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News.vahttp://www.news.va/2014-10-21T15:44:37+00:00Sinodo. Card. Ravasi: la Chiesa prima di tutto è casa che accoglie2014-10-21T15:44:37+00:00http://www.news.va/it/news/sinodo-card-ravasi-la-chiesa-prima-di-tutto-e-casa A poche ore dalla chiusura del Sinodo straordinario sulla famiglia, continua sui mezzi di comunicazione il dibattito sui temi sollevati dall'assemblea ecclesiale. Per un bilancio sull'esperienza sinodale,  Fabio Colagrande ha intervistato uno dei partecipanti: il cardinale Gianfranco Ravasi , presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, che nell'occasione ha presieduto la commissione per il Messaggio: R. – Sì, per me era questo il terzo Sinodo e sicuramente l’impressione di tutti i Padri sinodali è stata anche la mia: la vivacità. Questo sostantivo non è espressione di una atmosfera, modalità esterna. Era veramente anche la manifestazione di una interiorità profonda: questa libertà e questa vivacità mostravano anche che il tema da una parte era interessante e dall’altra parte che l’assemblea ne era coinvolta. D. – Il messaggio conclusivo del Sinodo afferma che Cristo ha voluto che la sua Chiesa fosse una casa con la porta sempre aperta, nell’accoglienza, senza escludere nessuno… R. – Sì, io credo che possa essere una sorta di asse portante del Sinodo. Anche perché il messaggio si apriva con una immagine, una scena che è espressa attraverso un versetto solo, nell’interno del libro dell’Apocalisse, dove Cristo si rivolge a una Chiesa, la Chiesa di Laodicea in Asia minore, che per molti aspetti è affine alla società contemporanea. Questo aspetto dell’indifferenza, della superficialità, qualche volta persino della volgarità. In quel versetto, si dice che Cristo passa per le strade delle nostre città, bussa alla porta e se una famiglia racchiusa nell’interno, con la sua libertà, apre la porta, Cristo si siede a tavola e cena con i membri di questa famiglia. Direi che questa immagine è significativa della Chiesa. La Chiesa deve essere pronta ad accogliere il Cristo che entra e ad accogliere tutti coloro che sono seduti alla mensa di una casa con tutte le diversità perché la Chiesa è prima di tutto e soprattutto una casa. Tanto è vero che all’inizio la stessa famiglia era la sede dove si celebrava l’Eucaristia. D. – La relazione conclusiva del Sinodo suggerisce di cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze. Questa è una novità importante… R. – Come insegnava l’antica teologia, già medievale, la "sopra-natura", la grazia, non prescinde dalla natura. Ora, due persone che si impegnano seriamente - soprattutto quando si ha un impegno di matrimonio ufficiale, civile, oppure si è insieme attraverso una lunga vicenda personale - si ha un valore naturale e questo valore naturale non può essere considerato come se fosse un elemento da ignorare. E’ anzi una base sulla quale costruire poi la bellezza, la superiorità, la soprannaturalità della grazia di Cristo e dell’adesione attraverso la fede. D. – Secondo lei, che immagine della fede ha offerto al mondo questo Sinodo? R. – Devo dire che le relazioni che ci sono state anche sulla stampa estera sono state molto attente e per certi versi anche abbastanza fedeli. Alla fine, l’immagine di Chiesa risultante è una Chiesa che dialoga, con le sue fatiche anche, perché la Chiesa è incarnata, è nell’interno della storia. Cristo stesso presenta nell’interno del suo messaggio anche elementi che sono legati al contesto in cui egli si trova. Quindi, io credo che anche agli occhi dei non credenti, la Chiesa - pur avendo avuto questi risultati, in alcuni casi non così univoci, quasi come cristallizzati in una sorta di limbo perfetto - ha dimostrato invece una vivacità e un volto che è forse più seguito con attenzione anche dal mondo non credente. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2014/10/20/1588458_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>A poche ore dalla chiusura del Sinodo straordinario sulla famiglia, continua sui mezzi di comunicazione il dibattito sui temi sollevati dall'assemblea ecclesiale. Per un bilancio sull'esperienza sinodale, <strong>Fabio Colagrande</strong> ha intervistato uno dei partecipanti: il <strong>cardinale Gianfranco Ravasi</strong>, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, che nell'occasione ha presieduto la commissione per il Messaggio:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_2433612" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00449731.