star bene, come se prendessi un’aspirina». Al contrario, la preghiera «è un’opera di misericordia spirituale, che vuole portare tutto al cuore di Dio. La preghiera è dire: “Prendi tu, che sei Padre. Guardaci tu, che sei Padre”. È questo rapporto con il Padre». Di più: «È un dono di fede e di amore, un’intercessione di cui c’è bisogno come del pane. In una parola, significa affidare la Chiesa, affidare le persone, affidare le situazioni al Padre perché se ne prenda cura». Altrimenti, ha fatto notare, «rischia di appoggiarsi altrove: sui mezzi, sui soldi, sul potere», con la conseguenza che «l’evangelizzazione svanisce e la gioia si spegne e il cuore diventa noioso». Da qui l’incoraggiamento affinché i Gruppi di preghiera siano «centrali sempre aperte e attive, che con la potenza umile della preghiera provvedano la luce di Dio al mondo e l’energia dell’amore alla Chiesa». Poi oltre che di questa «opera di misericordia spirituale dei Gruppi di preghiera», il Papa ha parlato della Casa sollievo della sofferenza, definita «una straordinaria opera di misericordia corporale, inaugurata sessanta anni fa» per essere non «soltanto un eccellente ospedale, ma un “tempio di scienza e di preghiera”». Infatti, ha chiarito, «è tanto importante questo: curare la malattia, ma soprattutto prendersi cura del malato. Sono due cose diverse» ma «importanti». Del resto «può succedere che, mentre si medicano le ferite del corpo, si aggravino le ferite dell’anima, che sono più lente e spesso difficili da sanare». Il discorso del Papa ...<p style="text-align: justify;">Come le decine di migliaia di devoti che sono giunti a Roma, anche Papa Francesco si è recato nel primo pomeriggio di sabato 6 febbraio nella Basilica vaticana per venerare le spoglie dei santi Pio da Pietrelcina e Leopoldo Mandić. Un momento di preghiera personale, segnato dalla recita del Rosario con un gruppo di frati francescani e di studenti, dopo che in mattinata proprio la preghiera era stata al centro dell’udienza ai fedeli giunti numerosissimi in occasione del pellegrinaggio giubilare delle reliquie di padre Pio. Incontrandoli in piazza San Pietro, gremita per l’occasione, il Pontefice ha rivolto loro l’invito a «sperimentare la bellezza del perdono del Signore. E questa — ha aggiunto — è una scienza che dobbiamo imparare tutti i giorni».</p><p><img alt="" src="http://vaticanresources.s3.amazonaws.com:80/images%2F7543d28d632f4dcdb6b115fb632c37cf_33.jpg" style="float: right; margin: 0px 0px 10px 10px;" title=""/></p><p style="text-align: justify;">Ricordando il ministero di confessore praticato da padre Pio, «talvolta fino allo sfinimento», Papa Francesco ha spiegato che «in questo modo la sua piccola goccia è diventata un grande fiume di misericordia, che ha irrigato tanti cuori deserti e creato oasi di vita». Il riferimento diretto era ai Gruppi di preghiera, che — ha avvertito — «non sono solo centri di ritrovo, ma dei focolai di amore divino».</p><p style="text-align: justify;">A essi ha ricordato come la preghiera non possa essere considerata soltanto «una buona pratica per mettersi un po’ di pace nel cuore; e nemmeno un mezzo devoto per ottenere quel che ci serve. Se fosse così — ha chiarito — sarebbe mossa da un sottile egoismo: io prego per star bene, come se prendessi un’aspirina».</p><p style="text-align: justify;"></p><p style="text-align: justify;">Al contrario, la preghiera «è un’opera di misericordia spirituale, che vuole portare tutto al cuore di Dio. La preghiera è dire: “Prendi tu, che sei Padre. Guardaci tu, che sei Padre”. È questo rapporto con il Padre». Di più: «È un dono di fede e di amore, un’intercessione di cui c’è bisogno come del pane. In una parola, significa affidare la Chiesa, affidare le persone, affidare le situazioni al Padre perché se ne prenda cura». Altrimenti, ha fatto notare, «rischia di appoggiarsi altrove: sui mezzi, sui soldi, sul potere», con la conseguenza che «l’evangelizzazione svanisce e la gioia si spegne e il cuore diventa noioso». Da qui l’incoraggiamento affinché i Gruppi di preghiera siano «centrali sempre aperte e attive, che con la potenza umile della preghiera provvedano la luce di Dio al mondo e l’energia dell’amore alla Chiesa». Poi oltre che di questa «opera di misericordia spirituale dei Gruppi di preghiera», il Papa ha parlato della Casa sollievo della sofferenza, definita «una straordinaria opera di misericordia corporale, inaugurata sessanta anni fa» per essere non «soltanto un eccellente ospedale, ma un “tempio di scienza e di preghiera”». Infatti, ha chiarito, «è tanto importante questo: curare la malattia, ma soprattutto prendersi cura del malato. Sono due cose diverse» ma «importanti». Del resto «può succedere che, mentre si medicano le ferite del corpo, si aggravino le ferite dell’anima, che sono più lente e spesso difficili da sanare».</p><p style="text-align: justify;"></p><p style="text-align: justify;"><a href="http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2016/2/6/preghierapadrepio.html" target="_blank">Il discorso del Papa </a></p>​Soddisfazione dopo l’annuncio dell’incontro tra Papa Francesco e il patriarca Cirillo - Atteso da tempo2016-02-06T14:24:53+00:00http://www.news.va/it/news/soddisfazione-dopo-lannuncio-dellincontro-tra-papaUn «incontro storico» e un «passo ulteriore verso l’unità» dei cristiani. Così il cardinale arcivescovo di Esztergom-Budapest, Péter Erdő, presidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee), definisce l’annunciato incontro, la settimana prossima a Cuba, tra Papa Francesco e il patriarca di Mosca Cirillo. In una lettera di felicitazioni indirizzata al leader ortodosso, il porporato sottolinea che questo «storico incontro, che viene così a suggellare felicemente decenni di dialogo tra la Santa Sede e il patriarcato della Chiesa ortodossa russa, conforta anche il Ccee nella scelta di investirsi in questo dialogo. Insieme al metropolita Ilarione di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca, abbiamo molto collaborato per la creazione e la realizzazione del Forum europeo cattolico ortodosso, istanza ecclesiale volta a promuovere una migliore collaborazione pastorale tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse in Europa, e di cui è già in preparazione la quinta edizione». La Chiesa in Europa, aggiunge dunque il cardinale Erdő, «guarda questo evento come un ulteriore passo compiuto per l’unità e per la comune testimonianza dei cristiani». Di un evento storico e un ulteriore tappa del cammino intrapreso con determinazione da Papa Francesco per far cadere le barriere tra i popoli e le religioni parlano i vescovi cattolici di Cuba salutando con gioia la notizia, che ieri in pochi minuti ha fatto il giro del mondo, dell’incontro che Francesco e il patriarca ortodosso di Mosca avranno proprio sul suolo cubano. Per il segretario esecutivo e portavoce dell’episcopato, José Félix Pérez, quello in programma il prossimo 12 febbraio presso l’aeroporto internazionale José Martí sarà un avvenimento dal «grande significato storico» perché «dopo secoli di allontanamento sarà un incontro che significherà molto dal punto di vista del dialogo tra le religioni». Soprattutto però, in una dichiarazione rilasciata all’agenzia Efe, il sacerdote evidenzia come tale evento si inserisca a pieno titolo nel quadro degli sforzi intrapresi da Papa Francesco per promuovere una «cultura dell’incontro, del dialogo e della riconciliazione». Ricordando, in questo senso, non solo il viaggio compiuto dal Pontefice nel settembre scorso a Cuba insieme all’impegno della Santa Sede per ricomporre finalmente le relazioni tra L’Avana e gli Stati Uniti ma anche l’annunciata partecipazione del Papa alla commemorazione del cinquecentenario della riforma luterana. L’annunciato incontro tra i primati della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa russa ha avuto una importante eco anche nella comunità ecumenica di Taizé. Appresa la notizia, il priore, fratel Alois, ha scritto una breve preghiera per la «comunione della Chiesa», diffusa attraverso il sito in rete della comunità. In essa si affida allo Spirito santo il compito di «sostenere» e «incoraggiare» Papa Francesco e il patriarca Cirillo in questo loro incontro «atteso da tempo». E si rinnova l’invito, rivolto a tutti i battezzati, a diventare «operatori di pace nella famiglia umana». Sulla straordinaria importanza dell’appuntamento cubano si sofferma anche Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose. In una riflessione che compare sul sito di «Famiglia Cristiana», Bianchi sottolinea in particolare come questo incontro avverrà «in obbedienza all’Evangelo di Cristo, in un contesto in cui Roma e Mosca sollecitano preghiere al Signore, che ha supplicato i suoi discepoli di cercare, vivere, custodire l’unità che solo in Dio trova compimento e sigillo». In questa prospettiva, aggiunge, la nuova fase dei rapporti tra Roma e Mosca «diventa modello da seguire: è frutto di un dialogo perseguito con santa testardaggine ed accettato con evangelica umiltà». Per il priore di Bose, con Papa Bergoglio si è aperta una nuova fase. «L’incontro — sostiene Bianchi — è frutto dell’ecumenismo concreto di Francesco che si nutre, sì, di profondità evangelica, ma che non usa l’affidamento allo Spirito come alibi per non muovere un passo, qui, sulla terra»....<p style="text-align: justify;">Un «incontro storico» e un «passo ulteriore verso l’unità» dei cristiani. Così il cardinale arcivescovo di Esztergom-Budapest, Péter Erdő, presidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee), definisce l’annunciato incontro, la settimana prossima a Cuba, tra Papa Francesco e il patriarca di Mosca Cirillo. In una lettera di felicitazioni indirizzata al leader ortodosso, il porporato sottolinea che questo «storico incontro, che viene così a suggellare felicemente decenni di dialogo tra la Santa Sede e il patriarcato della Chiesa ortodossa russa, conforta anche il Ccee nella scelta di investirsi in questo dialogo. Insieme al metropolita Ilarione di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca, abbiamo molto collaborato per la creazione e la realizzazione del Forum europeo cattolico ortodosso, istanza ecclesiale volta a promuovere una migliore collaborazione pastorale tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse in Europa, e di cui è già in preparazione la quinta edizione». La Chiesa in Europa, aggiunge dunque il cardinale Erdő, «guarda questo evento come un ulteriore passo compiuto per l’unità e per la comune testimonianza dei cristiani».</p><p><img alt="" src="http://vaticanresources.s3.amazonaws.com:80/images%2F0035e7a5371155abda29becce9abb8e9.jpg" style="float: right; margin: 0px 0px 10px 10px;" title=""/></p><p style="text-align: justify;">Di un evento storico e un ulteriore tappa del cammino intrapreso con determinazione da Papa Francesco per far cadere le barriere tra i popoli e le religioni parlano i vescovi cattolici di Cuba salutando con gioia la notizia, che ieri in pochi minuti ha fatto il giro del mondo, dell’incontro che Francesco e il patriarca ortodosso di Mosca avranno proprio sul suolo cubano. Per il segretario esecutivo e portavoce dell’episcopato, José Félix Pérez, quello in programma il prossimo 12 febbraio presso l’aeroporto internazionale José Martí sarà un avvenimento dal «grande significato storico» perché «dopo secoli di allontanamento sarà un incontro che significherà molto dal punto di vista del dialogo tra le religioni». Soprattutto però, in una dichiarazione rilasciata all’agenzia Efe, il sacerdote evidenzia come tale evento si inserisca a pieno titolo nel quadro degli sforzi intrapresi da Papa Francesco per promuovere una «cultura dell’incontro, del dialogo e della riconciliazione». Ricordando, in questo senso, non solo il viaggio compiuto dal Pontefice nel settembre scorso a Cuba insieme all’impegno della Santa Sede per ricomporre finalmente le relazioni tra L’Avana e gli Stati Uniti ma anche l’annunciata partecipazione del Papa alla commemorazione del cinquecentenario della riforma luterana. </p><p style="text-align: justify;">L’annunciato incontro tra i primati della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa russa ha avuto una importante eco anche nella comunità ecumenica di Taizé. Appresa la notizia, il priore, fratel Alois, ha scritto una breve preghiera per la «comunione della Chiesa», diffusa attraverso il sito in rete della comunità. In essa si affida allo Spirito santo il compito di «sostenere» e «incoraggiare» Papa Francesco e il patriarca Cirillo in questo loro incontro «atteso da tempo». E si rinnova l’invito, rivolto a tutti i battezzati, a diventare «operatori di pace nella famiglia umana».</p><p style="text-align: justify;">Sulla straordinaria importanza dell’appuntamento cubano si sofferma anche Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose. In una riflessione che compare sul sito di «Famiglia Cristiana», Bianchi sottolinea in particolare come questo incontro avverrà «in obbedienza all’Evangelo di Cristo, in un contesto in cui Roma e Mosca sollecitano preghiere al Signore, che ha supplicato i suoi discepoli di cercare, vivere, custodire l’unità che solo in Dio trova compimento e sigillo». In questa prospettiva, aggiunge, la nuova fase dei rapporti tra Roma e Mosca «diventa modello da seguire: è frutto di un dialogo perseguito con santa testardaggine ed accettato con evangelica umiltà». Per il priore di Bose, con Papa Bergoglio si è aperta una nuova fase. «L’incontro — sostiene Bianchi — è frutto dell’ecumenismo concreto di Francesco che si nutre, sì, di profondità evangelica, ma che non usa l’affidamento allo Spirito come alibi per non muovere un passo, qui, sulla terra».</p>Vaticano, Anno giudiziario: alto livello prevenzione riciclaggio2016-02-06T13:05:05+00:00http://www.news.va/it/news/vaticano-anno-giudiziario-alto-livello-prevenzione Le recenti riforme nell’ordinamento vaticano volute da Papa Francesco e le attività svolte dagli organi giudiziari sono state, stamani, al centro della relazione del Promotore di Giustizia, l’avvocato Gian Piero Milano, per l’inaugurazione in Vaticano dell’Anno giudiziario 2016. Prima della relazione, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha celebrato la Santa Messa nella Cappella di Maria, Madre della Famiglia, nel Palazzo del Governatorato. Nella relazione non ci sono riferimenti alla vicenda dell’ex nunzio Józef Wesołowski, morto prima della celebrazione del processo, e alla fuga di notizie del cosiddetto caso “Vatileaks” perché il periodo dell’iter giudiziario, in questo caso, non corrisponde all’arco temporale preso in esame. Il servizio di Amedeo Lomonaco : Nella relazione del Promotore di Giustizia, l’avvocato Gian Piero Milano, si ricorda che le riforme avviate da Papa Francesco incidono profondamente sulla vita interna dello Stato Vaticano, sulla sua attività normativa, giurisdizionale ed amministrativa. “Hanno effetto anche sul piano dei rapporti con gli altri ordinamenti, ai quali la Chiesa e le sue espressioni istituzionali possono offrire un contributo peculiare e significativo” per la soluzione di grandi problemi. La giustizia non riguarda solo la singola persona ma l’intera comunità La carità verso il prossimo, la pace, la cura del creato, la sollecitudine instancabile per l’eliminazione delle diseguaglianze – si sottolinea nella relazione - sono valori che interpellano anche gli operatori della giustizia, chiamati ad intervenire – come ha affermato Papa Francesco nel discorso rivolto ai membri del Consiglio Superiore della Magistratura italiana – “in presenza di una violazione della regola”. Non è solo un atto che riguarda la singola persona, ma la comunità nel suo insieme. La giustizia nell’Anno Santo della Misericordia L’inaugurazione dell’Anno giudiziario – l’87.mo del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano – cade nell’Anno Santo della Misericordia. Il ministero della misericordia e quello della giustizia, “che in un’ottica terrena possono apparire solo a tratti coniugabili”, sono legati da “una relazione di inclusione”. “La giustizia – come ha sottolineato il Santo Padre nella bolla Misericordiae Vultus – da sola non basta. Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono”. Il diritto ecclesiale e le sue basi Il sistema delle fonti del diritto vaticano – ricorda il Promotore di Giustizia - “individua nell’ordinamento canonico la prima fonte normativa”. Accanto a questo impianto operano poi le fonti principali: la legge fondamentale del 2000 e le leggi promulgate per lo Stato della Città del Vaticano dal Pontefice, dalla Pontificia Commissione. Per le materie in cui non provvedano le fonti principali, si osservano, in via suppletiva, le leggi emanate dallo Stato italiano, se applicabili nell’ordinamento vaticano. Apportate varie riforme all’ordinamento vaticano Con il Pontificato di Papa Francesco è iniziata una nuova fase legislativa: “la Santa Sede condivide le istanze più urgenti della comunità internazionale, in particolare la tutela dei mercati finanziari ed il contrasto al riciclaggio dei proventi di attività criminose e al finanziamento del terrorismo”. La Santa Sede e lo Stato della Città del Vaticano si sono anche “impegnati ad adottare una serie di misure di adeguamento e recezione di specifiche norme dell’Unione Europea”. Adeguamento agli standard europei per materie economiche e finanziarie Il processo di assimilazione delle regole europee in materia economico-finanziaria ha determinato “la graduale integrazione nell’ordinamento comunitario” e il “disancoramento” in tale materia dalla legislazione italiana. E’ quanto avvenuto, in modo emblematico, “per il reato di riciclaggio”. Con l’acquisizione degli assetti normativi di matrice comunitaria - si osserva nella relazione - i confini virtuali dello Stato Vaticano si sono dilatati da enclave d’Italia ad enclave d’Europa. Modifiche in materia penale L’adeguamento alla legislazione sovranazionale ha portato all’individuazione di nuove figure di reato: delitti contro la persona (discriminazione razziale, tratta di persone, tortura); delitti contro i minori (vendita di minori, induzione o gestione della prostituzione minorile, violenza sessuale, pedopornografia, arruolamento di minori); delitti contro l’umanità (genocidio e altri delitti contro la popolazione civile). A questi si aggiungono crimini di guerra e delitti legati al terrorismo e a sostanze stupefacenti. Modifiche al codice di procedura penale Modifiche radicali riguardano il rifiuto di assistenza giudiziaria che deve essere sempre motivato. “Può essere opposto laddove l’esecuzione della richiesta sia tale da arrecare pregiudizio alla sovranità, sicurezza, ordine pubblico o altri interessi fondamentali della Santa Sede o dello Stato”. Si specifica anche che “nei casi espressamente previsti dalle convenzioni internazionali ratificate, non potrà essere invocato il segreto bancario per respingere una domanda di assistenza giudiziaria”. Riforme in materia finanziaria L’azione di ammodernamento – scrive il Promotore di Giustizia - ha riguardato soprattutto “il settore della regolamentazione del sistema finanziario”. In questo ambito l’ordinamento vaticano è ormai alla pari con quello europeo. Sono state introdotte varie disposizioni “volte a tutelare e ad incrementare la trasparenza, l’integrità e la stabilità del mercato”. Il fulcro del sistema è costituito dalla “adeguata verifica” che devono svolgere gli operatori finanziari o professionali. Alto livello nelle attività di vigilanza E’ stato raggiunto “un alto livello di operatività” in politiche di prevenzione del riciclaggio e in altre attività di vigilanza. Nel corso del 2015 l’Autorità di informazione finanziaria (A.I.F.) ha ricevuto circa 350 segnalazioni di attività sospette. Significativo è stato anche lo scambio di  informazioni con istituzioni di altri Paesi. Tali segnalazioni hanno portato “ad una serie di provvedimenti di sequestro cautelare di somme per un valore complessivo superiore ad 11 milioni di euro”. Il Consiglio per l’Economia e la Segreteria per l’Economia Con il Motu proprio “Fidelis dispensator et prudens” del 24 febbraio del 2014 sono stati istituiti il Consiglio per l’Economia e la Segreteria per l’Economia. Il primo ha il compito “di vigilare sulle strutture e sulle attività amministrative e finanziarie dei dicasteri della Curia Romana, delle istituzioni collegate con la Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano”. La seconda ha il compito di attuare “il controllo economico e la vigilanza sui medesimi enti e istituzioni”. Verifiche internazionali sul sistema finanziario Il processo di graduale applicazione della normativa internazionale – si sottolinea - ha portato anche a controlli e verifiche da parte di organismi europei. In questo quadro assume particolare rilevanza il controllo periodico effettuato da “Moneyval, Comitato di esperti del Consiglio d’Europa, per la valutazione delle misure di lotta al riciclaggio di denaro e di finanziamento del terrorismo”. Per quanto riguarda la Santa Sede, le verifiche condotte si sono concluse con esito positivo. Moneyval raccomanda di intensificare le attività in ambito finanziario Moneyval ha raccomandato l’Ufficio del Promotore di Giustizia di intensificare “le attività di prosecuzione giudiziale e quella, previa, di investigazione dei reati in materia finanziaria”. Nella relazione si ricorda che “se le risultanze probatorie appaiono fragili o comunque non convincenti oltre ogni ragionevole dubbio, esigenze di giustizia, oltre che di economia processuale, impongono che il procedimento si fermi alle soglie del dibattimento”. Estremamente difficili gli accertamenti di reati finanziari Un altro limite è costituito dal fatto che, sebbene l’ordinamento penale punisca tra l’altro la ricettazione e il riciclaggio in tutti i casi “è necessaria non solo la prova ma anche la dimostrazione della consapevolezza di tale provenienza”. Si tratta di accertamenti – ricorda il Promotore di Giustizia – estremamente difficili perché, nel caso dello Stato della Città del Vaticano, “richiedono quasi sempre la collaborazione di autorità giudiziarie straniere”. Si tratta infatti, quasi sempre, di cittadini non vaticani. Rafforzare gli strumenti preventivi contro reati finanziari E’ indubbio che nessun sistema potrà mai essere in grado “di annullare il rischio di infiltrazione di capitali illeciti se non sarà accompagnato da un adeguato meccanismo repressivo”. Proprio sotto il profilo della repressione – spiega il Promotore di Giustizia - il sistema ha un apparato cautelare e sanzionatorio efficaci che sta dando risultati concreti e apprezzati. Si tratta – si legge nella relazione – “solo di completare l’opera rafforzando gli strumenti di intervento preventivo”.  Convenzione tra Santa Sede e Italia in materia fiscale Per disciplinare la cooperazione in materia fiscale presso la Segreteria di Stato è stata sottoscritta, il primo aprile del 2015, la Convenzione tra Santa Sede e Repubblica italiana. Tale Convenzione consente “il pieno adempimento, con modalità semplificate, degli obblighi fiscali relativi alle attività finanziarie detenute presso enti che svolgono attività finanziaria nella Santa Sede da alcune persone fisiche e giuridiche fiscalmente residenti in Italia”. Riforme degli organi giudiziari Le riforme hanno riguardato anche l’ordinamento giudiziario. Sono state concesse, in particolare, “più ampie prerogative ai Tribunali vaticani”. I nuovi assetti, determinati dalle recenti riforme di Papa Francesco, assicurano “una interlocuzione e rapporti di cooperazione con altri ordinamenti, per una più efficace adozione di tutti gli strumenti giuridici e di prevenzione e contrasto sviluppati dalla comunità internazionale, a presidio del bene comune”. Attività della Gendarmeria Sono molteplici le attività svolte dalla Gendarmeria. Tra quelle legate alle recenti riforme – ricorda il Promotore di Giustizia - i controlli sul trasporto transfrontaliero di denaro contante hanno portato ad una media di 30 verifiche al giorno per un totale di 11 mila all’anno. Più in generale, nel corso del 2015 sono stati disposti 8 arresti e 53 fermi. Le denunce di furto sono state 58. Sono state elevate 88 contravvenzioni. Sono stati accertati 64 incidenti stradali. Sono inoltre stati 3 i tentativi di truffa. Crimini informatici Tra le attività della polizia giudiziaria rientrano le azioni di contrasto dei crimini informatici. Sono stati oscurati siti web con contenuti diffamatori dello Stato del Vaticano e della Santa Sede. Sono stati chiusi account di posta elettronica “per reati di truffa, ovvero di furto di identità virtuale”. In questa materia, in particolare, emerge “il ruolo strategico della cooperazione sia a livello interno sia soprattutto in ambito internazionale tra omologhe istituzioni operanti nei vari Stati”. Le attività degli organi giudiziari Nel corso dell’anno giudiziario – si legge infine nella relazione - si è registrato “un significativo incremento del carico giudiziale”. In particolare, il giudice unico, in materia civile, ha avviato una procedura “per constatazione e prelievo di documenti”. Ha inoltre apposto 250 vidimazioni sui registri matrimoniali, 112 sui registri di cittadinanza, 6 in quelli di residenza e 14 nei registri dei decessi. In sede penale, ha esaminato 2 segnalazioni di infortunio avvenuti nella Città del Vaticano. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2012/09/28/ANSA446908_LancioGrande.jpg" title=""/> <p><span style="line-height: 1.6;">Le recenti riforme nell’ordinamento vaticano volute da Papa Francesco e le attività svolte dagli organi giudiziari sono state, stamani, al centro della relazione del Promotore di Giustizia, l’avvocato Gian Piero Milano, per l’inaugurazione in Vaticano dell’Anno giudiziario 2016. Prima della relazione, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha celebrato la Santa Messa nella Cappella di Maria, Madre della Famiglia, nel Palazzo del Governatorato. Nella relazione non ci sono riferimenti alla vicenda dell’ex nunzio Józef Wesołowski, morto prima della celebrazione del processo, e alla fuga di notizie del cosiddetto caso “Vatileaks” perché il periodo dell’iter giudiziario, in questo caso, non corrisponde all’arco temporale preso in esame. Il servizio di </span><strong style="line-height: 1.6;">Amedeo Lomonaco</strong><span style="line-height: 1.6;">:</span></p> <p>Nella relazione del Promotore di Giustizia, l’avvocato Gian Piero Milano, si ricorda che le riforme avviate da Papa Francesco incidono profondamente sulla vita interna dello Stato Vaticano, sulla sua attività normativa, giurisdizionale ed amministrativa. “Hanno effetto anche sul piano dei rapporti con gli altri ordinamenti, ai quali la Chiesa e le sue espressioni istituzionali possono offrire un contributo peculiare e significativo” per la soluzione di grandi problemi.</p> <p><strong>La giustizia non riguarda solo la singola persona ma l’intera comunità</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">La carità verso il prossimo, la pace, la cura del creato, la sollecitudine instancabile per l’eliminazione delle diseguaglianze – si sottolinea nella relazione - sono valori che interpellano anche gli operatori della giustizia, chiamati ad intervenire – come ha affermato Papa Francesco nel discorso rivolto ai membri del Consiglio Superiore della Magistratura italiana – “in presenza di una violazione della regola”. Non è solo un atto che riguarda la singola persona, ma la comunità nel suo insieme.</span></p> <p><strong>La giustizia nell’Anno Santo della Misericordia</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">L’inaugurazione dell’Anno giudiziario – l’87.mo del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano – cade nell’Anno Santo della Misericordia. Il ministero della misericordia e quello della giustizia, “che in un’ottica terrena possono apparire solo a tratti coniugabili”, sono legati da “una relazione di inclusione”. “La giustizia – come ha sottolineato il Santo Padre nella bolla Misericordiae Vultus – da sola non basta. Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono”.</span></p> <p><strong>Il diritto ecclesiale e le sue basi</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Il sistema delle fonti del diritto vaticano – ricorda il Promotore di Giustizia - “individua nell’ordinamento canonico la prima fonte normativa”. Accanto a questo impianto operano poi le fonti principali: la legge fondamentale del 2000 e le leggi promulgate per lo Stato della Città del Vaticano dal Pontefice, dalla Pontificia Commissione. Per le materie in cui non provvedano le fonti principali, si osservano, in via suppletiva, le leggi emanate dallo Stato italiano, se applicabili nell’ordinamento vaticano.</span></p> <p><strong>Apportate varie riforme all’ordinamento vaticano</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Con il Pontificato di Papa Francesco è iniziata una nuova fase legislativa: “la Santa Sede condivide le istanze più urgenti della comunità internazionale, in particolare la tutela dei mercati finanziari ed il contrasto al riciclaggio dei proventi di attività criminose e al finanziamento del terrorismo”. La Santa Sede e lo Stato della Città del Vaticano si sono anche “impegnati ad adottare una serie di misure di adeguamento e recezione di specifiche norme dell’Unione Europea”.</span></p> <p><strong>Adeguamento agli standard europei per materie economiche e finanziarie</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Il processo di assimilazione delle regole europee in materia economico-finanziaria ha determinato “la graduale integrazione nell’ordinamento comunitario” e il “disancoramento” in tale materia dalla legislazione italiana. E’ quanto avvenuto, in modo emblematico, “per il reato di riciclaggio”. Con l’acquisizione degli assetti normativi di matrice comunitaria - si osserva nella relazione - i confini virtuali dello Stato Vaticano si sono dilatati da enclave d’Italia ad enclave d’Europa.</span></p> <p><strong>Modifiche in materia penale</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">L’adeguamento alla legislazione sovranazionale ha portato all’individuazione di nuove figure di reato: delitti contro la persona (discriminazione razziale, tratta di persone, tortura); delitti contro i minori (vendita di minori, induzione o gestione della prostituzione minorile, violenza sessuale, pedopornografia, arruolamento di minori); delitti contro l’umanità (genocidio e altri delitti contro la popolazione civile). A questi si aggiungono crimini di guerra e delitti legati al terrorismo e a sostanze stupefacenti.</span></p> <p><strong>Modifiche al codice di procedura penale</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Modifiche radicali riguardano il rifiuto di assistenza giudiziaria che deve essere sempre motivato. “Può essere opposto laddove l’esecuzione della richiesta sia tale da arrecare pregiudizio alla sovranità, sicurezza, ordine pubblico o altri interessi fondamentali della Santa Sede o dello Stato”. Si specifica anche che “nei casi espressamente previsti dalle convenzioni internazionali ratificate, non potrà essere invocato il segreto bancario per respingere una domanda di assistenza giudiziaria”.</span></p> <p><strong>Riforme in materia finanziaria</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">L’azione di ammodernamento – scrive il Promotore di Giustizia - ha riguardato soprattutto “il settore della regolamentazione del sistema finanziario”. In questo ambito l’ordinamento vaticano è ormai alla pari con quello europeo. Sono state introdotte varie disposizioni “volte a tutelare e ad incrementare la trasparenza, l’integrità e la stabilità del mercato”. Il fulcro del sistema è costituito dalla “adeguata verifica” che devono svolgere gli operatori finanziari o professionali.</span></p> <p><strong>Alto livello nelle attività di vigilanza</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">E’ stato raggiunto “un alto livello di operatività” in politiche di prevenzione del riciclaggio e in altre attività di vigilanza. Nel corso del 2015 l’Autorità di informazione finanziaria (A.I.F.) ha ricevuto circa 350 segnalazioni di attività sospette. Significativo è stato anche lo scambio di  informazioni con istituzioni di altri Paesi. Tali segnalazioni hanno portato “ad una serie di provvedimenti di sequestro cautelare di somme per un valore complessivo superiore ad 11 milioni di euro”.</span></p> <p><strong>Il Consiglio per l’Economia e la Segreteria per l’Economia</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Con il Motu proprio “Fidelis dispensator et prudens” del 24 febbraio del 2014 sono stati istituiti il Consiglio per l’Economia e la Segreteria per l’Economia. Il primo ha il compito “di vigilare sulle strutture e sulle attività amministrative e finanziarie dei dicasteri della Curia Romana, delle istituzioni collegate con la Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano”. La seconda ha il compito di attuare “il controllo economico e la vigilanza sui medesimi enti e istituzioni”.