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News.vahttp://www.news.va/2014-08-01T12:25:34+00:00Card. Tagle: Francesco nelle Filippine, vicino a popolo sofferente2014-08-01T12:25:34+00:00http://www.news.va/it/news/card-tagle-francesco-nelle-filippine-vicino-a-popo Mancano poco più di dieci giorni al viaggio apostolico di Papa Francesco in Corea del Sud, ma altri due Paesi asiatici si stanno già preparando ad accogliere il Successore di Pietro: si tratta dello Sri Lanka e delle Filippine, dove il Pontefice si recherà nel gennaio dell’anno prossimo. Grandi sono le speranze per questi viaggi, anche sulla scorta delle parole di Giovanni Paolo II che vedeva nel Terzo Millennio una nuova primavera cristiana in Asia. Sull’attesa nelle Filippine, Emer McCarthy ha sentito il cardinale Luis Antonio Tagle , arcivescovo di Manila: R. – Il popolo filippino ama il Santo Padre e, l’annuncio del suo viaggio in Asia, in particolare nelle Filippine, l’anno prossimo, ha dato tanta gioia alla gente, è stata una cosa meravigliosa. I non cattolici, i mass media, la televisione, la radio, tutti, tutti i filippini, parlano sempre del prossimo gennaio come di un mese di grazia. E c’è anche un’altra ragione: il 14 gennaio 1995, Papa Giovanni Paolo II è venuto nelle Filippine, per la Giornata della gioventù. L’anno prossimo, Papa Francesco arriverà il 15 gennaio, 20 anni dopo. La gente filippina vedrà di nuovo un Vicario di Cristo, nella persona di Papa Francesco. D. – Il Papa dice che viene soprattutto per pregare ed essere vicino alle vittime del tifone, che si è abbattuto nelle Filippine l’anno scorso, causando numerose vittime e ingenti danni. Ecco, l’importanza della vicinanza del Papa a questo popolo sofferente... R. – Sì, sì, un popolo sofferente, che si trova in un processo di ricostruzione della vita: non solo delle case, delle scuole, infatti, ma specialmente della vita. La sofferenza continua, ma la vicinanza di tutti i popoli di buona volontà è straordinaria ed è una ragione per avere la speranza e la forza di continuare. La vicinanza del Santo Padre avviene, comunque, in un modo speciale, perché un anno fa il Papa benedisse il mosaico di San Pedro Calungsod, nella Basilica di San Pietro, dopo il tifone, e lanciò un messaggio al popolo sofferente delle Filippine: “Non stancatevi di chiedere: ‘Perché? Perché?’”. La parola usata dai bambini con il papà e la mamma. Nella sofferenza il popolo deve chiedersi “perché?”, per attirare l’attenzione e gli occhi di Dio Padre a sé. E questo è il messaggio toccante per le Filippine. D. – Tra pochi giorni il Papa si recherà in Asia per la sua prima visita nel continente, per la Giornata asiatica della gioventù e per beatificare 124 martiri coreani. La sua diocesi precedente è stata quella dove si è svolta la quinta edizione della Giornata asiatica della gioventù. Ci può parlare di questa realtà e di come sia l’attesa per l’arrivo del Papa in Asia? R. – Sì, quattro o cinque anni fa, la mia precedente diocesi è stata scelta come luogo per lo svolgimento della Giornata asiatica della gioventù. E’ un raduno dei giovani asiatici abbastanza piccolo, se paragonato alla Giornata mondiale. Questi giorni, però, sono giorni intensi di formazione, di preghiera, di comunione e missione. E penso che avverrà la stessa cosa a Seul, in Corea, con un dettaglio molto particolare, però: la presenza del Santo Padre. Questo è l’appoggio ad una Chiesa sofferente, ma vivace, in Corea.   (Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2013/11/21/REUTERS124923_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Mancano poco più di dieci giorni al viaggio apostolico di Papa Francesco in Corea del Sud, ma altri due Paesi asiatici si stanno già preparando ad accogliere il Successore di Pietro: si tratta dello Sri Lanka e delle Filippine, dove il Pontefice si recherà nel gennaio dell’anno prossimo. Grandi sono le speranze per questi viaggi, anche sulla scorta delle parole di Giovanni Paolo II che vedeva nel Terzo Millennio una nuova primavera cristiana in Asia. Sull’attesa nelle Filippine, <strong>Emer McCarthy</strong> ha sentito il <strong>cardinale Luis Antonio Tagle</strong>, arcivescovo di Manila:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_1842218" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00438512.