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p>R. – Sì, per me era questo il terzo Sinodo e sicuramente l’impressione di tutti i Padri sinodali è stata anche la mia: la vivacità. Questo sostantivo non è espressione di una atmosfera, modalità esterna. Era veramente anche la manifestazione di una interiorità profonda: questa libertà e questa vivacità mostravano anche che il tema da una parte era interessante e dall’altra parte che l’assemblea ne era coinvolta.</p> <p>D. – Il messaggio conclusivo del Sinodo afferma che Cristo ha voluto che la sua Chiesa fosse una casa con la porta sempre aperta, nell’accoglienza, senza escludere nessuno…</p> <p>R. – Sì, io credo che possa essere una sorta di asse portante del Sinodo. Anche perché il messaggio si apriva con una immagine, una scena che è espressa attraverso un versetto solo, nell’interno del libro dell’Apocalisse, dove Cristo si rivolge a una Chiesa, la Chiesa di Laodicea in Asia minore, che per molti aspetti è affine alla società contemporanea. Questo aspetto dell’indifferenza, della superficialità, qualche volta persino della volgarità. In quel versetto, si dice che Cristo passa per le strade delle nostre città, bussa alla porta e se una famiglia racchiusa nell’interno, con la sua libertà, apre la porta, Cristo si siede a tavola e cena con i membri di questa famiglia. Direi che questa immagine è significativa della Chiesa. La Chiesa deve essere pronta ad accogliere il Cristo che entra e ad accogliere tutti coloro che sono seduti alla mensa di una casa con tutte le diversità perché la Chiesa è prima di tutto e soprattutto una casa. Tanto è vero che all’inizio la stessa famiglia era la sede dove si celebrava l’Eucaristia.</p> <p>D. – La relazione conclusiva del Sinodo suggerisce di cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze. Questa è una novità importante…</p> <p>R. – Come insegnava l’antica teologia, già medievale, la "sopra-natura", la grazia, non prescinde dalla natura. Ora, due persone che si impegnano seriamente - soprattutto quando si ha un impegno di matrimonio ufficiale, civile, oppure si è insieme attraverso una lunga vicenda personale - si ha un valore naturale e questo valore naturale non può essere considerato come se fosse un elemento da ignorare. E’ anzi una base sulla quale costruire poi la bellezza, la superiorità, la soprannaturalità della grazia di Cristo e dell’adesione attraverso la fede.</p> <p>D. – Secondo lei, che immagine della fede ha offerto al mondo questo Sinodo?</p> <p>R. – Devo dire che le relazioni che ci sono state anche sulla stampa estera sono state molto attente e per certi versi anche abbastanza fedeli. Alla fine, l’immagine di Chiesa risultante è una Chiesa che dialoga, con le sue fatiche anche, perché la Chiesa è incarnata, è nell’interno della storia. Cristo stesso presenta nell’interno del suo messaggio anche elementi che sono legati al contesto in cui egli si trova. Quindi, io credo che anche agli occhi dei non credenti, la Chiesa - pur avendo avuto questi risultati, in alcuni casi non così univoci, quasi come cristallizzati in una sorta di limbo perfetto - ha dimostrato invece una vivacità e un volto che è forse più seguito con attenzione anche dal mondo non credente.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2014/10/21/sinodo_card_ravasi_la_chiesa_prima_di_tutto_è_casa/1109090">(Da Radio Vaticana)</a>Mons. Rudelli: grande attesa a Strasburgo per la visita del Papa2014-10-21T15:44:36+00:00http://www.news.va/it/news/mons-rudelli-grande-attesa-a-strasburgo-per-la-vis A un mese dalla visita che Papa Francesco farà alle istituzioni europee il 25 novembre, a Strasburgo c'è grande attesa. L’invito è partito dal parlamento dell’Unione Europea ma poi è stato fatto proprio anche dal Consiglio d’Europa e dunque il Papa si recherà a parlare a entrambi le Assemblee. Da pochi giorni è arrivato il nuovo Osservatore Permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, mons. Paolo Rudelli , che succede a mons. Aldo Giordano. Alla nostra inviata a Strasburgo, Fausta Speranza , che l’ha incontrato, mons. Rudelli ha innanzitutto sottolineato quanto la visita di Francesco rappresenti un dono particolare a inizio del suo mandato: R. – Io sono arrivato a Strasburgo da pochi giorni; certamente, è un grande regalo la visita del Papa, e in tutte le istituzioni del Consiglio d’Europa ho trovato una grande attesa, un grande interesse per la visita. Tutti aspettano anche di sentire il messaggio che Papa Francesco vorrà dire all’Europa. D. – Nel 1988 è venuto Giovanni Paolo II; l’Europa è tanto cambiata, sotto tanti punti di vista. Non solo l’economia, che sempre sembra stare in primo piano. A questa Europa, secondo lei, in questo momento cosa serve di più? R. – Bè, serve come i Papi hanno detto, riscoprire un po’ il senso della