</span></p> <p><strong>Verifiche internazionali sul sistema finanziario</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Il processo di graduale applicazione della normativa internazionale – si sottolinea - ha portato anche a controlli e verifiche da parte di organismi europei. In questo quadro assume particolare rilevanza il controllo periodico effettuato da “Moneyval, Comitato di esperti del Consiglio d’Europa, per la valutazione delle misure di lotta al riciclaggio di denaro e di finanziamento del terrorismo”. Per quanto riguarda la Santa Sede, le verifiche condotte si sono concluse con esito positivo.</span></p> <p><strong><span style="line-height: 1.6;">Moneyval raccomanda di intensificare le attività in ambito finanziario</span></strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Moneyval ha raccomandato l’Ufficio del Promotore di Giustizia di intensificare “le attività di prosecuzione giudiziale e quella, previa, di investigazione dei reati in materia finanziaria”. Nella relazione si ricorda che “se le risultanze probatorie appaiono fragili o comunque non convincenti oltre ogni ragionevole dubbio, esigenze di giustizia, oltre che di economia processuale, impongono che il procedimento si fermi alle soglie del dibattimento”.</span></p> <p><strong><span style="line-height: 1.6;">Estremamente difficili gli accertamenti di reati finanziari</span></strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Un altro limite è costituito dal fatto che, sebbene l’ordinamento penale punisca tra l’altro la ricettazione e il riciclaggio in tutti i casi “è necessaria non solo la prova ma anche la dimostrazione della consapevolezza di tale provenienza”. Si tratta di accertamenti – ricorda il Promotore di Giustizia – estremamente difficili perché, nel caso dello Stato della Città del Vaticano, “richiedono quasi sempre la collaborazione di autorità giudiziarie straniere”. Si tratta infatti, quasi sempre, di cittadini non vaticani.</span></p> <p><strong><span style="line-height: 1.6;">Rafforzare gli strumenti preventivi contro reati finanziari</span></strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">E’ indubbio che nessun sistema potrà mai essere in grado “di annullare il rischio di infiltrazione di capitali illeciti se non sarà accompagnato da un adeguato meccanismo repressivo”. Proprio sotto il profilo della repressione – spiega il Promotore di Giustizia - il sistema ha un apparato cautelare e sanzionatorio efficaci che sta dando risultati concreti e apprezzati. Si tratta – si legge nella relazione – “solo di completare l’opera rafforzando gli strumenti di intervento preventivo”. </span></p> <p><strong>Convenzione tra Santa Sede e Italia in materia fiscale</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Per disciplinare la cooperazione in materia fiscale presso la Segreteria di Stato è stata sottoscritta, il primo aprile del 2015, la Convenzione tra Santa Sede e Repubblica italiana. Tale Convenzione consente “il pieno adempimento, con modalità semplificate, degli obblighi fiscali relativi alle attività finanziarie detenute presso enti che svolgono attività finanziaria nella Santa Sede da alcune persone fisiche e giuridiche fiscalmente residenti in Italia”.</span></p> <p><strong>Riforme degli organi giudiziari</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Le riforme hanno riguardato anche l’ordinamento giudiziario. Sono state concesse, in particolare, “più ampie prerogative ai Tribunali vaticani”. I nuovi assetti, determinati dalle recenti riforme di Papa Francesco, assicurano “una interlocuzione e rapporti di cooperazione con altri ordinamenti, per una più efficace adozione di tutti gli strumenti giuridici e di prevenzione e contrasto sviluppati dalla comunità internazionale, a presidio del bene comune”.</span></p> <p><strong>Attività della Gendarmeria</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Sono molteplici le attività svolte dalla Gendarmeria. Tra quelle legate alle recenti riforme – ricorda il Promotore di Giustizia - i controlli sul trasporto transfrontaliero di denaro contante hanno portato ad una media di 30 verifiche al giorno per un totale di 11 mila all’anno. Più in generale, nel corso del 2015 sono stati disposti 8 arresti e 53 fermi. Le denunce di furto sono state 58. Sono state elevate 88 contravvenzioni. Sono stati accertati 64 incidenti stradali. Sono inoltre stati 3 i tentativi di truffa.</span></p> <p><strong>Crimini informatici</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Tra le attività della polizia giudiziaria rientrano le azioni di contrasto dei crimini informatici. Sono stati oscurati siti web con contenuti diffamatori dello Stato del Vaticano e della Santa Sede. Sono stati chiusi account di posta elettronica “per reati di truffa, ovvero di furto di identità virtuale”. In questa materia, in particolare, emerge “il ruolo strategico della cooperazione sia a livello interno sia soprattutto in ambito internazionale tra omologhe istituzioni operanti nei vari Stati”.</span></p> <p><strong>Le attività degli organi giudiziari</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Nel corso dell’anno giudiziario – si legge infine nella relazione - si è registrato “un significativo incremento del carico giudiziale”. In particolare, il giudice unico, in materia civile, ha avviato una procedura “per constatazione e prelievo di documenti”. Ha inoltre apposto 250 vidimazioni sui registri matrimoniali, 112 sui registri di cittadinanza, 6 in quelli di residenza e 14 nei registri dei decessi. In sede penale, ha esaminato 2 segnalazioni di infortunio avvenuti nella Città del Vaticano.</span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/02/06/vaticano,_inaugurato_l’anno_giudiziario_2016/1206469">(Da Radio Vaticana)</a>​Il cardinale Parolin al convegno sul celibato ecclesiastico - Il prete ordinato in persona Christi2016-02-06T12:38:43+00:00http://www.news.va/it/news/il-cardinale-parolin-al-convegno-sul-celibato-eccl «Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà» è il tema del convegno svoltosi dal 4 al 6 febbraio alla Pontificia università Gregoriana. A conclusione dei lavori è intervenuto il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. Questo il testo integrale del suo intervento. Ho l’onore di concludere questo Convegno sul tema “ Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà ”, promosso dalla Pontificia Università Gregoriana, che vorrei ringraziare nella persona del Rettore P. François-Xavier Dumortier, non solo per l’invito rivoltomi, ma soprattutto per aver dedicato spazio, tempo ed energie a un tema tanto importante quanto delicato. Desidero inoltre ringraziare Monsignor Tony Anatrella, psicanalista, specialista in psichiatria sociale, consultore e collaboratore di vari Dicasteri della Curia Romana, anche lui ideatore e organizzatore dell’iniziativa. Su questa dimensione della vita del prete non mancano numerosi studi che abbracciano le diverse discipline e, anche nel corso degli ultimi decenni, essa è stata oggetto di approfondimento da parte della Chiesa. Tuttavia, al di là dei pronunciamenti del Magistero e degli studi specialistici, la percezione comune sul tema rischia di rimanere su un piano superficiale o, quantomeno, parziale. Molte volte non si comprende bene né il significato e né il valore della scelta celibataria; altre volte, intorno ad essa si fanno importanti riflessioni di taglio sociologico e psicologico che, tuttavia, non sono inserite in una dimensione teologica ed ecclesiale; in altre occasioni, rispetto alla mutevolezza dei tempi e a nuove esigenze, ci si chiede “che male ci sarebbe, in fondo, se fossero anche sposati”. Ciò che mi sembra ci aiuti a correggere il tiro – pur nella consapevolezza che parliamo di un aspetto intrecciato alla vita umana e non di una teoria speculativa – è il titolo che avete inteso dare a questa iniziativa, “un cammino di libertà”, dal quale inizierei la riflessione. Successivamente, vorrei mettere in relazione il celibato con l’identità del sacerdote e con le esigenze connesse alla missione pastorale. 1. Un cammino di libertà Partirei, dunque, dal titolo “cammino di libertà”. Sono qui contenute due parole significative che, in questa introduzione, vorrei brevemente sviluppare: il cammino : la parola esprime l’atteggiamento di fondo del credente diventato discepolo: egli avanza nell’incontro con Dio quanto più si lascia attrarre dalla Sua chiamata e si mette sulle orme dei suoi passi. L’orientamento a offrire la propria esistenza in una prospettiva celibataria per il Regno di Dio, pur essendo definitivo nella scelta iniziale e nelle intenzioni, non può mai essere inteso come una conquista posseduta una volta per sempre; al contrario, come per tutti gli altri aspetti della vita sacerdotale, anche in questo ambito restiamo sempre in cammino, discepoli alla scuola del Maestro, talvolta sorpresi dalla stanchezza e dai dubbi, altre volte posti, dalle stesse incombenze del ministero, nella solitudine o nel bisogno affettivo di un riconoscimento. L’aver ricevuto una chiamata così importante dall’alto e il doverla vivere con tutte le dimensioni del proprio essere impone al prete una serena umiltà, che lo liberi dalla presunzione di potercela fare da solo; come ci ha ricordato il Santo Padre nella Messa del Crisma di due anni fa, per dirci quanto è povero un prete che non si affida alla grazia di Dio, « Nessuno è più piccolo di un sacerdote lasciato alle sue sole forze » 1 . Come sappiamo, una regola fondamentale della stessa vita spirituale è quella di non sentirsi mai arrivati, di non cadere in quella presunzione che nasce da una esagerata fiducia nelle proprie forze, priva di umiltà e affidamento. In nessun campo, ma forse è il caso di dire soprattutto in quello così delicato che riguarda la scelta del celibato, ci si può sentire al “sicuro” per sempre, e al riparo dalla lotta spirituale e dalla necessità della conversione. Pertanto, « Il sacerdote non deve credere che l'ordinazione gli renda tutto facile e che lo metta definitivamente al riparo da ogni tentazione o pericolo » 2 , ma, al contrario, ogni giorno egli deve rinnovare l’offerta della propria vita a Cristo e alla Chiesa, sperimentandone il fondamento nella preghiera e nell’esercizio della missione. Nel campo del celibato occorrono di giorno in giorno un’attenta vigilanza su se stessi e una evangelica prudenza ma, ancor prima, la capacità di affidare con umiltà la propria vita sacerdotale alla grazia di Dio, nella consapevolezza che il prete è « uomo esposto al combattimento spirituale contro le seduzioni della carne in se stesso e nel mondo, col proposito incessantemente rinnovato di perfezionare sempre più e sempre meglio la sua irrevocabile offerta, che lo impegna a una piena, leale e reale fedeltà » 3 ; la libertà : è la seconda parola del titolo da voi scelto, ed è un presupposto necessario per comprendere il significato del celibato. Nel nostro contesto, questa parola specifica il senso del cammino, dal momento che parliamo di “cammino di libertà”. Cosa significa? Direi che la quotidiana offerta di sé, rinnovata nella preghiera e nel ministero, con cuore umile e aperto alla Grazia, permette al contempo una crescita e una maturazione di tutta la nostra persona. L’uomo è un unico mistero, senza separazioni o giustapposizioni; è un essere “infinitamente aperto” perché proviene da Dio ed è segnato con l’unzione dello Spirito Santo. Se è così, ogni aspetto di crescita della vita spirituale si intreccia e ingloba una crescita integrale degli altri aspetti della propria umanità; è quanto andiamo ripetendo anche rispetto alla formazione dei sacerdoti: se non c’è l’uomo non può esservi neanche il prete. Questo profondo legame, che fa di ciascuno di noi una creatura da sempre aperta alla relazione fondante con Dio, esige che da parte nostra vi sia un’attiva collaborazione con l’opera della grazia divina; quindi, da una parte dobbiamo fuggire il volontarismo che fa difendere tutto dalle sole forze umane ma, dall’altra, dobbiamo imparare che Dio ci trasforma se ci lasciamo modellare e se collaboriamo con Lui. Qui tocchiamo il punto essenziale, cioè la libertà. Dio vuole far crescere l’uomo nella sua libertà di figlio, senza forzare mai la mano, cioè rispettandone la libertà e coinvolgendolo nel processo. Questa modalità, che concerne l’essere di Dio e la sua azione, si rispecchia in ogni ambito della vita ecclesiale e personale e, perciò, anche nel celibato. Anche qui la risposta all’azione di Dio, che chiede un’unione totale con lui e una dedizione piena per il servizio al Regno di Dio, non nasce da una rinuncia cieca, da un ascetismo mortificante o da un semplice “obbligo canonico”. Piuttosto, egli chiede uomini liberi, interiormente sereni, con una struttura personale equilibrata e matura, consapevoli delle esigenze della chiamata e liberamente disponibili, con l’aiuto della Grazia, a viverle pienamente. Solo un uomo libero può essere anche serenamente celibe e, dunque, il celibato è un cammino di libertà che dura tutta la vita. Come si può vedere, da questo primo approccio si evincono due aspetti che ci aiutano a leggere positivamente il celibato in relazione alla vita dei sacerdoti: non si tratta di una richiesta disumana, della passiva accettazione di una regola imposta, di un eroismo conquistato attraverso uno sforzo di rinuncia o, ancora, di una mèta ideale che non pretenderebbe l’impegno di un cammino personale, umano e spirituale; al contrario, si tratta di una scelta di libertà, che matura in maniera connessa alla chiamata al presbiterato, e viene interiormente accolta per corrisponderle con un cuore libero e indiviso. Per chiarire meglio, possiamo rifarci alla sapienza con cui l’Apostolo Paolo parla del rapporto tra la Legge e lo Spirito: questa legge esterna, che la Chiesa Latina richiede per il sacerdozio ministeriale, è profondamente connessa alla maturazione dell’identità presbiterale del chiamato e alle richieste del ministero, tanto da diventare una “legge interna”, scritta con l’inchiostro dello Spirito. Vale qui la pena di ricordare ancora le belle parole del Beato Paolo VI: « In tal modo, l'obbligo del celibato, che la Chiesa annette oggettivamente alla sacra ordinazione, è fatto personalmente proprio dal soggetto, sotto l'influsso della grazia divina e con piena consapevolezza e libertà, non senza, è ovvio, il consiglio prudente e sapiente di provati maestri di spirito, intesi non già ad imporre, ma a rendere più cosciente la grande e libera opzione; e in quel solenne momento, che deciderà per sempre di tutta la sua vita, il candidato sentirà non il peso di una imposizione dall'esterno, ma l'intima gioia di una scelta fatta per amore di Cristo » 4 . Questo cammino di libertà conduce a interiorizzare l’identità presbiterale a immagine di Cristo e, al contempo, a vivere con generosità totale il ministero. Identità e ministero del prete sono i due grandi ambiti con i quali il celibato è in relazione; riprendendo la prospettiva del Concilio Vaticano II, potremmo dire: si tratta di una dimensione che «ha per molte ragioni un rapporto di convenienza con il sacerdozio […] Con la verginità o il celibato osservato per il regno dei cieli, i presbiteri si consacrano a Dio con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente a lui con un cuore non diviso, si dedicano più liberamente in lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini, servono con maggiore efficacia il suo regno e la sua opera di rigenerazione soprannaturale, e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo » 5 . 