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Il popolo filippino ama il Santo Padre e, l’annuncio del suo viaggio in Asia, in particolare nelle Filippine, l’anno prossimo, ha dato tanta gioia alla gente, è stata una cosa meravigliosa. I non cattolici, i mass media, la televisione, la radio, tutti, tutti i filippini, parlano sempre del prossimo gennaio come di un mese di grazia. E c’è anche un’altra ragione: il 14 gennaio 1995, Papa Giovanni Paolo II è venuto nelle Filippine, per la Giornata della gioventù. L’anno prossimo, Papa Francesco arriverà il 15 gennaio, 20 anni dopo. La gente filippina vedrà di nuovo un Vicario di Cristo, nella persona di Papa Francesco.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – Il Papa dice che viene soprattutto per pregare ed essere vicino alle vittime del tifone, che si è abbattuto nelle Filippine l’anno scorso, causando numerose vittime e ingenti danni. Ecco, l’importanza della vicinanza del Papa a questo popolo sofferente...</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Sì, sì, un popolo sofferente, che si trova in un processo di ricostruzione della vita: non solo delle case, delle scuole, infatti, ma specialmente della vita. La sofferenza continua, ma la vicinanza di tutti i popoli di buona volontà è straordinaria ed è una ragione per avere la speranza e la forza di continuare. La vicinanza del Santo Padre avviene, comunque, in un modo speciale, perché un anno fa il Papa benedisse il mosaico di San Pedro Calungsod, nella Basilica di San Pietro, dopo il tifone, e lanciò un messaggio al popolo sofferente delle Filippine: “Non stancatevi di chiedere: ‘Perché? Perché?’”. La parola usata dai bambini con il papà e la mamma. Nella sofferenza il popolo deve chiedersi “perché?”, per attirare l’attenzione e gli occhi di Dio Padre a sé. E questo è il messaggio toccante per le Filippine.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – Tra pochi giorni il Papa si recherà in Asia per la sua prima visita nel continente, per la Giornata asiatica della gioventù e per beatificare 124 martiri coreani. La sua diocesi precedente è stata quella dove si è svolta la quinta edizione della Giornata asiatica della gioventù. Ci può parlare di questa realtà e di come sia l’attesa per l’arrivo del Papa in Asia?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Sì, quattro o cinque anni fa, la mia precedente diocesi è stata scelta come luogo per lo svolgimento della Giornata asiatica della gioventù. E’ un raduno dei giovani asiatici abbastanza piccolo, se paragonato alla Giornata mondiale. Questi giorni, però, sono giorni intensi di formazione, di preghiera, di comunione e missione. E penso che avverrà la stessa cosa a Seul, in Corea, con un dettaglio molto particolare, però: la presenza del Santo Padre. Questo è l’appoggio ad una Chiesa sofferente, ma vivace, in Corea.  </span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2014/08/01/card_tagle_grande_gioia_francesco_nelle_filippine/1103812">(Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)</a>Gaza, card. Maradiaga: strage di innocenti, tregua sia permanente2014-08-01T12:07:35+00:00http://www.news.va/it/news/gaza-card-maradiaga-strage-di-innocenti-tregua-sia “Un cessate il fuoco permanente”, che sia “il primo passo sulla strada di una pace giusta”. Lo chiede il cardinale Oscar Andrés Rodriguez Maradiaga, presidente di Caritas Internationalis, in un documento sulla situazione a Gaza. Sui contenuti di questa riflessione, ascoltiamo il servizio di Davide Maggiore : Dalla realtà di una guerra “devastante”, che riduce “in cenere” ogni speranza di un futuro di pace, prende le mosse la riflessione del card. Maradiaga. Il cessate il fuoco permanente chiesto dalla Caritas, specifica, deve condurre a “una pace giusta, basata su negoziati inclusivi, in tutta la regione”. “La strada per la riconciliazione è lunga ma comincia da noi”, ricorda il porporato, chiedendo alle parti in conflitto: “Perché continuate a guardare la pagliuzza nell’occhio del vostro fratello e non a vedere la trave che è nel vostro?”