propria identità e della propria missione sia verso i propri cittadini che nel mondo. Il Consiglio d’Europa, se vogliamo, rappresenta un po’ l’Europa nella sua estensione, come si diceva una volta, dall’Atlantico agli Urali, e dunque rappresenta anche un po’ la diversità dei popoli europei che, allo stesso tempo, però, hanno anche una profonda unità tra di loro. Ora, riscoprire questa unità e quindi cosa li rende europei e cosa li fa “comuni” nella loro diversità, questo è il compito dei Paesi europei, oggi. In questa ricerca di identità, certamente riscoprire le proprie radici, le proprie origini – chi siamo, come europei – questo senz’altro è molto importante. D. – Il Papa verrà al Consiglio d’Europa, organismo a 47 Stati membri, ma sarà anche al Parlamento Europeo, cioè all’Unione europea dei 28 … R. – Sì: il Papa ha risposto all’invito del presidente del Parlamento Europeo, quindi della istituzione dell’Unione Europea, e allo stesso tempo, poi, ha accolto anche l’invito del segretario generale del Consiglio d’Europa, che sono due istituzioni diverse, che lavorano in contesti diversi ma che si adoperano per il bene dell’Europa. Naturalmente, il Parlamento risponde ai Paesi dell’Unione e dunque è un’istituzione di tipo prettamente politico, di parlamentari eletti dai cittadini, mentre il Consiglio d’Europa è un’organizzazione intergovernativa, dunque un organismo composto dai 47 Stati membri. Quindi i funzionamenti sono diversi, ma c’è un po’ questa vocazione al servizio dell’Europa che viene da Strasburgo che, per la sua storia, è anche una città simbolo della riconciliazione europea. D. – Simbolo dell’Unione Europea sono le 12 stelle che richiamano la Vergine Maria della cattedrale: un simbolo fortemente religioso. Poi c’è stato il caso Lautsi, cioè quasi la messa in discussione del crocifisso come simbolo religioso, ma c’è stata anche una fortissima risposta dell’Europa. Qualcosa matura, e forse l’Europa sta davvero ripensando quelle radici che ha messo in discussione? R. – Certamente, è un momento di grande riflessione da parte di tutti i Paesi. Dunque, in questo aspettiamo davvero il messaggio che il Santo Padre vorrà dare. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2014/09/11/ANSA653308_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>A un mese dalla visita che Papa Francesco farà alle istituzioni europee il 25 novembre, a Strasburgo c'è grande attesa. L’invito è partito dal parlamento dell’Unione Europea ma poi è stato fatto proprio anche dal Consiglio d’Europa e dunque il Papa si recherà a parlare a entrambi le Assemblee. Da pochi giorni è arrivato il nuovo Osservatore Permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, <strong>mons. Paolo Rudelli</strong>, che succede a mons. Aldo Giordano. Alla nostra inviata a Strasburgo,<strong> Fausta Speranza</strong>, che l’ha incontrato, mons. Rudelli ha innanzitutto sottolineato quanto la visita di Francesco rappresenti un dono particolare a inizio del suo mandato:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_2434581" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00449763.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Io sono arrivato a Strasburgo da pochi giorni; certamente, è un grande regalo la visita del Papa, e in tutte le istituzioni del Consiglio d’Europa ho trovato una grande attesa, un grande interesse per la visita. Tutti aspettano anche di sentire il messaggio che Papa Francesco vorrà dire all’Europa.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – Nel 1988 è venuto Giovanni Paolo II; l’Europa è tanto cambiata, sotto tanti punti di vista. Non solo l’economia, che sempre sembra stare in primo piano. A questa Europa, secondo lei, in questo momento cosa serve di più?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Bè, serve come i Papi hanno detto, riscoprire un po’ il senso della propria identità e della propria missione sia verso i propri cittadini che nel mondo. Il Consiglio d’Europa, se vogliamo, rappresenta un po’ l’Europa nella sua estensione, come si diceva una volta, dall’Atlantico agli Urali, e dunque rappresenta anche un po’ la diversità dei popoli europei che, allo stesso tempo, però, hanno anche una profonda unità tra di loro. Ora, riscoprire questa unità e quindi cosa li rende europei e cosa li fa “comuni” nella loro diversità, questo è il compito dei Paesi europei, oggi. In questa ricerca di identità, certamente riscoprire le proprie radici, le proprie origini – chi siamo, come europei – questo senz’altro è molto importante.