2. Il mistero del prete: uomo configurato a Cristo Possiamo riferirci, ora, ai due ambiti con cui il celibato è strettamente connesso: l’identità del prete in quanto egli è configurato a Cristo e la sua missione pastorale. Egli, infatti, non solo compie degli atti singoli in persona Christi , ma è chiamato a conformare la vita intera alla missione pastorale del Maestro: vivendo così sulle orme del Cristo in un’offerta libera, totale e gratuita per il Popolo di Dio. Partirei dal primo aspetto, e precisamente dal considerare il paradosso della persona del prete: un uomo configurato a Cristo. Come sappiamo, la persona umana sfugge ad ogni tentativo di semplificazione e ad ogni analisi oggettiva; essa esige di essere compresa nella sua interezza e nella globalità degli aspetti, restando in qualche modo un interrogativo aperto, una domanda che proietta oltre, una realtà che trascende il dato puramente biologico, psicologico e sociale. Potremmo dire che ciò vale, per alcuni aspetti in maniera amplificata, per la persona del prete. Egli porta impresso il segno del mistero di Dio e, per certi versi, rimangono nascoste al mondo le ragioni profonde del suo cuore e le mozioni interiori che lo spingono a offrire la propria vita per gli altri. Chi è quest’uomo? Che cosa vive veramente? Quali sono le radici di quelle motivazioni che lo hanno spinto a offrirsi a Cristo e donare la vita ai fratelli? Per rispondere a questi interrogativi, abbiamo bisogno di collocare l’identità del sacerdote in Cristo. L’aspetto fondamentale dell’identità del prete, cioè, è paradossalmente il suo essere in qualche modo “spossessato”, il suo “non appartenersi”, il semplice essere “chiamato” e, perciò, egli è prete solo nella misura in cui la sua vita è totalmente rivolta a Colui che lo chiama. Il sacerdote è tale solo se “esce da se stesso”, lasciandosi radicare in Cristo e configurare a Lui, per assumere lo stesso cuore del Buon Pastore che accompagna, guida, cura e offre la vita per il suo gregge. Papa Francesco ha chiarito questo aspetto con parole molto efficaci: « Il sacerdote che pretende di trovare l’identità sacerdotale indagando introspettivamente nella propria interiorità forse non trova altro che segnali che dicono “uscita”: esci da te stesso, esci in cerca di Dio nell’adorazione, esci e dai al tuo popolo ciò che ti è stato affidato, e il tuo popolo avrà cura di farti sentire e gustare chi sei, come ti chiami, qual è la tua identità e ti farà gioire con il cento per uno che il Signore ha promesso ai suoi servi. Se non esci da te stesso, l’olio diventa rancido e l’unzione non può essere feconda. Uscire da sé stessi richiede spogliarsi di sé, comporta povertà » 6 . Dunque, parliamo di un uomo la cui identità profonda, intimamente connessa al servizio che svolge, dipende da un primato di Dio: è Lui che lo ha chiamato per primo, costituendolo a favore degli uomini, nelle cose che riguardano Dio (cfr. Eb 5,1). Se proviamo a sviscerare questa realtà, ci imbattiamo in una lettura teologica del ministero ordinato, sulla quale tuttavia non vorrei dilungarmi molto, dal momento che essa è ben approfondita dagli studiosi, specialmente in luoghi come questi; basterà solo riferirsi, in linea con la riflessione del Concilio Vaticano II, al fatto che il presbitero è configurato a Cristo Sacerdote: « Il sacerdozio dei presbiteri – afferma Presbyterorum Ordinis – viene conferito attraverso quel peculiare sacramento nel quale i presbiteri, per l’unzione dello Spirito Santo, sono segnati con uno speciale carattere e sono in tal modo configurati a Cristo sacerdote, così che possano agire in persona di Cristo capo » 7 . Il Concilio ha inteso questo aspetto in senso ampio e dinamico, cioè non riducendolo alla sola dimensione ontologica, cultuale e sacrale, ma inserendolo nella prospettiva della missionarietà della Chiesa; nella Lumen gentium (n. 28), infatti, troviamo questa dimensione cristologico-missionaria del presbiterato: come Cristo è stato unto dal Padre per essere mandato agli uomini, il sacerdote è unto in Cristo per servire i fratelli. È molto significativo per noi, oggi, sapere che su questa linea si sviluppa, negli anni post-conciliari, la riflessione dell’allora teologo Joseph Ratzinger, secondo il quale l’autocomprensione di Gesù di essere l’inviato del Padre è il punto di partenza per la scelta, che Gesù stesso farà, di chiamare e inviare gli Apostoli 8 . Questa prospettiva, senza sminuire l’importanza del legame tra presbitero e Cristo, ha il vantaggio di includervi il legame con la Chiesa e con la missione pastorale a servizio dell’umanità. Cristo e la Chiesa, anche quando parliamo dell’identità del presbitero, non vanno mai dissociate. È dentro questa prospettiva che il Concilio ha inteso parlare della “speciale convenienza” del celibato sacerdotale: Questa visione d’insieme ci offre la possibilità di inquadrare la richiesta e la scelta del celibato: esso è segno della configurazione a Cristo, anche nella sua scelta verginale; al contempo, è segno dell’amore totale e della dedizione assoluta verso la Chiesa, a immagine di Cristo sposo e pastore che offre la sua vita per l’umanità. La configurazione a Cristo che rappresenta il fondamento dell’identità del presbitero, dunque, porta in sé un significato sponsale, che si esprime nella donazione personale a Cristo e alla Sua Chiesa, come segno dell’amore universale di Dio per gli uomini e anticipo del Regno futuro. Il sacerdote, pertanto, configurato a Cristo, è chiamato a vivere quella carità pastorale, che è il dono totale di se stesso alla Chiesa, segno vivente della carità di Cristo per la sua Sposa. Infatti, la Pastores dabo vobis specifica che la motivazione ultima consiste « nel legame che il celibato ha con l'Ordinazione sacra , che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa. La Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo Capo e Sposo l'ha amata. Il celibato sacerdotale, allora, è dono di sé in e con Cristo alla sua Chiesa ed esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa in e con il Signore. Per un'adeguata vita spirituale del sacerdote occorre che il celibato sia considerato e vissuto non come un elemento isolato o puramente negativo, ma come un aspetto di un orientamento positivo, specifico e caratteristico del sacerdote: egli, lasciando il padre e la madre, segue Gesù buon Pastore, in una comunione apostolica, a servizio del Popolo di Dio » 9 . Esprimendo la libertà e la dedizione per questo dono di sé agli altri, e quindi lo sposalizio con la comunità alla quale si è inviati, il celibato non può essere letto anzitutto come una rinuncia o come una separazione dall’umanità; al contrario, esso manifesta il profondo legame tra il prete e il popolo: il prete ama il suo popolo e la Chiesa con cuore indiviso, amore totale, dedizione gratuita e assoluta, a immagine di Cristo Sposo e Buon pastore, al quale egli è configurato. Se l’identità del presbitero viene interiorizzata in questa direzione, è possibile abbracciare il celibato e coglierne, insieme alle sfide che pone, il valore e la bellezza. La cosa diventa più difficile, o forse impossibile, se il prete viene associato a una sorta di funzionario, a un manager chiamato a gestire con la sua leadership un’azienda, o a un sacerdote il cui ambito di azione si limita alla sfera del sacro. 3. Il celibato, vocazione per la missione Dopo aver accennato ad alcuni aspetti della natura e dell’identità del sacerdozio cristiano, in questa seconda parte intendo soffermarmi in modo più specifico sul “celibato sacerdotale”, in virtù del fatto che esso, pur « non richiesto dalla natura stessa del sacerdozio », è « particolarmente confacente alla vita sacerdotale » (PO, n. 16), come ha ricordato il Concilio Vaticano II. Le differenti prassi in uso presso le Chiese Cattoliche Orientali e la Chiesa Latina trovano in queste due affermazioni la loro ragion d’essere. In questo contesto, l’oggetto della mia riflessione sarà il celibato sacerdotale, vissuto e accolto nella Chiesa Latina e « tenuto in grandissima stima » (can. 373 CCEO) dalle Chiese Cattoliche Orientali, presso le quali di norma esistono presbiteri uxorati. Ho preferito non proporre in questo intervento una carrellata sui fondamenti neotestamentari – già efficacemente presentati nell’intervento della dott.ssa Manes – e storici del celibato, essendo questi un dato acquisito nei loro elementi essenziali, a partire, ad esempio, dal Concilio di Elvira (306) o dai primi provvedimenti “ufficiali” di Papa Siricio (385), che costituiscono una sintesi dell’esperienza ecclesiale dei primi secoli. Dirò solo che la comprensione del celibato nel tempo si è approfondita, sia in ragione del mutare delle circostanze storiche, sia grazie all’esperienza e alla prassi vissute dalla Chiesa. In modo particolare, da una identificazione del celibato con la sola continenza – di tale interpretazione si trova un insigne esempio nel decretista Uguccione di Pisa (1140) – nel corso della vita della Chiesa, si è giunti ad intenderlo oggi in una maniera più ampia e ricca, come quel “cammino di libertà”, felicemente menzionato nel titolo di questo Convegno, di cui abbiamo già parlato. Vorrei quindi condividere con voi alcune riflessioni sul celibato oggi, a partire dal fatto che la Chiesa Latina ha continuato, e continua, a ritenere conveniente fare la scelta « nonostante tutte le difficoltà e le obiezioni sollevate lungo i secoli, di conferire l'ordine presbiterale solo a uomini che diano prova di essere chiamati da Dio al dono della castità nel celibato assoluto e perpetuo », secondo le parole dell’esortazione apostolica Pastores dabo vobis (n. 29). Si tratta quindi di una realtà che caratterizza la Chiesa di oggi, nella quale tutti viviamo, e che chiede sempre più di essere compresa e illuminata, come una « una fulgida gemma », secondo l’espressione del Beato Paolo VI (Enc. Sacerdotalis caelibatus , 1967, n. 1), che adorna il tesoro della Chiesa. Pertanto, desidero tentare di offrire un contributo alla comprensione e alla valorizzazione del celibato sacerdotale per la Chiesa e per il mondo di oggi, parlando di esso come di una vocazione, donata ad alcuni, ed esplicitando qualche aspetto della “speciale convenienza” che unisce il celibato e il ministero sacerdotale, in chiave pastorale e pratica. L’orizzonte di fondo è sempre quello tracciato dal Beato Paolo VI nell’Enciclica Sacerdotalis caelibatus (24 giugno 1967), che descrive i tre significati che fondano il celibato dei sacerdoti – quello cristologico, quello ecclesiologico e quello escatologico, come abbiamo ascoltato questa mattina. 3.1 Il celibato come vocazione scoperta, accolta e custodita Il celibato sacerdotale è innanzitutto una vocazione, uno speciale carisma, di cui Dio fa dono alla Sua Chiesa, attraverso la chiamata di alcuni a seguirlo per questa via e a vivere in forma celibataria la loro condizione di discepoli. Si tratta di una visione positiva, all’interno della quale il celibato non figura come un semplice insieme di rinunce o come un “tributo da pagare” per poter esercitare il ministero o un obbligo estrinseco imposto ai sacerdoti. Pertanto, appaiono limitate, e limitanti, quelle descrizioni che solo identificano il celibato con lo stato personale di chi non è sposato, con tutte le conseguenze del caso, e pongono l’attenzione principalmente sulle “privazioni” che esso comporta, trascurando invece il positivo e le possibilità che offre, in funzione della felicità personale e della missione ecclesiale. Tale vocazione è parte della complessiva configurazione a Cristo, Capo e Sposo della Chiesa, che il sacerdote persegue sin dagli anni della formazione iniziale in Seminario. Come ogni vocazione, anche quelle al celibato richiede di essere scoperta da chi l’ha ricevuta in dono; è la “perla preziosa” che Dio mette nella vita di alcuni e che attende di essere messa in luce. Occorre pertanto un cammino di maturità umana, che conduca la persona al desiderio di una piena realizzazione affettiva attraverso il discernimento su relazioni serie e profonde, magari anche pensando alla vita matrimoniale. Per colui che cerca la verità di sé con serietà e piena disponibilità, ad un certo punto la vita di coppia, pur affascinante e attraente, può rivelarsi come un orizzonte limitato, come un vestito bello ed elegante in generale, ma troppo stretto per la persona concreta. In questi casi è saggio domandarsi se tale sensazione di limite sia legata a una personale immaturità o al non aver ancora incontrato la persona giusta con cui condividere la vita, o piuttosto se non si tratti della chiamata di Dio alla vita celibataria. Anche in coloro che sono chiamati al celibato è necessario che rimanga un’immagine alta e positiva della vita di coppia e della vocazione matrimoniale; infatti, il celibato in questo senso non è antitetico al matrimonio, ma è solo un modo diverso di donare completamente sé stessi in una relazione d’amore. Sarà un discernimento, che tenga conto della vita affettiva e della qualità delle relazioni vissute, ad aiutare la persona a cogliere in sé il dono del celibato. È importante che in tale scoperta il celibato non sia percepito come una fuga da o un rifiuto di relazioni di coppia, ma come l’approfondimento e la specificazione del desiderio di una vita affettiva piena e appagante. Una volta scoperta, questa vocazione richiede anche di essere accolta e ciò non è sempre scontato, anche quando essa è chiaramente percepita. A volte, coloro che hanno intuito la chiamata a seguire il Signore nella via del celibato faticano inizialmente ad abbandonare l’idea di sé che avevano concepito in precedenza, si trovano a vivere una tensione tra i propri progetti e la chiamata da parte di Dio. È un momento delicato, una tappa importante di conversione, nella quale la persona vive la sfida della disponibilità al Signore, una disponibilità a lasciarsi condurre e a conoscere e sperimentare una nuova parte di sé. È quello che capita a Pietro, secondo il racconto di Luca (5, 1-11), quando accoglie Gesù nella propria barca, pieno di buona volontà per aiutare il Maestro. Ma in quell’incontro si sente rivolgere da Gesù parole per lui sorprendenti, che lo invitano a mettere in discussione la verità di sé che egli conosceva, la sua “professionalità” ed esperienza di pescatore di lungo corso. In quel “sulla tua parola getterò le reti” è il segno di una novità accolta, anche se forse non ancora del tutto percepita. È l’incontro con Gesù che svela Pietro a Pietro; nel rapporto con Gesù, egli intuisce un’altra realtà rispetto a quella che aveva pensato fino a quel momento. E quando Gesù gli dice che avrebbe fatto di lui un “pescatore di uomini”, Pietro comprende qualcosa di fondamentale; la chiamata di Gesù non è contraria ai suoi desideri e a tutto quello che ha vissuto sino a quel momento. Essa è piuttosto un modo diverso, più grande e inatteso, di realizzare quei desideri, un modo attraverso il quale il suo cammino personale di vita è accolto da Gesù e trasformato; sempre pescatore, ma di uomini. Così capita anche a chi intuisce la vocazione al celibato. Essa non è contraria ai desideri di felicità e di pienezza e può essere accolta solo in un rapporto con il Maestro; non si è celibi per una sorta di volontaristico accantonamento delle proprie passioni o per spiritualistico ripiegamento su se stessi, ma per il desiderio di amare di più, grazie alle possibilità che il celibato offre. Tutta la persona viene impegnata, corpo e anima, in questa vita che è la risposta ad una chiamata e che conta sul sostegno di Dio. Una visione della vita celibataria che non tenga conto di questo sarà inevitabilmente controproducente innanzitutto per la pastorale vocazionale, ma anche per la vita dei preti. Il celibato infatti è richiesto da una norma disciplinare, ma questa norma ha un fondamento vocazionale; la norma, potremmo dire, tutela una vocazione, non la impone. Se questo fondamento fosse negato o ignorato, l’ordine disciplinare diventerebbe un non-senso. Chi sarebbe disposto a dare la propria vita solo per osservare una disciplina? Quando il celibato è concepito in questo modo, è difficilmente sostenibile e alla lunga produce insoddisfazione, frustrazione, ricerca di compensazioni improprie o anche l’abbandono. Siamo chiamati a viverlo come amore e impegno personale con Dio, nel nome di Cristo, proprio come è accaduto a Pietro. Non si dà la propria vita per rispettare una regola, ma per offrirla ad una persona, a Dio stesso, e così farne un dono per tutti gli uomini, per la Chiesa e per il mondo. Come ogni cammino serio anche quello della vita nel celibato presenta le sue esigenze e richiede un quotidiano impegno in chi l’ha scoperto e accolto come vocazione; il celibato quindi è un dono che occorre anche custodire. Ciò può avvenire attraverso una affettività celibataria matura e ben coltivata; essa non è assenza di affetti e di relazioni profonde, come ho detto. Per il sacerdote che l’ha accolta, la vocazione al celibato, nell’equilibrio e nella disciplina degli affetti, si alimenta nella vita quotidiana attraverso una serie di relazioni: con il Signore, con i propri cari – i confratelli, i famigliari e gli altri amici –, nonché con i fedeli, affidati in ragione del ministero. Queste relazioni sono come le tre gambe di un tavolino, che, se adeguatamente sostenute, si bilanciano a vicenda, e giovano all’equilibrio personale e spirituale del sacerdote, nonché alla sua efficacia ministeriale. Il celibato così inteso, lungi dall’essere una forma di isolamento e di assenza di relazioni profonde, costituisce invece l’opportunità