. “Dovreste deporre le armi – continua - e prendere un binocolo”, per vedere “che la gran parte delle vittime sono innocenti”. Ricordando le altre guerre scoppiate nella Striscia, l’impegno della Caritas e le condizioni di vita dei palestinesi, il card. Maradiaga chiede “la fine del blocco su Gaza”, così che i suoi abitanti possano “vivere una vita degna”. Il porporato ricorda poi l’incontro di Papa Francesco con i presidenti Peres e Abbas, e le parole di Benedetto XV - durante la Prima Guerra mondiale - secondo cui la forza può “reprimere i corpi”, non le anime degli uomini. Il cardinale prega dunque perché “le anime di palestinesi e israeliani restino libere di credere in un futuro di giustizia e pace”. (Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2011/12/12/ANSA309087_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>“Un cessate il fuoco permanente”, che sia “il primo passo sulla strada di una pace giusta”. Lo chiede il cardinale Oscar Andrés Rodriguez Maradiaga, presidente di Caritas Internationalis, in un documento sulla situazione a Gaza. Sui contenuti di questa riflessione, ascoltiamo il servizio di <strong>Davide Maggiore</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_1848464" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00438642.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p>Dalla realtà di una guerra “devastante”, che riduce “in cenere” ogni speranza di un futuro di pace, prende le mosse la riflessione del card. Maradiaga. Il cessate il fuoco permanente chiesto dalla Caritas, specifica, deve condurre a “una pace giusta, basata su negoziati inclusivi, in tutta la regione”. “La strada per la riconciliazione è lunga ma comincia da noi”, ricorda il porporato, chiedendo alle parti in conflitto: “Perché continuate a guardare la pagliuzza nell’occhio del vostro fratello e non a vedere la trave che è nel vostro?”. “Dovreste deporre le armi – continua - e prendere un binocolo”, per vedere “che la gran parte delle vittime sono innocenti”. Ricordando le altre guerre scoppiate nella Striscia, l’impegno della Caritas e le condizioni di vita dei palestinesi, il card. Maradiaga chiede “la fine del blocco su Gaza”, così che i suoi abitanti possano “vivere una vita degna”. Il porporato ricorda poi l’incontro di Papa Francesco con i presidenti Peres e Abbas, e le parole di Benedetto XV - durante la Prima Guerra mondiale - secondo cui la forza può “reprimere i corpi”, non le anime degli uomini. Il cardinale prega dunque perché “le anime di palestinesi e israeliani restino libere di credere in un futuro di giustizia e pace”.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2014/08/01/gaza_il_card_maradiaga_chiede_cessate_il_fuoco_permanente/1103800">(Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)</a>Programma viaggio Papa in Albania. Mons. Mirdita: omaggio a martirio credenti2014-07-31T15:42:35+00:00http://www.news.va/it/news/programma-viaggio-papa-in-albania-mons-mirdita-oma La Sala Stampa della Santa Sede ha pubblicato il programma del viaggio apostolico che Papa Francesco compirà a Tirana, in Albania, il prossimo 21 settembre. La partenza è prevista alle 7.30 dall’aeroporto di Fiumicino. L’arrivo, due ore dopo, all’Aeroporto internazionale di Tirana. Alle 9.30, la cerimonia di benvenuto nel piazzale del Palazzo presidenziale, seguita dalla visita di cortesia al presidente albanese Bujar Nishani. Alle 10.00, l’incontro con le autorità nel Salone dei ricevimenti del Palazzo presidenziale. Alle 11.00, Papa Francesco presiederà la Santa Messa e l’Angelus in Piazza Madre Teresa. Alle 13.30, incontro e pranzo con i vescovi albanesi nella Nunziatura apostolica. Nel pomeriggio, alle 16.00, il Papa incontrerà i leader di altre religioni e denominazioni cristiane presso l’Università cattolica di Nostra Signora del Buon Consiglio. Alle 17.00, la celebrazione dei Vespri con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i seminaristi e i movimenti laicali nella Cattedrale di Tirana, e infine, alle 18.30, l’incontro al Centro Betania con i bambini e alcuni assistiti di istituti caritativi dell’Albania. Alle 19.45, la cerimonia di congedo all’aeroporto di Tirana. L’arrivo a Ciampino è previsto alle 21.30. Ma con quali sentimenti attende la Chiesa in Albania l’incontro con Papa Francesco? Marjan Paloka lo ha chiesto all’ arcivescovo di Tirana, Rrok Mirdita : R. - Con sentimenti di gratitudine. La nostra Chiesa è ben radicata sul territorio ed è rimasta profondamente legata alla gente, lungo tutto il corso della storia, ma, essendo una Chiesa piccola, ha sempre guardato