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – Il Papa verrà al Consiglio d’Europa, organismo a 47 Stati membri, ma sarà anche al Parlamento Europeo, cioè all’Unione europea dei 28 …</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Sì: il Papa ha risposto all’invito del presidente del Parlamento Europeo, quindi della istituzione dell’Unione Europea, e allo stesso tempo, poi, ha accolto anche l’invito del segretario generale del Consiglio d’Europa, che sono due istituzioni diverse, che lavorano in contesti diversi ma che si adoperano per il bene dell’Europa. Naturalmente, il Parlamento risponde ai Paesi dell’Unione e dunque è un’istituzione di tipo prettamente politico, di parlamentari eletti dai cittadini, mentre il Consiglio d’Europa è un’organizzazione intergovernativa, dunque un organismo composto dai 47 Stati membri. Quindi i funzionamenti sono diversi, ma c’è un po’ questa vocazione al servizio dell’Europa che viene da Strasburgo che, per la sua storia, è anche una città simbolo della riconciliazione europea.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – Simbolo dell’Unione Europea sono le 12 stelle che richiamano la Vergine Maria della cattedrale: un simbolo fortemente religioso. Poi c’è stato il caso Lautsi, cioè quasi la messa in discussione del crocifisso come simbolo religioso, ma c’è stata anche una fortissima risposta dell’Europa. Qualcosa matura, e forse l’Europa sta davvero ripensando quelle radici che ha messo in discussione?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Certamente, è un momento di grande riflessione da parte di tutti i Paesi. Dunque, in questo aspettiamo davvero il messaggio che il Santo Padre vorrà dare.</span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2014/10/21/mons_rudelli_grande_attesa_a_strasburgo_per_visita_papa/1109086">(Da Radio Vaticana)</a>Le tappe della visita di Francesco in Turchia a novembre2014-10-21T13:51:34+00:00http://www.news.va/it/news/le-tappe-della-visita-di-francesco-in-turchia-a-no La Sala Stampa vaticana ha reso noti gli appuntamenti che scandiranno la visita apostolica che Papa Francesco compirà in Turchia dal 28 al 30 novembre prossimi. Prima tappa sarà ad Ankara, dove il Papa giungerà alle 13 di venerdì 28, atteso da una visita al Mausoleo di Atatürk e da una serie di incontri istituzionali con il presidente turco e le autorità del Paese. La mattina del giorno dopo, 29 novembre, Papa Francesco decollerà alla volta di Istanbul, dove visiterà il Museo di Santa Sofia e la Moschea Sultan Ahmet per poi presiedere la Messa nella Cattedrale dello Spirito Santo, seguita dalla Preghiera ecumenica nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio e da un incontro privato con il Patriarca ecumenico ortodosso, Bartolomeo I. Domenica 30 novembre, Papa Francesco sarà presente alla Divina Liturgia nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio, conclusa dalla Benedizione ecumenica e dalla firma della Dichiarazione congiunta con il Patriarca Bartolomeo I. Il rientro a Roma avverrà nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, con atterraggio previsto allo scalo di Ciampino per le 18.40. La presenza del Papa a Istanbul, il 30 novembre, coincide  con la festa di San'Andrea, Patrono della Chiesa di Costantinopoli, giorno in cui una delegazione vaticana è solita prendere parte alle celebrazioni del Patriarcato. In modo analogo, una rappresentanza ortodossa ogni anno è presente a Roma nel giorno della solennità dei Santi Pietro e Paolo, il 29 giugno.  (A.D.C.) (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2014/05/09/AP2389462_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>La Sala Stampa vaticana ha reso noti gli appuntamenti che scandiranno la visita apostolica che Papa Francesco compirà in Turchia dal 28 al 30 novembre prossimi. Prima tappa sarà ad Ankara, dove il Papa giungerà alle 13 di venerdì 28, atteso da una visita al Mausoleo di Atatürk e da una serie di incontri istituzionali con il presidente turco e le autorità del Paese.</p> <p>La mattina del giorno dopo, 29 novembre, Papa Francesco decollerà alla volta di Istanbul, dove visiterà il Museo di Santa Sofia e la Moschea Sultan Ahmet per poi presiedere la Messa nella Cattedrale dello Spirito Santo, seguita dalla Preghiera ecumenica nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio e da un incontro privato con il Patriarca ecumenico ortodosso, Bartolomeo I.</p> <p>Domenica 30 novembre, Papa Francesco sarà presente alla Divina Liturgia nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio, conclusa dalla Benedizione ecumenica e dalla firma della Dichiarazione congiunta con il Patriarca Bartolomeo I. Il rientro a Roma avverrà nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, con atterraggio previsto allo scalo di Ciampino per le 18.40.