di stabilirne di più numerose, senza farsi determinare unicamente da nessuna di esse. Essere celibi quindi non significa diventare “solitari” o, peggio, “individualisti”, ma, come discepoli, saper stare alla scuola del Maestro, in un amoroso raccoglimento, che permette di abbracciare anche altri e di andare loro incontro, all’interno di relazioni mature e confacenti alla vita di un sacerdote. Proprio per rafforzare tale idea del celibato come snodo di relazioni, desidero dedicare alcune parole a ciascuna delle tre categorie di relazioni che ho menzionato prima. La prima di esse è quella col Signore. Il sacerdote non deve diventare un libero professionista della pastorale, ma mantenersi nel tempo un discepolo innamorato del suo Maestro, costantemente alla sua sequela. È un rapporto quotidiano, un dialogo d’amore, tra il sacerdote e Gesù che lo ha chiamato; esso si alimenta in special modo attraverso l’Eucarestia, celebrata e adorata, con la preghiera personale e con l’ascolto orante della Parola di Dio. Non è certo una “ricetta” nuova, ma ritengo che sia utile riproporla, in quanto intorno ai sacerdoti spesso c’è tanto movimento e chiasso, tanto parlare, di persone, di giornali, di radio e televisione, di Internet e la vita finisce per essere un incalzante susseguirsi di cose da fare invece che di rapporti da vivere. Con misura e disciplina sacerdotale occorre anche far comprendere alle persone: «… io devo prendermi un po’ di silenzio per la mia anima; mi stacco da voi per unirmi al mio Dio », come disse Papa Giovanni Paolo I nel suo discorso al Clero romano (7 settembre 1978). L’affettività celibataria è poi resa feconda dalle relazioni con i propri cari, che auspicabilmente accompagnano tutta la vita del sacerdote; penso innanzitutto ai legami famigliari, all’interno dei quali si è formata l’umanità del sacerdote. I genitori, i fratelli e le sorelle sono coloro di fronte a cui un sacerdote non può fingere o nascondersi, perché lo conoscono da sempre. Sono rapporti spesso preziosi, come un porto sicuro e ritirato, in cui sostare nei momenti di fatica, per cercare comprensione e ascolto, o in quelli di gioia per una genuina condivisione. È importante ricordare che essere celibi non significa essere senza famiglia, ma continuare ad appartenere al proprio ambiente di nascita. Ci sono poi gli amici di una vita, magari conosciuti prima dell’ingresso in Seminario, persone franche che non temono di parlare con chiarezza e vogliono bene al sacerdote innanzitutto per la sua umanità, prima ancora che per il suo ruolo. Mi piace poi riferirmi a titolo speciale e più diffusamente a quella “famiglia speciale” nella quale il sacerdote entra con l’ordinazione, quella del presbiterio; è una famiglia fondata sulla “fraternità sacramentale” 10 . Esistono varie modalità per tradurre in pratica con i confratelli la fraternità sacramentale, che può essere concretizzata in varie forme, come l’incontrarsi spontaneamente, soprattutto per meditare la Parola di Dio e pregare insieme, ma anche per condividere soddisfazioni e fatiche, magari a tavola, durante i pasti, che rendono più facile e immediata la condivisione, giovani e anziani insieme. Come in ogni famiglia, infatti, anche tra i sacerdoti ci sono quegli anziani, per cui il Santo Padre ha varie volte espresso la sua sollecitudine, che possono costituire un “tesoro” di esperienza pastorale e spirituale. La misericordia, ovviamente, non deve mai mancare anche nei rapporti quotidiani tra sacerdoti, attraverso un perdono reciproco e profondo, senza strascichi di risentimento, che permetta di andare oltre gli screzi e le incomprensioni, inevitabili anche nelle migliori famiglie. L’ultima categoria di rapporti che sostiene e alimenta l’affettività celibataria è quella dei fedeli affidati in ragione del ministero; con loro il sacerdote è chiamato a stabilire relazioni sincere, libere e liberanti, senza attaccamenti eccessivi ed esclusivi, e nella prossimità a tutti. I fedeli in questo senso non sono i destinatari dei “servizi” offerti dal sacerdote, ma la porzione concreta di Chiesa, di Popolo di Dio, che al sacerdote in un momento specifico della sua vita è affidato. Per loro egli è chiamato a essere segno dell’amore misericordioso di Dio e nel suo cuore di pastore devono poter trovare l’accoglienza e il calore dell’amore di Dio. Il ministero pastorale può perciò essere inteso come ministero relazionale, come strumento di comunione. In sintesi, nella Chiesa, il celibato accolto come vocazione è dato per essere sempre vissuto « per il Regno dei cieli » (Mt 19, 12). In coloro che lo accolgono, esso non è volto a mortificare o reprimere il desiderio di felicità che è in ogni uomo, ma piuttosto a sostenerlo e a promuoverlo. Certo, è una sequela esigente e in alcuni momenti anche faticosa, ma non perde il suo carattere di via della gioia. Il celibato del sacerdote è un dono che Dio fa alla Chiesa e al mondo, pertanto esso è custodito e reso proficuo proprio dal rapporto quotidiano con le persone concrete che costituiscono la Chiesa e il mondo di ogni sacerdote, nella costante apertura e disponibilità alla Grazia divina. 3.2 La “speciale convenienza” del celibato per la missione apostolica Dopo aver tentato di esporre la natura vocazionale del celibato sacerdotale, esaminandone alcune conseguenze, mi preme ora mettere in evidenza la “speciale convenienza” che la Chiesa riconosce tra celibato e sacerdozio. In questo senso, allora, il celibato è in primo luogo un’occasione di sequela discepolare e di speciale configurazione a Cristo. Come gli Apostoli, chiamati da Gesù “perché stessero con Lui” (Mc 3,14), il sacerdote vive la realtà del celibato come uno spazio di ascolto e di relazione privilegiata con il Signore; nel silenzio e nell’intimità, il discepolo vede crescere l’amore per il Maestro e unisce la propria vita alla Sua, trasformandola in vista delle esigenze della missione che il Maestro stesso affida. Il sacerdote celibe è tale per essere sacramentalmente configurato a Cristo, Pastore e Servo, Sacerdote, Capo e Sposo della Chiesa e, secondo le parole della Pastores dabo vobis 11 , « è chiamato nella sua vita spirituale a rivivere l’amore di Cristo sposo nei riguardi della Chiesa sposa. La sua vita dev’essere illuminata e orientata anche da questo tratto sponsale, che gli chiede di essere testimone dell’amore sponsale di Cristo, di essere quindi capace di amare la gente con cuore nuovo, grande e puro, con autentico distacco da sé, con dedizione piena, continua e fedele, e insieme con una specie di “gelosia” divina con una tenerezza che si riveste persino delle sfumature dell’affetto materno, capace di farsi carico dei “dolori del parto” finché “Cristo non sia formato” nei fedeli ». Così diviene più agevole comprendere come il celibato sia conveniente al sacerdote nella missione che gli è affidata, come ho ricordato sopra. Nel celibato il sacerdote è libero per amare tutti in Cristo, senza legarsi specialmente a nessuno. È una libertà per amare che si concretizza non solo nei sentimenti, ma soprattutto nelle azioni, che nasce nel cuore e rifluisce nella vita di ogni giorno. Lungi dall’intendere l’assenza di un rapporto unico, o privilegiato, come quello matrimoniale, ad esempio, come indice di relazioni “leggere”, mai approfondite, il celibato costituisce per il sacerdote l’opportunità di farsi carico, in profondità e verità di volta in volta delle persone e delle situazioni che incontra in ragione del suo ministero. In una affettività ben curata, tale amore è anche libero, nel senso che non diviene desiderio di possesso o attaccamento eccessivo; proprio perché ama in Cristo il sacerdote, fedele alla propria missione, opera come uno strumento nelle mani di Dio, per unire a Lui e alla Sua Chiesa le persone. È bello vedere persone e comunità affezionate al loro pastore, ma grazie a lui innamorate soprattutto di Cristo e pronte a continuare a seguire solo Cristo. Un sacerdote che ama nella libertà non teme quindi i trasferimenti e i nuovi incarichi, pur nella umana e comprensibile fatica del distacco da alcune persone concrete. Anche nel cambiamento di luogo e situazioni, egli si percepirà come discepolo incamminato dietro al Maestro, in una via che è unitaria e per sempre, e in questo non percepirà interruzioni o fratture; il suo sarà un ininterrotto cammino discepolare, del quale ogni cambiamento rappresenta una tappa, e nell’unità di esso trova la sua ragionevolezza. Infine, mi piace pensare al celibato sacerdotale come una libertà per servire. Come Gesù ha invitato discepoli a non confidare nei beni e negli strumenti umani (cfr. Mt 10, 9-10) in vista della loro missione, così il celibato ripresenta questo “viaggiare leggeri” per arrivare a tutti, portando solo l’amore di Dio. Configurato a Cristo Pastore, il sacerdote sarà sempre in cammino per servire il popolo e, secondo la felice immagine evocata da Papa Francesco 12 , «a volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la speranza del popolo, altre volte starà semplicemente in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro ». Concludendo, il celibato è una vocazione che nella Chiesa Latina è considerata specialmente conveniente per coloro che sono chiamati al ministero sacerdotale. Essa è l’occasione per il sacerdote di vivere un’affettività ricca, per il suo cammino personale e per l’esercizio della sua missione; non è assenza di relazioni profonde, ma spazio per esse. È un “cammino di libertà”, che il discepolo sacerdote compie insieme a Cristo, dalla Sua Grazia sostenuto e animato, in favore della Chiesa e del mondo. La spiritualità celibataria del presbitero è una proposta “in positivo”, costruttiva, che mira a far sì che il Popolo di Dio abbia sempre pastori radicalmente liberi dal rischio della corruzione e dell’imborghesimento. Al tempo stesso riconoscere l’altezza che questa proposta comporta non la rende esclusiva, come ha affermato il Concilio Vaticano II nella Presbyterorum Ordinis , asserendo che la scelta celibataria «non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese Orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l’aiuto della grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati» (n. 16). La Chiesa Cattolica, infatti, non ha mai imposto alle Chiese Orientali la scelta celibataria. D’altra parte ha anche permesso eccezioni nel corso della storia, come nel caso di Pastori luterani, calvinisti o anglicani sposati che, accolti nella Chiesa Cattolica, hanno ottenuto una dispensa per ricevere il sacramento dell’Ordine. Ciò avvenne già durante il pontificato di Papa Pio XII, nel 1951. Più recentemente, nel 2009, il Motu proprio Anglicanorum Coetibus di Papa Benedetto XVI ha autorizzato la costituzione di Ordinariati nei territori della Chiesa Latina, dove esercitano ex-ministri anglicani, ordinati sacerdoti cattolici. In seguito poi alla massiccia emigrazione di cattolici dal Medio Oriente, nel giugno 2014 Papa Francesco, con il Decreto Pontificia Praecepta de Clero Uxorato Orientali , ha consentito ai sacerdoti sposati orientali di operare nelle comunità cristiane della diaspora, dunque al di fuori dei loro territori tradizionali, abrogando precedenti divieti. Nella situazione attuale, poi, viene spesso evidenziata, specialmente in alcune aree geografiche, una sorta di “emergenza sacramentale”, causata dalla mancanza di sacerdoti. Ciò ha suscitato da più parti la domanda circa l’eventualità di ordinare i cosiddetti viri probati . Se la problematica non pare irrilevante, occorre certamente non prendere soluzioni affrettate e solo sulla base delle urgenze. Rimane pur sempre vero che le esigenze dell’evangelizzazione, unitamente alla storia e alla multiforme tradizione della Chiesa, lasciano aperto lo scenario a dibattiti legittimi, se motivati dall’annuncio del Vangelo e condotti in modo costruttivo, pur sempre salvaguardando la bellezza e l’altezza della scelta celibataria. Il celibato è infatti un dono che richiede di essere accolto e curato con gioiosa perseveranza, perché possa portare appieno i suoi frutti. Per viverlo proficuamente, è necessario che ogni un sacerdote continui a sentirsi discepolo in cammino per tutta la vita, a volte bisognoso di riscoprire e rafforzare il suo rapporto col Signore, e, anche, di lasciarsi “guarire”; non a caso Papa Francesco ha ricordato che nel cammino di discepoli « a volte procediamo spediti, altre volte il nostro passo è incerto, ci fermiamo e possiamo anche cadere, ma sempre restando in cammino » 13 . ---------------------------- - 1 Papa Francesco, Omelia Santa Messa del Crisma (17 aprile 2014). - 2 Paolo VI, Lett. Enc. Sacerdotali Caelibatus , n. 73. - 3 Ivi . - 4 Ivi , 72. - 5 Conc. Ecum. Vat II, Decr. Conc. Presbyterorum Ordinis , n. 16. - 6 Papa Francesco, Omelia Santa Messa del Crisma (17 aprile 2014). - 7 Conc. Ecum. Vat II, Decr. Conc. Presbyterorum Ordinis , n. 2. - 8 Cfr. J. Ratzinger, Elementi di teologia fondamentale. Saggi sul problema di Dio, Morcelliana, Brescia 2005. - 9 Giovanni Paolo II, Esort. Ap. Pastores dabo vobis , n. 29. - 10 Conc. Ecum. Vat. II, Decreto Presbyterorum ordinis , n. 8 - 11 Giovanni Paolo II, Esort. Ap. Pastores dabo vobis , n. 22. - 12 Francesco, Esort. Ap. Evangelii gaudium , n. 31. - 13 Papa Francesco, Discorso alla Plenaria della Congregazione per il Clero (3 ottobre 2014)....<p style="text-align: justify;"> <em style="background-color: initial;">«Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà» è il tema del convegno svoltosi dal 4 al 6 febbraio alla Pontificia università Gregoriana. A conclusione dei lavori è intervenuto il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. Questo il testo integrale del suo intervento. </em></p><p style="text-align: justify;"> Ho l’onore di concludere questo Convegno sul tema “ <em>Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà </em>”, promosso dalla Pontificia Università Gregoriana, che vorrei ringraziare nella persona del Rettore P. François-Xavier Dumortier, non solo per l’invito rivoltomi, ma soprattutto per aver dedicato spazio, tempo ed energie a un tema tanto importante quanto delicato. Desidero inoltre ringraziare Monsignor Tony Anatrella, psicanalista, specialista in psichiatria sociale, consultore e collaboratore di vari Dicasteri della Curia Romana, anche lui ideatore e organizzatore dell’iniziativa.</p><p style="text-align: justify;"> Su questa dimensione della vita del prete non mancano numerosi studi che abbracciano le diverse discipline e, anche nel corso degli ultimi decenni, essa è stata oggetto di approfondimento da parte della Chiesa. Tuttavia, al di là dei pronunciamenti del Magistero e degli studi specialistici, la percezione comune sul tema rischia di rimanere su un piano superficiale o, quantomeno, parziale. Molte volte non si comprende bene né il significato e né il valore della scelta celibataria; altre volte, intorno ad essa si fanno importanti riflessioni di taglio sociologico e psicologico che, tuttavia, non sono inserite in una dimensione teologica ed ecclesiale; in altre occasioni, rispetto alla mutevolezza dei tempi e a nuove esigenze, ci si chiede “che male ci sarebbe, in fondo, se fossero anche sposati”.</p><p><img alt="" src="http://vaticanresources.s3.amazonaws.com:80/images%2F3b043cf75d11724070b838196ec68314.jpg" style="float: right; margin: 0px 0px 10px 10px;" title=""/></p><p style="text-align: justify;"> Ciò che mi sembra ci aiuti a correggere il tiro – pur nella consapevolezza che parliamo di un aspetto intrecciato alla vita umana e non di una teoria speculativa – è il titolo che avete inteso dare a questa iniziativa, “un cammino di libertà”, dal quale inizierei la riflessione. Successivamente, vorrei mettere in relazione il celibato con l’identità del sacerdote e con le esigenze connesse alla missione pastorale.