</p> <p><span style="line-height: 1.6;">La presenza del Papa a Istanbul, il 30 novembre, coincide</span><span style="line-height: 1.6;"> con la festa di San'Andrea, Patrono della Chiesa di Costantinopoli, giorno in cui una delegazione vaticana è solita prendere parte alle celebrazioni del Patriarcato. In modo analogo, una rappresentanza ortodossa ogni anno è presente a Roma nel giorno della solennità dei Santi Pietro e Paolo, il 29 giugno. </span><span style="line-height: 1.6;">(A.D.C.)</span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2014/10/21/le_tappe_della_visita_di_francesco_in_turchia_a_novembre/1109069">(Da Radio Vaticana)</a>Il Papa: siamo popolo unito in Gesù, non isole che si arrangiano2014-10-21T13:38:34+00:00http://www.news.va/it/news/il-papa-siamo-popolo-unito-in-gesu-non-isole-che-s “Il cristiano è un uomo o una donna che sa aspettare Gesù e per questo è uomo o donna di speranza”. Lo ha ribadito Papa Francesco all’omelia della Messa del mattino, celebrata in Casa S. Marta. Col suo sacrificio, ha affermato il Papa, Cristo ci ha resi "amici, vicini, in pace". Il servizio di Alessandro De Carolis : Persone che sanno aspettare e, nell’attesa, coltivano una solida speranza. Questi sono i cristiani, un popolo – spiega Papa Francesco – unito da Gesù oltre ogni “inimicizia”, da Lui servito e dotato di un nome. Il Papa riflette fondendo gli spunti del Vangelo di Luca con la Lettera di Paolo agli Efesini. Nel primo, Cristo parla ai discepoli paragonandosi al padrone che rientra a tarda notte dalla festa di nozze e chiama “beati” i servi che lo aspettano svegli e con le lampade accese. La scena che segue vede Gesù farsi servo dei suoi servitori e portare loro il pranzo a tavola. Osserva Papa Francesco: il primo servizio che il Maestro fa ai cristiani è dare loro “l’identità”. “Noi senza Cristo – dice – non abbiamo identità”. E sul punto, il Papa si connette con le parole di Paolo ai pagani – “ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele” – ribadendo: “Quello che è venuto a fare Gesù con noi è darci cittadinanza, appartenenza a un popolo, nome, cognome”. Così, da “nemici senza pace”, afferma Papa Francesco, Cristo “ci ha accomunato” col “suo sangue”, “abbattendo il muro di separazione che divide”: “Tutti noi sappiamo che quando non siamo in pace con le persone, c’è un muro. C’è un muro che ci divide. Ma Gesù ci offre il suo servizio di abbattere questo muro, perché possiamo incontrarci. E se siamo divisi, non siamo amici: siamo nemici. E di più ha fatto, per riconciliare tutti in Dio. Ci ha riconciliato con Dio: da nemici, amici; da estranei, figli”. Da “gente di strada”, da persone che non erano neanche “ospiti”, a “concittadini dei Santi e familiari di Dio”, per dirla ancora come San Paolo. Questo è ciò che ha creato Gesù con la sua venuta. “Ma qual è la condizione?”, si chiede Papa Francesco. “Aspettarlo”, attenderlo come i servi col loro padrone: “Aspettare Gesù. Chi non aspetta Gesù, chiude la porta a Gesù, non lo lascia fare quest’opera di pace, di comunità, di cittadinanza, di più: di nome. Ci dà un nome. Ci fa figli di Dio. Questo è l’atteggiamento di aspettare Gesù, che è dentro la speranza cristiana. Il cristiano è un uomo o una donna di speranza. Sa che il Signore verrà.  Davvero verrà, eh? Non sappiamo l’ora, come questi. Non sappiamo l’ora, ma verrà, verrà a trovarci, ma non a trovarci isolati, nemici, no. A trovarci come Lui ci ha fatto con il suo servizio: amici vicini, in pace”. A questo punto, conclude Papa Francesco, c’è un’altra domanda che il cristiano può porsi: come aspetto Gesù? E prima ancora: Lo “aspetto o non lo aspetto?”: “Io ci credo in questa speranza, che Lui verrà? Io ho il cuore aperto, per sentire il rumore, quando bussa alla porta, quando apre la porta? Il cristiano è un uomo o una donna che sa aspettare Gesù e per questo è uomo o donna di speranza. Invece il pagano – e tante volte noi cristiani ci comportiamo come i pagani – si dimentica di Gesù, pensa a se stesso, alle sue cose, non aspetta Gesù. L’egoista pagano fa come se fosse un dio: ‘Io mi arrangio da solo’. E questo finisce male, finisce senza nome, senza vicinanza, senza cittadinanza”. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2014/10/21/1594862_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>“Il cristiano è un uomo o una donna che sa aspettare Gesù e per questo è uomo o donna di speranza”. Lo ha ribadito Papa Francesco all’omelia della Messa del mattino, celebrata in Casa S. Marta. Col suo sacrificio, ha affermato il Papa, Cristo ci ha resi "amici, vicini, in pace". Il servizio di <strong>Alessandro De Carolis</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_2433245" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00449722.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Persone che sanno aspettare e, nell’attesa, coltivano una solida speranza. Questi sono i cristiani, un popolo – spiega Papa Francesco – unito da Gesù oltre ogni “inimicizia”, da Lui servito e dotato di un nome. Il Papa riflette fondendo gli spunti del Vangelo di Luca con la Lettera di Paolo agli Efesini. Nel primo, Cristo parla ai discepoli paragonandosi al padrone che rientra a tarda notte dalla festa di nozze e chiama “beati” i servi che lo aspettano svegli e con le lampade accese. La scena che segue vede Gesù farsi servo dei suoi servitori e portare loro il pranzo a tavola. Osserva Papa Francesco: il primo servizio che il Maestro fa ai cristiani è dare loro “l’identità”. “Noi senza Cristo – dice – non abbiamo identità”. E sul punto, il Papa si connette con le parole di Paolo ai pagani – “ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele” – ribadendo: “Quello che è venuto a fare Gesù con noi è darci cittadinanza, appartenenza a un popolo, nome, cognome”. Così, da “nemici senza pace”, afferma Papa Francesco, Cristo “ci ha accomunato” col “suo sangue”, “abbattendo il muro di separazione che divide”:</span></p> <p><strong>“Tutti noi sappiamo che quando non siamo in pace con le persone, c’è un muro. C’è un muro che ci divide. Ma Gesù ci offre il suo servizio di abbattere questo muro, perché possiamo incontrarci. E se siamo divisi, non siamo amici: siamo nemici. E di più ha fatto, per riconciliare tutti in Dio. Ci ha riconciliato con Dio: da nemici, amici; da estranei, figli”.</strong></p> <p>Da “gente di strada”, da persone che non erano neanche “ospiti”, a “concittadini dei Santi e familiari di Dio”, per dirla ancora come San Paolo. Questo è ciò che ha creato Gesù con la sua venuta. “Ma qual è la condizione?”, si chiede Papa Francesco. “Aspettarlo”, attenderlo come i servi col loro padrone:</p> <p><strong>“Aspettare Gesù. Chi non aspetta Gesù, chiude la porta a Gesù, non lo lascia fare quest’opera di pace, di comunità, di cittadinanza, di più: di nome. Ci dà un nome. Ci fa figli di Dio. Questo è l’atteggiamento di aspettare Gesù, che è dentro la speranza cristiana. Il cristiano è un uomo o una donna di speranza. Sa che il Signore verrà.  Davvero verrà, eh? Non sappiamo l’ora, come questi. Non sappiamo l’ora, ma verrà, verrà a trovarci, ma non a trovarci isolati, nemici, no. A trovarci come Lui ci ha fatto con il suo servizio: amici vicini, in pace”. </strong></p> <p>A questo punto, conclude Papa Francesco, c’è un’altra domanda che il cristiano può porsi: come aspetto Gesù? E prima ancora: Lo “aspetto o non lo aspetto?”:</p> <p><strong>“Io ci credo in questa speranza, che Lui verrà? Io ho il cuore aperto, per sentire il rumore, quando bussa alla porta, quando apre la porta? Il cristiano è un uomo o una donna che sa aspettare Gesù e per questo è uomo o donna di speranza. Invece il pagano – e tante volte noi cristiani ci comportiamo come i pagani – si dimentica di Gesù, pensa a se stesso, alle sue cose, non aspetta Gesù. L’egoista pagano fa come se fosse un dio: ‘Io mi arrangio da solo’. E questo finisce male, finisce senza nome, senza vicinanza, senza cittadinanza”.</strong></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2014/10/21/il_papa_cristiano_spera_in_cristo,_non_si_arrangia_da_solo/1109056">(Da Radio Vaticana)</a>Video: Gesù ci ha dato un’identità2014-10-21T10:55:26+00:00http://www.news.va/it/news/gesu-ci-ha-dato-unidentita-2Papa Francesco celebra la messa a Santa Marta e invita tutti a non essere egoisti, presi dalle tante cose del mondo, ma ad aspettare Gesù....<p>Papa Francesco celebra la messa a Santa Marta e invita tutti a non essere egoisti, presi dalle tante cose del mondo, ma ad aspettare Gesù.</p>Il Papa: cristiani in Medio Oriente perseguitati nell'indifferenza di tanti2014-10-20T14:17:35+00:00http://www.news.va/it/news/il-papa-cristiani-in-medio-oriente-perseguitati-ne Siria e Iraq, le comunità cristiane sono perseguitate nell’indifferenza di tanti. E’ la denuncia levata da Papa Francesco nel Concistoro dedicato anche alla situazione dei cristiani nella regione. Dal canto suo, il cardinale Pietro Parolin, ha esortato i musulmani a condannare nettamente le violenze dei jihadisti. Dal segretario di Stato vaticano anche l'invito ai cristiani a non “cedere alla tentazione di cercare di farsi tutelare o proteggere dalle autorità politiche o militari di turno”, ma piuttosto di favorire il dialogo tra le diverse comunità religiose. I l Concistoro è stato presieduto dal Papa per la Canonizzazione dei Beati Giuseppe Vaz, sacerdote dell’Oratorio di San Filippo Neri, fondatore dell’Oratorio della Santa Croce Miracolosa a Goa e apostolo di Sri Lanka e India, e di  Maria Cristina dell’Immacolata Concezione, fondatrice della Congregazione delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato.  