</p><p style="text-align: justify;"> <strong>1. Un cammino di libertà </strong></p><p style="text-align: justify;"> Partirei, dunque, dal titolo “cammino di libertà”. Sono qui contenute due parole significative che, in questa introduzione, vorrei brevemente sviluppare:</p><p style="text-align: justify;"> <em>il cammino </em>: la parola esprime l’atteggiamento di fondo del credente diventato discepolo: egli avanza nell’incontro con Dio quanto più si lascia attrarre dalla Sua chiamata e si mette sulle orme dei suoi passi. L’orientamento a offrire la propria esistenza in una prospettiva celibataria per il Regno di Dio, pur essendo definitivo nella scelta iniziale e nelle intenzioni, non può mai essere inteso come una conquista posseduta una volta per sempre; al contrario, come per tutti gli altri aspetti della vita sacerdotale, anche in questo ambito restiamo sempre in cammino, discepoli alla scuola del Maestro, talvolta sorpresi dalla stanchezza e dai dubbi, altre volte posti, dalle stesse incombenze del ministero, nella solitudine o nel bisogno affettivo di un riconoscimento. L’aver ricevuto una chiamata così importante dall’alto e il doverla vivere con tutte le dimensioni del proprio essere impone al prete una serena umiltà, che lo liberi dalla presunzione di potercela fare da solo; come ci ha ricordato il Santo Padre nella Messa del Crisma di due anni fa, per dirci quanto è povero un prete che non si affida alla grazia di Dio, « <em>Nessuno è più piccolo di un sacerdote lasciato alle sue sole forze </em>»<sup>1</sup>. Come sappiamo, una regola fondamentale della stessa vita spirituale è quella di non sentirsi mai arrivati, di non cadere in quella presunzione che nasce da una esagerata fiducia nelle proprie forze, priva di umiltà e affidamento. In nessun campo, ma forse è il caso di dire soprattutto in quello così delicato che riguarda la scelta del celibato, ci si può sentire al “sicuro” per sempre, e al riparo dalla lotta spirituale e dalla necessità della conversione. Pertanto, « <em>Il sacerdote non deve credere che l'ordinazione gli renda tutto facile e che lo metta definitivamente al riparo da ogni tentazione o pericolo </em>»<sup>2</sup>, ma, al contrario, ogni giorno egli deve rinnovare l’offerta della propria vita a Cristo e alla Chiesa, sperimentandone il fondamento nella preghiera e nell’esercizio della missione. Nel campo del celibato occorrono di giorno in giorno un’attenta vigilanza su se stessi e una evangelica prudenza ma, ancor prima, la capacità di affidare con umiltà la propria vita sacerdotale alla grazia di Dio, nella consapevolezza che il prete è « <em>uomo esposto al combattimento spirituale contro le seduzioni della carne in se stesso e nel mondo, col proposito incessantemente rinnovato di perfezionare sempre più e sempre meglio la sua irrevocabile offerta, che lo impegna a una piena, leale e reale fedeltà </em>»<sup>3</sup>;</p><p style="text-align: justify;"> <em>la libertà </em>: è la seconda parola del titolo da voi scelto, ed è un presupposto necessario per comprendere il significato del celibato. Nel nostro contesto, questa parola specifica il senso del cammino, dal momento che parliamo di “cammino di libertà”. Cosa significa? Direi che la quotidiana offerta di sé, rinnovata nella preghiera e nel ministero, con cuore umile e aperto alla Grazia, permette al contempo una crescita e una maturazione di tutta la nostra persona. L’uomo è un unico mistero, senza separazioni o giustapposizioni; è un essere “infinitamente aperto” perché proviene da Dio ed è segnato con l’unzione dello Spirito Santo. Se è così, ogni aspetto di crescita della vita spirituale si intreccia e ingloba una crescita integrale degli altri aspetti della propria umanità; è quanto andiamo ripetendo anche rispetto alla formazione dei sacerdoti: se non c’è l’uomo non può esservi neanche il prete. Questo profondo legame, che fa di ciascuno di noi una creatura da sempre aperta alla relazione fondante con Dio, esige che da parte nostra vi sia un’attiva collaborazione con l’opera della grazia divina; quindi, da una parte dobbiamo fuggire il volontarismo che fa difendere tutto dalle sole forze umane ma, dall’altra, dobbiamo imparare che Dio ci trasforma se ci lasciamo modellare e se collaboriamo con Lui. Qui tocchiamo il punto essenziale, cioè la libertà. Dio vuole far crescere l’uomo nella sua libertà di figlio, senza forzare mai la mano, cioè rispettandone la libertà e coinvolgendolo nel processo. Questa modalità, che concerne l’essere di Dio e la sua azione, si rispecchia in ogni ambito della vita ecclesiale e personale e, perciò, anche nel celibato. Anche qui la risposta all’azione di Dio, che chiede un’unione totale con lui e una dedizione piena per il servizio al Regno di Dio, non nasce da una rinuncia cieca, da un ascetismo mortificante o da un semplice “obbligo canonico”. Piuttosto, egli chiede uomini liberi, interiormente sereni, con una struttura personale equilibrata e matura, consapevoli delle esigenze della chiamata e liberamente disponibili, con l’aiuto della Grazia, a viverle pienamente. Solo un uomo libero può essere anche serenamente celibe e, dunque, il celibato è un cammino di libertà che dura tutta la vita. </p><p style="text-align: justify;"> Come si può vedere, da questo primo approccio si evincono due aspetti che ci aiutano a leggere positivamente il celibato in relazione alla vita dei sacerdoti: non si tratta di una richiesta disumana, della passiva accettazione di una regola imposta, di un eroismo conquistato attraverso uno sforzo di rinuncia o, ancora, di una mèta ideale che non pretenderebbe l’impegno di un cammino personale, umano e spirituale; al contrario, si tratta di una scelta di libertà, che matura in maniera connessa alla chiamata al presbiterato, e viene interiormente accolta per corrisponderle con un cuore libero e indiviso.</p><p style="text-align: justify;"> Per chiarire meglio, possiamo rifarci alla sapienza con cui l’Apostolo Paolo parla del rapporto tra la Legge e lo Spirito: questa legge esterna, che la Chiesa Latina richiede per il sacerdozio ministeriale, è profondamente connessa alla maturazione dell’identità presbiterale del chiamato e alle richieste del ministero, tanto da diventare una “legge interna”, scritta con l’inchiostro dello Spirito. Vale qui la pena di ricordare ancora le belle parole del Beato Paolo VI: « <em>In tal modo, l'obbligo del celibato, che la Chiesa annette oggettivamente alla sacra ordinazione, è fatto personalmente proprio dal soggetto, sotto l'influsso della grazia divina e con piena consapevolezza e libertà, non senza, è ovvio, il consiglio prudente e sapiente di provati maestri di spirito, intesi non già ad imporre, ma a rendere più cosciente la grande e libera opzione; e in quel solenne momento, che deciderà per sempre di tutta la sua vita, il candidato sentirà non il peso di una imposizione dall'esterno, ma l'intima gioia di una scelta fatta per amore di Cristo </em>»<sup>4</sup>.</p><p style="text-align: justify;"> Questo cammino di libertà conduce a interiorizzare l’identità presbiterale a immagine di Cristo e, al contempo, a vivere con generosità totale il ministero. Identità e ministero del prete sono i due grandi ambiti con i quali il celibato è in relazione; riprendendo la prospettiva del Concilio Vaticano II, potremmo dire: si tratta di una dimensione che <em>«ha per molte ragioni un rapporto di convenienza con il sacerdozio […] Con la verginità o il celibato osservato per il regno dei cieli, i presbiteri si consacrano a Dio con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente a lui con un cuore non diviso, si dedicano più liberamente in lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini, servono con maggiore efficacia il suo regno e la sua opera di rigenerazione soprannaturale, e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo </em>»<sup>5</sup>.</p><p style="text-align: justify;"> <strong>2. Il mistero del prete: uomo configurato a Cristo </strong></p><p style="text-align: justify;"> Possiamo riferirci, ora, ai due ambiti con cui il celibato è strettamente connesso: l’identità del prete in quanto egli è configurato a Cristo e la sua missione pastorale. Egli, infatti, non solo compie degli atti singoli <em>in persona Christi</em>, ma è chiamato a conformare la vita intera alla missione pastorale del Maestro: vivendo così sulle orme del Cristo in un’offerta libera, totale e gratuita per il Popolo di Dio. Partirei dal primo aspetto, e precisamente dal considerare il paradosso della persona del prete: un uomo configurato a Cristo.</p><p style="text-align: justify;"> Come sappiamo, la persona umana sfugge ad ogni tentativo di semplificazione e ad ogni analisi oggettiva; essa esige di essere compresa nella sua interezza e nella globalità degli aspetti, restando in qualche modo un interrogativo aperto, una domanda che proietta oltre, una realtà che trascende il dato puramente biologico, psicologico e sociale. Potremmo dire che ciò vale, per alcuni aspetti in maniera amplificata, per la persona del prete. Egli porta impresso il segno del mistero di Dio e, per certi versi, rimangono nascoste al mondo le ragioni profonde del suo cuore e le mozioni interiori che lo spingono a offrire la propria vita per gli altri.</p><p style="text-align: justify;"> Chi è quest’uomo? Che cosa vive veramente? Quali sono le radici di quelle motivazioni che lo hanno spinto a offrirsi a Cristo e donare la vita ai fratelli?</p><p style="text-align: justify;"> Per rispondere a questi interrogativi, abbiamo bisogno di collocare l’identità del sacerdote in Cristo. L’aspetto fondamentale dell’identità del prete, cioè, è paradossalmente il suo essere in qualche modo “spossessato”, il suo “non appartenersi”, il semplice essere “chiamato” e, perciò, egli è prete solo nella misura in cui la sua vita è totalmente rivolta a Colui che lo chiama. Il sacerdote è tale solo se “esce da se stesso”, lasciandosi radicare in Cristo e configurare a Lui, per assumere lo stesso cuore del Buon Pastore che accompagna, guida, cura e offre la vita per il suo gregge. Papa Francesco ha chiarito questo aspetto con parole molto efficaci: « <em>Il sacerdote che pretende di trovare l’identità sacerdotale indagando introspettivamente nella propria interiorità forse non trova altro che segnali che dicono “uscita”: esci da te stesso, esci in cerca di Dio nell’adorazione, esci e dai al tuo popolo ciò che ti è stato affidato, e il tuo popolo avrà cura di farti sentire e gustare chi sei, come ti chiami, qual è la tua identità e ti farà gioire con il cento per uno che il Signore ha promesso ai suoi servi. Se non esci da te stesso, l’olio diventa rancido e l’unzione non può essere feconda. Uscire da sé stessi richiede spogliarsi di sé, comporta povertà </em>»<sup>6</sup>.</p><p style="text-align: justify;"> Dunque, parliamo di un uomo la cui identità profonda, intimamente connessa al servizio che svolge, dipende da un primato di Dio: è Lui che lo ha chiamato per primo, costituendolo a favore degli uomini, nelle cose che riguardano Dio (cfr. Eb 5,1).</p><p style="text-align: justify;"> Se proviamo a sviscerare questa realtà, ci imbattiamo in una lettura teologica del ministero ordinato, sulla quale tuttavia non vorrei dilungarmi molto, dal momento che essa è ben approfondita dagli studiosi, specialmente in luoghi come questi; basterà solo riferirsi, in linea con la riflessione del Concilio Vaticano II, al fatto che il presbitero è configurato a Cristo Sacerdote: « <em>Il sacerdozio dei presbiteri</em> – afferma <em>Presbyterorum Ordinis</em> – <em>viene conferito attraverso quel peculiare sacramento nel quale i presbiteri, per l’unzione dello Spirito Santo, sono segnati con uno speciale carattere e sono in tal modo configurati a Cristo sacerdote, così che possano agire in persona di Cristo capo </em>»<sup>7</sup>.</p><p style="text-align: justify;"> Il Concilio ha inteso questo aspetto in senso ampio e dinamico, cioè non riducendolo alla sola dimensione ontologica, cultuale e sacrale, ma inserendolo nella prospettiva della missionarietà della Chiesa; nella <em>Lumen gentium </em> (n. 28), infatti, troviamo questa dimensione cristologico-missionaria del presbiterato: come Cristo è stato unto dal Padre per essere mandato agli uomini, il sacerdote è unto in Cristo per servire i fratelli.</p><p style="text-align: justify;"> È molto significativo per noi, oggi, sapere che su questa linea si sviluppa, negli anni post-conciliari, la riflessione dell’allora teologo Joseph Ratzinger, secondo il quale l’autocomprensione di Gesù di essere l’inviato del Padre è il punto di partenza per la scelta, che Gesù stesso farà, di chiamare e inviare gli Apostoli <sup>8</sup>. Questa prospettiva, senza sminuire l’importanza del legame tra presbitero e Cristo, ha il vantaggio di includervi il legame con la Chiesa e con la missione pastorale a servizio dell’umanità.</p><p style="text-align: justify;"> Cristo e la Chiesa, anche quando parliamo dell’identità del presbitero, non vanno mai dissociate. È dentro questa prospettiva che il Concilio ha inteso parlare della “speciale convenienza” del celibato sacerdotale: Questa visione d’insieme ci offre la possibilità di inquadrare la richiesta e la scelta del celibato: esso è segno della configurazione a Cristo, anche nella sua scelta verginale; al contempo, è segno dell’amore totale e della dedizione assoluta verso la Chiesa, a immagine di Cristo sposo e pastore che offre la sua vita per l’umanità.</p><p style="text-align: justify;"> La configurazione a Cristo che rappresenta il fondamento dell’identità del presbitero, dunque, porta in sé un significato sponsale, che si esprime nella donazione personale a Cristo e alla Sua Chiesa, come segno dell’amore universale di Dio per gli uomini e anticipo del Regno futuro. Il sacerdote, pertanto, configurato a Cristo, è chiamato a vivere quella carità pastorale, che è il dono totale di se stesso alla Chiesa, segno vivente della carità di Cristo per la sua Sposa.</p><p style="text-align: justify;"> Infatti, la <em>Pastores dabo vobis</em> specifica che la motivazione ultima consiste «<em>nel </em><em>legame che il celibato ha con l'Ordinazione sacra </em><em>, che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa. La Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo Capo e Sposo l'ha amata. Il celibato sacerdotale, allora, è dono di sé </em><em>in</em><em> e </em><em>con </em><em>Cristo</em><em> alla </em><em>sua Chiesa ed esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa in e con il Signore. Per un'adeguata vita spirituale del sacerdote occorre che il celibato sia considerato e vissuto non come un elemento isolato o puramente negativo, ma come un aspetto di un orientamento positivo, specifico e caratteristico del sacerdote: egli, lasciando il padre e la madre, segue Gesù buon Pastore, in una comunione apostolica, a servizio del Popolo di Dio </em>»<sup>9</sup>.</p><p style="text-align: justify;"> Esprimendo la libertà e la dedizione per questo dono di sé agli altri, e quindi lo sposalizio con la comunità alla quale si è inviati, il celibato non può essere letto anzitutto come una rinuncia o come una separazione dall’umanità; al contrario, esso manifesta il profondo legame tra il prete e il popolo: il prete ama il suo popolo e la Chiesa con cuore indiviso, amore totale, dedizione gratuita e assoluta, a immagine di Cristo Sposo e Buon pastore, al quale egli è configurato.</p><p style="text-align: justify;"> Se l’identità del presbitero viene interiorizzata in questa direzione, è possibile abbracciare il celibato e coglierne, insieme alle sfide che pone, il valore e la bellezza. La cosa diventa più difficile, o forse impossibile, se il prete viene associato a una sorta di funzionario, a un <em>manager</em> chiamato a gestire con la sua <em>leadership</em> un’azienda, o a un sacerdote il cui ambito di azione si limita alla sfera del sacro.</p><p style="text-align: justify;"> <strong>3. Il celibato, vocazione per la missione </strong></p><p style="text-align: justify;"> Dopo aver accennato ad alcuni aspetti della natura e dell’identità del sacerdozio cristiano, in questa seconda parte intendo soffermarmi in modo più specifico sul “celibato sacerdotale”, in virtù del fatto che esso, pur « <em>non richiesto dalla natura stessa del sacerdozio </em>», è «<em>particolarmente confacente alla vita sacerdotale </em>» (PO, n. 16), come ha ricordato il Concilio Vaticano II. Le differenti prassi in uso presso le Chiese Cattoliche Orientali e la Chiesa Latina trovano in queste due affermazioni la loro ragion d’essere. In questo contesto, l’oggetto della mia riflessione sarà il celibato sacerdotale, vissuto e accolto nella Chiesa Latina e « <em>tenuto in grandissima stima</em>» (can. 373 CCEO) dalle Chiese Cattoliche Orientali, presso le quali di norma esistono presbiteri uxorati.</p><p style="text-align: justify;"> Ho preferito non proporre in questo intervento una carrellata sui fondamenti neotestamentari – già efficacemente presentati nell’intervento della dott.ssa Manes – e storici del celibato, essendo questi un dato acquisito nei loro elementi essenziali, a partire, ad esempio, dal Concilio di Elvira (306) o dai primi provvedimenti “ufficiali” di Papa Siricio (385), che costituiscono una sintesi dell’esperienza ecclesiale dei primi secoli. Dirò solo che la comprensione del celibato nel tempo si è approfondita, sia in ragione del mutare delle circostanze storiche, sia grazie all’esperienza e alla prassi vissute dalla Chiesa. In modo particolare, da una identificazione del celibato con la sola continenza – di tale interpretazione si trova un insigne esempio nel decretista Uguccione di Pisa (1140) – nel corso della vita della Chiesa, si è giunti ad intenderlo oggi in una maniera più ampia e ricca, come quel “cammino di libertà”, felicemente menzionato nel titolo di questo Convegno, di cui abbiamo già parlato.</p><p style="text-align: justify;"> Vorrei quindi condividere con voi alcune riflessioni sul celibato oggi, a partire dal fatto che la Chiesa Latina ha continuato, e continua, a ritenere conveniente fare la scelta « <em>nonostante tutte le difficoltà e le obiezioni sollevate lungo i secoli, di conferire l'ordine presbiterale solo a uomini che diano prova di essere chiamati da Dio al dono della castità nel celibato assoluto e perpetuo </em>», secondo le parole dell’esortazione apostolica <em>Pastores dabo vobis </em> (n. 29).</p><p style="text-align: justify;"> Si tratta quindi di una realtà che caratterizza la Chiesa di oggi, nella quale tutti viviamo, e che chiede sempre più di essere compresa e illuminata, come una « <em>una fulgida gemma</em>», secondo l’espressione del Beato Paolo VI (Enc. <em>Sacerdotalis caelibatus</em>, 1967, n. 1), che adorna il tesoro della Chiesa.</p><p style="text-align: justify;"> Pertanto, desidero tentare di offrire un contributo alla comprensione e alla valorizzazione del celibato sacerdotale per la Chiesa e per il mondo di oggi, parlando di esso come di una vocazione, donata ad alcuni, ed esplicitando qualche aspetto della “speciale convenienza” che unisce il celibato e il ministero sacerdotale, in chiave pastorale e pratica. L’orizzonte di fondo è sempre quello tracciato dal Beato Paolo VI nell’Enciclica <em>Sacerdotalis caelibatus</em> (24 giugno 1967), che descrive i tre significati che fondano il celibato dei sacerdoti – quello cristologico, quello ecclesiologico e quello escatologico, come abbiamo ascoltato questa mattina.</p><p style="text-align: justify;"> <strong>3.1 Il celibato come vocazione scoperta, accolta e custodita </strong></p><p style="text-align: justify;"> Il celibato sacerdotale è innanzitutto una vocazione, uno speciale carisma, di cui Dio fa dono alla Sua Chiesa, attraverso la chiamata di alcuni a seguirlo per questa via e a vivere in forma celibataria la loro condizione di discepoli. Si tratta di una visione positiva, all’interno della quale il celibato non figura come un semplice insieme di rinunce o come un “tributo da pagare” per poter esercitare il ministero o un obbligo estrinseco imposto ai sacerdoti. Pertanto, appaiono limitate, e limitanti, quelle descrizioni che solo identificano il celibato con lo stato personale di chi non è sposato, con tutte le conseguenze del caso, e pongono l’attenzione principalmente sulle “privazioni” che esso comporta, trascurando invece il positivo e le possibilità che offre, in funzione della felicità personale e della missione ecclesiale.</p><p style="text-align: justify;"> Tale vocazione è parte della complessiva configurazione a Cristo, Capo e Sposo della Chiesa, che il sacerdote persegue sin dagli anni della formazione iniziale in Seminario. Come ogni vocazione, anche quelle al celibato richiede di essere scoperta da chi l’ha ricevuta in dono; è la “perla preziosa” che Dio mette nella vita di alcuni e che attende di essere messa in luce. Occorre pertanto un cammino di maturità umana, che conduca la persona al desiderio di una piena realizzazione affettiva attraverso il discernimento su relazioni serie e profonde, magari anche pensando alla vita matrimoniale. Per colui che cerca la verità di sé con serietà e piena disponibilità, ad un certo punto la vita di coppia, pur affascinante e attraente, può rivelarsi come un orizzonte limitato, come un vestito bello ed elegante in generale, ma troppo stretto per la persona concreta. In questi casi è saggio domandarsi se tale sensazione di limite sia legata a una personale immaturità o al non aver ancora incontrato la persona giusta con cui condividere la vita, o piuttosto se non si tratti della chiamata di Dio alla vita celibataria.</p><p style="text-align: justify;"> Anche in coloro che sono chiamati al celibato è necessario che rimanga un’immagine alta e positiva della vita di coppia e della vocazione matrimoniale; infatti, il celibato in questo senso non è antitetico al matrimonio, ma è solo un modo diverso di donare completamente sé stessi in una relazione d’amore. Sarà un discernimento, che tenga conto della vita affettiva e della qualità delle relazioni vissute, ad aiutare la persona a cogliere in sé il dono del celibato. È importante che in tale scoperta il celibato non sia percepito come una fuga da o un rifiuto di relazioni di coppia, ma come l’approfondimento e la specificazione del desiderio di una vita affettiva piena e appagante.</p><p style="text-align: justify;"> Una volta scoperta, questa vocazione richiede anche di essere accolta e ciò non è sempre scontato, anche quando essa è chiaramente percepita. A volte, coloro che hanno intuito la chiamata a seguire il Signore nella via del celibato faticano inizialmente ad abbandonare l’idea di sé che avevano concepito in precedenza, si trovano a vivere una tensione tra i propri progetti e la chiamata da parte di Dio. È un momento delicato, una tappa importante di conversione, nella quale la persona vive la sfida della disponibilità al Signore, una disponibilità a lasciarsi condurre e a conoscere e sperimentare una nuova parte di sé.</p><p style="text-align: justify;"> È quello che capita a Pietro, secondo il racconto di Luca (5, 1-11), quando accoglie Gesù nella propria barca, pieno di buona volontà per aiutare il Maestro. Ma in quell’incontro si sente rivolgere da Gesù parole per lui sorprendenti, che lo invitano a mettere in discussione la verità di sé che egli conosceva, la sua “professionalità” ed esperienza di pescatore di lungo corso. In quel “sulla tua parola getterò le reti” è il segno di una novità accolta, anche se forse non ancora del tutto percepita. È l’incontro con Gesù che svela Pietro a Pietro; nel rapporto con Gesù, egli intuisce un’altra realtà rispetto a quella che aveva pensato fino a quel momento. E quando Gesù gli dice che avrebbe fatto di lui un “pescatore di uomini”, Pietro comprende qualcosa di fondamentale; la chiamata di Gesù non è contraria ai suoi desideri e a tutto quello che ha vissuto sino a quel momento. Essa è piuttosto un modo diverso, più grande e inatteso, di realizzare quei desideri, un modo attraverso il quale il suo cammino personale di vita è accolto da Gesù e trasformato; sempre pescatore, ma di uomini.</p><p style="text-align: justify;"> Così capita anche a chi intuisce la vocazione al celibato. Essa non è contraria ai desideri di felicità e di pienezza e può essere accolta solo in un rapporto con il Maestro; non si è celibi per una sorta di volontaristico accantonamento delle proprie passioni o per spiritualistico ripiegamento su se stessi, ma per il desiderio di amare di più, grazie alle possibilità che il celibato offre. Tutta la persona viene impegnata, corpo e anima, in questa vita che è la risposta ad una chiamata e che conta sul sostegno di Dio.</p><p style="text-align: justify;"> Una visione della vita celibataria che non tenga conto di questo sarà inevitabilmente controproducente innanzitutto per la pastorale vocazionale, ma anche per la vita dei preti. Il celibato infatti è richiesto da una norma disciplinare, ma questa norma ha un fondamento vocazionale; la norma, potremmo dire, tutela una vocazione, non la impone. Se questo fondamento fosse negato o ignorato, l’ordine disciplinare diventerebbe un non-senso. Chi sarebbe disposto a dare la propria vita solo per osservare una disciplina? Quando il celibato è concepito in questo modo, è difficilmente sostenibile e alla lunga produce insoddisfazione, frustrazione, ricerca di compensazioni improprie o anche l’abbandono. Siamo chiamati a viverlo come amore e impegno personale con Dio, nel nome di Cristo, proprio come è accaduto a Pietro. Non si dà la propria vita per rispettare una regola, ma per offrirla ad una persona, a Dio stesso, e così farne un dono per tutti gli uomini, per la Chiesa e per il mondo.</p><p style="text-align: justify;"> Come ogni cammino serio anche quello della vita nel celibato presenta le sue esigenze e richiede un quotidiano impegno in chi l’ha scoperto e accolto come vocazione; il celibato quindi è un dono che occorre anche custodire.</p><p style="text-align: justify;"> Ciò può avvenire attraverso una affettività celibataria matura e ben coltivata; essa non è assenza di affetti e di relazioni profonde, come ho detto. Per il sacerdote che l’ha accolta, la vocazione al celibato, nell’equilibrio e nella disciplina degli affetti, si alimenta nella vita quotidiana attraverso una serie di relazioni: con il Signore, con i propri cari – i confratelli, i famigliari e gli altri amici –, nonché con i fedeli, affidati in ragione del ministero. Queste relazioni sono come le tre gambe di un tavolino, che, se adeguatamente sostenute, si bilanciano a vicenda, e giovano all’equilibrio personale e spirituale del sacerdote, nonché alla sua efficacia ministeriale.</p><p style="text-align: justify;"> Il celibato così inteso, lungi dall’essere una forma di isolamento e di assenza di relazioni profonde, costituisce invece l’opportunità di stabilirne di più numerose, senza farsi determinare unicamente da nessuna di esse. Essere celibi quindi non significa diventare “solitari” o, peggio, “individualisti”, ma, come discepoli, saper stare alla scuola del Maestro, in un amoroso raccoglimento, che permette di abbracciare anche altri e di andare loro incontro, all’interno di relazioni mature e confacenti alla vita di un sacerdote.</p><p style="text-align: justify;"> Proprio per rafforzare tale idea del celibato come snodo di relazioni, desidero dedicare alcune parole a ciascuna delle tre categorie di relazioni che ho menzionato prima. La prima di esse è quella col Signore. Il sacerdote non deve diventare un libero professionista della pastorale, ma mantenersi nel tempo un discepolo innamorato del suo Maestro, costantemente alla sua sequela. È un rapporto quotidiano, un dialogo d’amore, tra il sacerdote e Gesù che lo ha chiamato; esso si alimenta in special modo attraverso l’Eucarestia, celebrata e adorata, con la preghiera personale e con l’ascolto orante della Parola di Dio.</p><p style="text-align: justify;"> Non è certo una “ricetta” nuova, ma ritengo che sia utile riproporla, in quanto intorno ai sacerdoti spesso c’è tanto movimento e chiasso, tanto parlare, di persone, di giornali, di radio e televisione, di Internet e la vita finisce per essere un incalzante susseguirsi di cose da fare invece che di rapporti da vivere. Con misura e disciplina sacerdotale occorre anche far comprendere alle persone: «… <em>io devo prendermi un po’ di silenzio per la mia anima; mi stacco da voi per unirmi al mio Dio </em>», come disse Papa Giovanni Paolo I nel suo discorso al Clero romano (7 settembre 1978).</p><p style="text-align: justify;"> L’affettività celibataria è poi resa feconda dalle relazioni con i propri cari, che auspicabilmente accompagnano tutta la vita del sacerdote; penso innanzitutto ai legami famigliari, all’interno dei quali si è formata l’umanità del sacerdote. I genitori, i fratelli e le sorelle sono coloro di fronte a cui un sacerdote non può fingere o nascondersi, perché lo conoscono da sempre. Sono rapporti spesso preziosi, come un porto sicuro e ritirato, in cui sostare nei momenti di fatica, per cercare comprensione e ascolto, o in quelli di gioia per una genuina condivisione. È importante ricordare che essere celibi non significa essere senza famiglia, ma continuare ad appartenere al proprio ambiente di nascita. Ci sono poi gli amici di una vita, magari conosciuti prima dell’ingresso in Seminario, persone franche che non temono di parlare con chiarezza e vogliono bene al sacerdote innanzitutto per la sua umanità, prima ancora che per il suo ruolo.</p><p style="text-align: justify;"> Mi piace poi riferirmi a titolo speciale e più diffusamente a quella “famiglia speciale” nella quale il sacerdote entra con l’ordinazione, quella del presbiterio; è una famiglia fondata sulla “fraternità sacramentale” <sup><a><sup>10</sup></a></sup>. Esistono varie modalità per tradurre in pratica con i confratelli la fraternità sacramentale, che può essere concretizzata in varie forme, come l’incontrarsi spontaneamente, soprattutto per meditare la Parola di Dio e pregare insieme, ma anche per condividere soddisfazioni e fatiche, magari a tavola, durante i pasti, che rendono più facile e immediata la condivisione, giovani e anziani insieme. Come in ogni famiglia, infatti, anche tra i sacerdoti ci sono quegli anziani, per cui il Santo Padre ha varie volte espresso la sua sollecitudine, che possono costituire un “tesoro” di esperienza pastorale e spirituale.</p><p style="text-align: justify;"> La misericordia, ovviamente, non deve mai mancare anche nei rapporti quotidiani tra sacerdoti, attraverso un perdono reciproco e profondo, senza strascichi di risentimento, che permetta di andare oltre gli screzi e le incomprensioni, inevitabili anche nelle migliori famiglie.</p><p style="text-align: justify;"> L’ultima categoria di rapporti che sostiene e alimenta l’affettività celibataria è quella dei fedeli affidati in ragione del ministero; con loro il sacerdote è chiamato a stabilire relazioni sincere, libere e liberanti, senza attaccamenti eccessivi ed esclusivi, e nella prossimità a tutti. I fedeli in questo senso non sono i destinatari dei “servizi” offerti dal sacerdote, ma la porzione concreta di Chiesa, di Popolo di Dio, che al sacerdote in un momento specifico della sua vita è affidato. Per loro egli è chiamato a essere segno dell’amore misericordioso di Dio e nel suo cuore di pastore devono poter trovare l’accoglienza e il calore dell’amore di Dio. Il ministero pastorale può perciò essere inteso come ministero relazionale, come strumento di comunione.</p><p style="text-align: justify;"> In sintesi, nella Chiesa, il celibato accolto come vocazione è dato per essere sempre vissuto « <em>per il Regno dei cieli</em>» (Mt 19, 12). In coloro che lo accolgono, esso non è volto a mortificare o reprimere il desiderio di felicità che è in ogni uomo, ma piuttosto a sostenerlo e a promuoverlo. Certo, è una sequela esigente e in alcuni momenti anche faticosa, ma non perde il suo carattere di via della gioia. Il celibato del sacerdote è un dono che Dio fa alla Chiesa e al mondo, pertanto esso è custodito e reso proficuo proprio dal rapporto quotidiano con le persone concrete che costituiscono la Chiesa e il mondo di ogni sacerdote, nella costante apertura e disponibilità alla Grazia divina.</p><p style="text-align: justify;"> <strong>3.2</strong> <strong>La “speciale convenienza” del celibato per la missione apostolica </strong></p><p style="text-align: justify;"> Dopo aver tentato di esporre la natura vocazionale del celibato sacerdotale, esaminandone alcune conseguenze, mi preme ora mettere in evidenza la “speciale convenienza” che la Chiesa riconosce tra celibato e sacerdozio.</p><p style="text-align: justify;"> In questo senso, allora, il celibato è in primo luogo un’occasione di sequela discepolare e di speciale configurazione a Cristo. Come gli Apostoli, chiamati da Gesù “perché stessero con Lui” (Mc 3,14), il sacerdote vive la realtà del celibato come uno spazio di ascolto e di relazione privilegiata con il Signore; nel silenzio e nell’intimità, il discepolo vede crescere l’amore per il Maestro e unisce la propria vita alla Sua, trasformandola in vista delle esigenze della missione che il Maestro stesso affida. Il sacerdote celibe è tale per essere sacramentalmente configurato a Cristo, Pastore e Servo, Sacerdote, Capo e Sposo della Chiesa e, secondo le parole della <em>Pastores dabo vobis <sup>11</sup></em>, «<em>è</em><em> chiamato nella sua vita spirituale a rivivere l’amore di Cristo sposo nei riguardi della Chiesa sposa. La sua vita dev’essere illuminata e orientata anche da questo tratto sponsale, che gli chiede di essere testimone dell’amore sponsale di Cristo, di essere quindi capace di amare la gente con cuore nuovo, grande e puro, con autentico distacco da sé, con dedizione piena, continua e fedele, e insieme con una specie di “gelosia” divina con una tenerezza che si riveste persino delle sfumature dell’affetto materno, capace di farsi carico dei “dolori del parto” finché “Cristo non sia formato” nei fedeli </em>».