Il servizio di  Alessandro Gisotti : “Pace e stabilità” per il Medio Oriente. E’ l’esortazione e al tempo stesso la preghiera di Papa Francesco che al Concistoro sulla regione auspica “la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo, la riconciliazione e l’impegno politico”. Nello stesso tempo, ha detto, “vorremmo dare il maggiore aiuto possibile alle comunità cristiane per sostenere la loro permanenza nella regione”: “Come ho avuto occasione di ribadire a più riprese, non possiamo rassegnarci a pensare al Medio Oriente senza i cristiani, che da duemila anni vi confessano il nome di Gesù. Gli ultimi avvenimenti, soprattutto in Iraq e in Siria, sono molto preoccupanti. Assistiamo ad un fenomeno di terrorismo di dimensioni prima inimmaginabili”. Tanti nostri fratelli, ha soggiunto, “sono perseguitati e hanno dovuto lasciare le loro case anche in maniera brutale”: “Sembra che si sia persa la consapevolezza del valore della vita umana, sembra che la persona non conti e si possa sacrificare ad altri interessi. E tutto ciò, purtroppo, nell’indifferenza di tanti. Questa situazione ingiusta richiede, oltre alla nostra costante preghiera, un’adeguata risposta anche da parte della Comunità Internazionale”. Sono sicuro, ha detto ancora, che, “con l’aiuto del Signore, dall’incontro odierno verranno fuori valide riflessioni e suggerimenti per potere aiutare i nostri fratelli che soffrono” E ha concluso il suo discorso con la speranza che si vada “incontro” al “dramma della riduzione della presenza cristiana nella terra dove è nato e dalla quale si è diffuso il cristianesimo”. Dal canto suo il  cardinale Pietro Parolin  ha sottolineato che la comunità internazionale “non può rimanere inerte o indifferente di fronte alla drammatica situazione attuale” del Medo Oriente. Una situazione “inaccettabile” per le “atrocità inaudite perpetrate da più parti nella Regione”. E non ha mancato di ribadire la posizione della Santa Sede riguardo all'"ingiusta aggressione": “Si è ribadito che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, sempre, però, nel rispetto del diritto internazionale, come ha affermato anche il Santo Padre. Tuttavia si è visto con chiarezza che non si può affidare la risoluzione del problema alla sola risposta militare. Esso va affrontato più approfonditamente a partire delle cause che ne sono all’origine e vengono sfruttate dall’ideologia fondamentalista”. Per quanto riguarda il cosiddetto Stato Islamico, ha soggiunto, “va prestata attenzione anche alle fonti che sostengono le sue attività terroristiche attraverso un più o meno chiaro appoggio politico, nonché tramite il commercio illegale di petrolio e la fornitura di armi e di tecnologia”. Quindi, il cardinale Parolin si è rivolto direttamente alla comunità musulmana: “Nel caso concreto del cosiddetto Stato Islamico una responsabilità particolare ricade sui leader musulmani non soltanto per sconfessarne la pretesa di denominarsi “Stato Islamico” e di formare un califfato, ma anche per condannare più in genere l’uccisione dell’altro per ragioni religiose e ogni tipo di discriminazione”. Nel suo articolato intervento, il porporato ha quindi messo l’accento sul drammatico esodo dei cristiani ed ha ribadito che il ruolo della Chiesa e, in particolare dei pastori, è di essere vicini al gregge che soffre. Da ultimo, il cardinale Parolin ha affermato che la Chiesa, “come una madre, è vicina a tutti i suoi figli che soffrono ingiustamente, prega e agisce per loro, li difende, non teme di affermare la verità divenendo parola per chi non ha voce, difesa e sostegno di chi è abbandonato o discriminato”. (Da Radio Vaticana)...<p><img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2014/10/20/1588697_LancioGrande.JPG" title=""/> </p><p>Siria e Iraq, le comunità cristiane sono perseguitate nell’indifferenza di tanti. E’ la denuncia levata da Papa Francesco nel Concistoro dedicato anche alla situazione dei cristiani nella regione. Dal canto suo, il cardinale Pietro Parolin, ha esortato i musulmani a condannare nettamente le violenze dei jihadisti. Dal segretario di Stato vaticano anche l'invito ai cristiani a non “cedere alla tentazione di cercare di farsi tutelare o proteggere dalle autorità politiche o militari di turno”, ma piuttosto di favorire il dialogo tra le diverse comunità religiose. I<span style="line-height: 1.6;">l Concistoro è stato presieduto dal Papa per la Canonizzazione dei Beati Giuseppe Vaz, sacerdote dell’Oratorio di San Filippo Neri, fondatore dell’Oratorio della Santa Croce Miracolosa a Goa e apostolo di Sri Lanka e India, e di </span><span style="line-height: 1.6;">Maria Cristina dell’Immacolata Concezione, fondatrice della Congregazione delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato. </span><span style="line-height: 1.6;">Il servizio di </span><strong>Alessandro Gisotti</strong><span style="line-height: 1.6;">:</span></p><p><span style="line-height: 1.6;"><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_2427386" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00449582.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></span></p><p>“Pace e stabilità” per il Medio Oriente. E’ l’esortazione e al tempo stesso la preghiera di Papa Francesco che al Concistoro sulla regione auspica “la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo, la riconciliazione e l’impegno politico”. Nello stesso tempo, ha detto, “vorremmo dare il maggiore aiuto possibile alle comunità cristiane per sostenere la loro permanenza nella regione”:</p><p><strong>“Come ho avuto occasione di ribadire a più riprese, non possiamo rassegnarci a pensare al Medio Oriente senza i cristiani, che da duemila anni vi confessano il nome di Gesù. Gli ultimi avvenimenti, soprattutto in Iraq e in Siria, sono molto preoccupanti. Assistiamo ad un fenomeno di terrorismo di dimensioni prima inimmaginabili”.</strong></p><p>Tanti nostri fratelli, ha soggiunto, “sono perseguitati e hanno dovuto lasciare le loro case anche in maniera brutale”:</p><p><strong>“Sembra che si sia persa la consapevolezza del valore della vita umana, sembra che la persona non conti e si possa sacrificare ad altri interessi. E tutto ciò, purtroppo, nell’indifferenza di tanti. Questa situazione ingiusta richiede, oltre alla nostra costante preghiera, un’adeguata risposta anche da parte della Comunità Internazionale”.</strong></p><p>Sono sicuro, ha detto ancora, che, “con l’aiuto del Signore, dall’incontro odierno verranno fuori valide riflessioni e suggerimenti per potere aiutare i nostri fratelli che soffrono” E ha concluso il suo discorso con la speranza che si vada “incontro” al “dramma della riduzione della presenza cristiana nella terra dove è nato e dalla quale si è diffuso il cristianesimo”.</p><p>Dal canto suo il<strong> cardinale Pietro Parolin</strong> ha sottolineato che la comunità internazionale “non può rimanere inerte o indifferente di fronte alla drammatica situazione attuale” del Medo Oriente. Una situazione “inaccettabile” per le “atrocità inaudite perpetrate da più parti nella Regione”. E non ha mancato di ribadire la posizione della Santa Sede riguardo all'"ingiusta aggressione":</p><p><strong>“Si è ribadito che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, sempre, però, nel rispetto del diritto internazionale, come ha affermato anche il Santo Padre. Tuttavia si è visto con chiarezza che non si può affidare la risoluzione del problema alla sola risposta militare. Esso va affrontato più approfonditamente a partire delle cause che ne sono all’origine e vengono sfruttate dall’ideologia fondamentalista”.</strong></p><p>Per quanto riguarda il cosiddetto Stato Islamico, ha soggiunto, “va prestata attenzione anche alle fonti che sostengono le sue attività terroristiche attraverso un più o meno chiaro appoggio politico, nonché tramite il commercio illegale di petrolio e la fornitura di armi e di tecnologia”. Quindi, il cardinale Parolin si è rivolto direttamente alla comunità musulmana:</p><p><strong>“Nel caso concreto del cosiddetto Stato Islamico una responsabilità particolare ricade sui leader musulmani non soltanto per sconfessarne la pretesa di denominarsi “Stato Islamico” e di formare un califfato, ma anche per condannare più in genere l’uccisione dell’altro per ragioni religiose e ogni tipo di discriminazione”.</strong></p><p>Nel suo articolato intervento, il porporato ha quindi messo l’accento sul drammatico esodo dei cristiani ed ha ribadito che il ruolo della Chiesa e, in particolare dei pastori, è di essere vicini al gregge che soffre. Da ultimo, il cardinale Parolin ha affermato che la Chiesa, “come una madre, è vicina a tutti i suoi figli che soffrono ingiustamente, prega e agisce per loro, li difende, non teme di affermare la verità divenendo parola per chi non ha voce, difesa e sostegno di chi è abbandonato o discriminato”.</p><p><a href="http://it.radiovaticana.va/news/2014/10/20/il_papa_cristiani_del_medio_oriente_perseguitati/1108989">(Da Radio Vaticana)</a></p>

  
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