</p><p style="text-align: justify;"> Così diviene più agevole comprendere come il celibato sia conveniente al sacerdote nella missione che gli è affidata, come ho ricordato sopra. Nel celibato il sacerdote è libero per amare tutti in Cristo, senza legarsi specialmente a nessuno. È una libertà per amare che si concretizza non solo nei sentimenti, ma soprattutto nelle azioni, che nasce nel cuore e rifluisce nella vita di ogni giorno. Lungi dall’intendere l’assenza di un rapporto unico, o privilegiato, come quello matrimoniale, ad esempio, come indice di relazioni “leggere”, mai approfondite, il celibato costituisce per il sacerdote l’opportunità di farsi carico, in profondità e verità di volta in volta delle persone e delle situazioni che incontra in ragione del suo ministero.</p><p style="text-align: justify;"> In una affettività ben curata, tale amore è anche libero, nel senso che non diviene desiderio di possesso o attaccamento eccessivo; proprio perché ama in Cristo il sacerdote, fedele alla propria missione, opera come uno strumento nelle mani di Dio, per unire a Lui e alla Sua Chiesa le persone. È bello vedere persone e comunità affezionate al loro pastore, ma grazie a lui innamorate soprattutto di Cristo e pronte a continuare a seguire solo Cristo.</p><p style="text-align: justify;"> Un sacerdote che ama nella libertà non teme quindi i trasferimenti e i nuovi incarichi, pur nella umana e comprensibile fatica del distacco da alcune persone concrete. Anche nel cambiamento di luogo e situazioni, egli si percepirà come discepolo incamminato dietro al Maestro, in una via che è unitaria e per sempre, e in questo non percepirà interruzioni o fratture; il suo sarà un ininterrotto cammino discepolare, del quale ogni cambiamento rappresenta una tappa, e nell’unità di esso trova la sua ragionevolezza.</p><p style="text-align: justify;"> Infine, mi piace pensare al celibato sacerdotale come una libertà per servire. Come Gesù ha invitato discepoli a non confidare nei beni e negli strumenti umani (cfr. Mt 10, 9-10) in vista della loro missione, così il celibato ripresenta questo “viaggiare leggeri” per arrivare a tutti, portando solo l’amore di Dio. Configurato a Cristo Pastore, il sacerdote sarà sempre in cammino per servire il popolo e, secondo la felice immagine evocata da Papa Francesco <sup> 12</sup>, «a <em>volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la speranza del popolo, altre volte starà semplicemente in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro </em>».</p><p style="text-align: justify;"> Concludendo, il celibato è una vocazione che nella Chiesa Latina è considerata specialmente conveniente per coloro che sono chiamati al ministero sacerdotale. Essa è l’occasione per il sacerdote di vivere un’affettività ricca, per il suo cammino personale e per l’esercizio della sua missione; non è assenza di relazioni profonde, ma spazio per esse. È un “cammino di libertà”, che il discepolo sacerdote compie insieme a Cristo, dalla Sua Grazia sostenuto e animato, in favore della Chiesa e del mondo.</p><p style="text-align: justify;"> La spiritualità celibataria del presbitero è una proposta “in positivo”, costruttiva, che mira a far sì che il Popolo di Dio abbia sempre pastori radicalmente liberi dal rischio della corruzione e dell’imborghesimento.</p><p style="text-align: justify;"> Al tempo stesso riconoscere l’altezza che questa proposta comporta non la rende esclusiva, come ha affermato il Concilio Vaticano II nella <em>Presbyterorum Ordinis</em>, asserendo che la scelta celibataria <em>«non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese Orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l’aiuto della grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati» </em> (n. 16).</p><p style="text-align: justify;"> La Chiesa Cattolica, infatti, non ha mai imposto alle Chiese Orientali la scelta celibataria. D’altra parte ha anche permesso eccezioni nel corso della storia, come nel caso di Pastori luterani, calvinisti o anglicani sposati che, accolti nella Chiesa Cattolica, hanno ottenuto una dispensa per ricevere il sacramento dell’Ordine. Ciò avvenne già durante il pontificato di Papa Pio XII, nel 1951. Più recentemente, nel 2009, il Motu proprio <em>Anglicanorum Coetibus</em> di Papa Benedetto XVI ha autorizzato la costituzione di Ordinariati nei territori della Chiesa Latina, dove esercitano ex-ministri anglicani, ordinati sacerdoti cattolici. In seguito poi alla massiccia emigrazione di cattolici dal Medio Oriente, nel giugno 2014 Papa Francesco, con il Decreto <em>Pontificia Praecepta de Clero Uxorato Orientali </em>, ha consentito ai sacerdoti sposati orientali di operare nelle comunità cristiane della diaspora, dunque al di fuori dei loro territori tradizionali, abrogando precedenti divieti.</p><p style="text-align: justify;"> Nella situazione attuale, poi, viene spesso evidenziata, specialmente in alcune aree geografiche, una sorta di “emergenza sacramentale”, causata dalla mancanza di sacerdoti. Ciò ha suscitato da più parti la domanda circa l’eventualità di ordinare i cosiddetti <em>viri probati </em>. Se la problematica non pare irrilevante, occorre certamente non prendere soluzioni affrettate e solo sulla base delle urgenze. Rimane pur sempre vero che le esigenze dell’evangelizzazione, unitamente alla storia e alla multiforme tradizione della Chiesa, lasciano aperto lo scenario a dibattiti legittimi, se motivati dall’annuncio del Vangelo e condotti in modo costruttivo, pur sempre salvaguardando la bellezza e l’altezza della scelta celibataria.</p><p style="text-align: justify;"> Il celibato è infatti un dono che richiede di essere accolto e curato con gioiosa perseveranza, perché possa portare appieno i suoi frutti. Per viverlo proficuamente, è necessario che ogni un sacerdote continui a sentirsi discepolo in cammino per tutta la vita, a volte bisognoso di riscoprire e rafforzare il suo rapporto col Signore, e, anche, di lasciarsi “guarire”; non a caso Papa Francesco ha ricordato che nel cammino di discepoli « <em>a volte procediamo spediti, altre volte il nostro passo è incerto, ci fermiamo e possiamo anche cadere, ma sempre restando in cammino </em>»<sup> <sup>13</sup></sup>.</p><p style="text-align: justify;">----------------------------</p><p style="text-align: justify;"> - 1 Papa Francesco, <em>Omelia Santa Messa del Crisma </em> (17 aprile 2014).</p><p style="text-align: justify;"> - 2 Paolo VI, Lett. Enc. <em>Sacerdotali Caelibatus </em>, n. 73.</p><p style="text-align: justify;"> - 3 <em>Ivi</em>.</p><p style="text-align: justify;"> - 4 <em>Ivi</em>, 72.</p><p style="text-align: justify;"> - 5 Conc. Ecum. Vat II, <em>Decr. Conc. Presbyterorum Ordinis </em>, n. 16.</p><p style="text-align: justify;"> - 6 Papa Francesco, <em>Omelia Santa Messa del Crisma </em> (17 aprile 2014).</p><p style="text-align: justify;"> - 7 Conc. Ecum. Vat II, <em>Decr. Conc. Presbyterorum Ordinis </em>, n. 2.</p><p style="text-align: justify;"> - 8 Cfr. J. Ratzinger, <em>Elementi di teologia fondamentale. Saggi sul problema di Dio, </em>Morcelliana, Brescia 2005.</p><p style="text-align: justify;"> - 9 Giovanni Paolo II, Esort. Ap. <em>Pastores dabo vobis </em>, n. 29.</p><p style="text-align: justify;"> - 10 Conc. Ecum. Vat. II, Decreto <em>Presbyterorum ordinis</em>, n. 8</p><p style="text-align: justify;"> - 11 Giovanni Paolo II, Esort. Ap. <em>Pastores dabo vobis</em>, n. 22.</p><p style="text-align: justify;"> - 12 Francesco, Esort. Ap. <em>Evangelii gaudium</em>, n. 31.</p><p style="text-align: justify;"> - 13 Papa Francesco, <em>Discorso alla Plenaria della Congregazione per il Clero </em> (3 ottobre 2014).</p>​Videomessaggio del Pontefice - Per la cura della creazione2016-02-06T11:43:15+00:00http://www.news.va/it/news/videomessaggio-del-pontefice-per-la-cura-della-creUn invito a prenderci «cura della creazione, perché l’abbiamo ricevuta come dono da coltivare e proteggere per le generazioni future» è contenuto nel videomessaggio di Papa Francesco a commento della sua intenzione universale di preghiera per il mese di febbraio.  Letto in spagnolo e tradotto in dieci lingue, il messaggio pontificio è stato diffuso sul sito internet dell’Apostolato della preghiera ( www.apmej.org ). «Credenti e non credenti — spiega Francesco mentre scorrono immagini della bellezza del creato che stridono con altre di inquinamento ambientale — siamo tutti d’accordo che la terra è un patrimonio comune, i cui frutti dovrebbero essere beneficio di tutti». Tuttavia, fa notare il Papa, oggi «la relazione tra la povertà e la fragilità del pianeta richiede un altro modo di gestire l’economia e il progresso, immaginando un nuovo stile di vita». Ecco perché, è la naturale conseguenza, «abbiamo bisogno di una conversione che ci unisca tutti» e di essere «liberi dalla schiavitù del consumismo» per poterci prendere insieme — conclude il Pontefice — «cura della nostra casa comune»....<p style="text-align: justify;">Un invito a prenderci «cura della creazione, perché l’abbiamo ricevuta come dono da coltivare e proteggere per le generazioni future» è contenuto nel videomessaggio di Papa Francesco a commento della sua intenzione universale di preghiera per il mese di febbraio. </p><p><img alt="" src="http://vaticanresources.s3.amazonaws.com/images%2F9ab8cbb5e8252a0e0c726f76963f7328_2.jpg" style="float: right; margin: 0px 0px 10px 10px;" title=""/></p><p style="text-align: justify;">Letto in spagnolo e tradotto in dieci lingue, il messaggio pontificio è stato diffuso sul sito internet dell’Apostolato della preghiera (<a href="http://www.apmej.org" target="_blank">www.apmej.org</a>).</p><p style="text-align: justify;"></p><p style="text-align: justify;">«Credenti e non credenti — spiega Francesco mentre scorrono immagini della bellezza del creato che stridono con altre di inquinamento ambientale — siamo tutti d’accordo che la terra è un patrimonio comune, i cui frutti dovrebbero essere beneficio di tutti». Tuttavia, fa notare il Papa, oggi «la relazione tra la povertà e la fragilità del pianeta richiede un altro modo di gestire l’economia e il progresso, immaginando un nuovo stile di vita». </p><p style="text-align: justify;">Ecco perché, è la naturale conseguenza, «abbiamo bisogno di una conversione che ci unisca tutti» e di essere «liberi dalla schiavitù del consumismo» per poterci prendere insieme — conclude il Pontefice — «cura della nostra casa comune».</p>Papa presto in Messico, viaggio nel cuore dell'America Latina2016-02-05T16:00:24+00:00http://www.news.va/it/news/papa-presto-in-messico-viaggio-nel-cuore-dellameri Un viaggio che permetterà al Papa di toccare tutte le realtà del Messico. Dal 12 febbraio sera, Francesco sarà nel Paese latinoamericano, dove rimarrà fino al 17. Di particolare impatto la messa a Ciudad Juarez, a poche decine di  metri dal confine con gli Usa. Il viaggio presentato in Sala Stampa vaticana da padre Federico Lombardi. Alessandro Guarasci : Città del Messico, le regioni dove sono gli indios, il nord caratterizzato dalla violenza e dal filo spinato che separa con gli Usa. Il Papa toccherà tutte le anime di questo immenso Paese. Molti i trasferimenti con le cinque papamobili, il che fa pensare a grandi bagni di folla. Punto centrale, però, sarà la visita alla Basilica della Nostra Signora di Guadalupe, da sempre venerata dal Papa, come dice padre Lombardi : “Ha parlato del suo affetto, della sua devozione per la Madonna di Guadalupe, per la sua consapevolezza che questa devozione significa per i messicani – non solo per i cattolici, ma per tutti i messicani e per tutti i latinoamericani e gli americani. Quindi, è un momento alto del viaggio, la celebrazione della Messa alla Basilica di Guadalupe”. Ma poi anche la visita a un ospedale pediatrico, dove Francesco incontrerà il personale e i piccoli pazienti, alcuni malati gravi. L’incontro con famiglie e giovani, il confronto con le autorità e il clero. Da notare anche la Messa con gli indigeni nel Chapas, il Papa ha infatti autorizzato ufficialmente l'uso delle lingue indigene nella Liturgia, come afferma padre Lombardi: ““Questa Messa è pensata soprattutto per le comunità indigene del Chiapas. E infatti nella Messa che è quella del lunedì della prima settimana di Quaresima, quella normalmente prevista dalla liturgia, però ci sono molti elementi indigeni: letture, canti e parti della Messa sono nelle lingue locali. Ci sono, se ho capito, almeno tre lingue indigene”. Il Papa poi passerà un’intera giornata a Ciudad Juarez, nel nord, terra difficile, caratterizzata da violenze e sparizioni. Nel carcere vedrà 700 detenuti, poi celebrerà la Messa dal palco a 80 metri dalla frontiera. Sono attese centinaia di migliaia di persone e, al di là del filo spinato, dunque in territorio statunitense, altri 50 mila fedeli ascolteranno le parole del Pontefice. Ancora padre Lombardi: “E’ una tappa molto, molto forte, anche come significato. Ricordiamo che il Papa aveva detto che aveva pensato di entrare negli Stati Uniti dal Messico. Il fatto cioè di questa presenza sul confine è qualcosa che teneva molto presente nel suo cuore. Insomma, sa che questo è un luogo estremamente significativo delle problematiche sociali e umane”. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2015/12/12/AFP4802472_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Un viaggio che permetterà al Papa di toccare tutte le realtà del Messico. Dal 12 febbraio sera, Francesco sarà nel Paese latinoamericano, dove rimarrà fino al 17. Di particolare impatto la messa a Ciudad Juarez, a poche decine di  metri dal confine con gli Usa. Il viaggio presentato in Sala Stampa vaticana da padre Federico Lombardi. <strong>Alessandro Guarasci</strong>:</p> <p><span style="line-height: 1.6;">Città del Messico, le regioni dove sono gli indios, il nord caratterizzato dalla violenza e dal filo spinato che separa con gli Usa. Il Papa toccherà tutte le anime di questo immenso Paese. Molti i trasferimenti con le cinque papamobili, il che fa pensare a grandi bagni di folla. Punto centrale, però, sarà la visita alla Basilica della Nostra Signora di Guadalupe, da sempre venerata dal Papa, come dice </span><strong style="line-height: 1.6;">padre Lombardi</strong><span style="line-height: 1.6;">:</span></p> <p>“Ha parlato del suo affetto, della sua devozione per la Madonna di Guadalupe, per la sua consapevolezza che questa devozione significa per i messicani – non solo per i cattolici, ma per tutti i messicani e per tutti i latinoamericani e gli americani. Quindi, è un momento alto del viaggio, la celebrazione della Messa alla Basilica di Guadalupe”.</p> <p>Ma poi anche la visita a un ospedale pediatrico, dove Francesco incontrerà il personale e i piccoli pazienti, alcuni malati gravi. L’incontro con famiglie e giovani, il confronto con le autorità e il clero. Da notare anche la Messa con gli indigeni nel Chapas, il Papa ha infatti autorizzato ufficialmente l'uso delle lingue indigene nella Liturgia, come afferma padre Lombardi:</p> <p>““Questa Messa è pensata soprattutto per le comunità indigene del Chiapas. E infatti nella Messa che è quella del lunedì della prima settimana di Quaresima, quella normalmente prevista dalla liturgia, però ci sono molti elementi indigeni: letture, canti e parti della Messa sono nelle lingue locali. Ci sono, se ho capito, almeno tre lingue indigene”.</p> <p>Il Papa poi passerà un’intera giornata a Ciudad Juarez, nel nord, terra difficile, caratterizzata da violenze e sparizioni. Nel carcere vedrà 700 detenuti, poi celebrerà la Messa dal palco a 80 metri dalla frontiera. Sono attese centinaia di migliaia di persone e, al di là del filo spinato, dunque in territorio statunitense, altri 50 mila fedeli ascolteranno le parole del Pontefice. Ancora padre Lombardi:</p> <p>“E’ una tappa molto, molto forte, anche come significato. Ricordiamo che il Papa aveva detto che aveva pensato di entrare negli Stati Uniti dal Messico. Il fatto cioè di questa presenza sul confine è qualcosa che teneva molto presente nel suo cuore. Insomma, sa che questo è un luogo estremamente significativo delle problematiche sociali e umane”.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/02/05/papa_francesco_in_messico,_briefing_in_sala_stampa_vaticana_/1206298">(Da Radio Vaticana)</a>

  
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