a Roma con affetto, vivendo così la sua vocazione alla cattolicità. E’ attraverso la comunione con il successore di Pietro e la fedeltà a lui che la nostra gente ha vissuto l’appartenenza alla Chiesa universale, anche nei momenti in cui il Successore di Pietro e la Chiesa universale erano considerati nemici in patria. Penso alla lunga persecuzione religiosa sotto il regime comunista, ma anche ad altri momenti del passato. Ora è il successore di Pietro che guarda a noi e viene a trovarci, per confermarci nella fede e per rendere omaggio al martirio e alla sofferenza dei cattolici, ma non solo. La Chiesa in Albania lo attende con gioia e affetto, ma anche le altre religioni e i non credenti nutrono grande stima ed apprezzamento nei suoi confronti. D. – In Albania la persecuzione atea ha rafforzato la comunione fra le religioni. Ricordiamo che le quattro comunità religiose principali: musulmani sunniti, ortodossi, cattolici e musulmani bektashi convivono in maniera pacifica… R. - Assolutamente sì. Dopo la caduta del comunismo qualcuno ipotizzava che con la libertà di religione sarebbero sorte le tensioni interreligiose, ma non è stato affatto così. L’Albania offre un modello esemplare di convivenza religiosa. Non dico che si sia arrivati a questa armonia senza sacrificio, ma i sacrifici compiuti lungo la storia hanno dato frutti di pace, di cui oggi godono tutti i cittadini nel Paese. Gli albanesi hanno imparato, lungo i secoli, che si può essere pienamente fedeli alla propria religione nel pieno rispetto della religione altrui. Non si può piacere a Dio violando i diritti dei fratelli, ma si può onorare Dio, anche in pubblico, senza per questo invadere lo spazio altrui. Papa Francesco, dunque, trova in Albania un modello esemplare di convivenza pacifica tra le religioni. D. - Sono passati 21 anni dalla visita di Papa Giovanni Paolo II: come è cambiata la Chiesa e la società albanese da allora? R. - La visita di San Giovanni Paolo II fu come una carezza sul corpo tormentato della Chiesa martirizzata. Fu un giorno di luce per tutta la nazione. Lui ricostituì la gerarchia ecclesiastica e consacrò i primi quattro vescovi. Tramite quell’invocazione dello Spirito per la consacrazione dei vescovi, uno dei quali ero anche io, veniva rianimato tutto il corpo ecclesiale. Durante questi due decenni la Chiesa è cambiata molto. Abbiamo un clero autoctono, religiosi e religiose albanesi che affiancano i tanti missionari che hanno lavorato con grande generosità, ma che pian piano passano il testimone alle nuove generazioni albanesi. Abbiamo dei laici impegnati nella Chiesa e nella società. Svolgiamo, come Chiesa, tanti servizi in campo sociale, ma corriamo anche il rischio di diventare una Chiesa statica, sedentaria. Allora, la visita di Papa Francesco porta nuova freschezza, ci scuote dalle abitudini e ci fa rivivere la permanente novità del Vangelo. Anche la società è cambiata molto, ma alcune sfide rimangono le stesse, come la corruzione, la povertà, la disoccupazione, la criminalità organizzata e la giustizia. D. – La visita a Tirana è il primo viaggio apostolico di Papa Francesco nel continente europeo. Si può dire che il Papa comincia da una periferia dell’Europa? R. - Se si intende per centro il benessere materiale, sì, l’Albania è una periferia dell’Europa, ma il nostro Paese è ricco di altri valori. Abbiamo la popolazione più giovane del continente, nonostante i flussi migratori, abbiamo una famiglia ancora forte, nella quale gli anziani sono rispettati, ascoltati e curati. Abbiamo la preziosa convivenza pacifica fra le religioni e, nonostante il trauma della dittatura e la grande sofferenza del passato recente, non siamo caduti nella trappola di una nuova lotta delle classi e abbiamo mantenuto la pace sociale. Si può dire che Papa Francesco entra nel continente europeo tramite l’incontro con un popolo disagiato, che ha molto sofferto, ma che anche ha molto da dare all’Europa. Il viaggio di Papa Francesco in Albania è stato presentato anche a Tirana: durante una conferenza stampa promossa dai vescovi albanesi è stato mostrato anche il logo con il motto del viaggio “Insieme con Dio, verso la speranza che non delude”. Il logo, in modo stilizzato, vuole rappresentare il popolo cristiano che risorge dal sangue dei martiri e continua a camminare con la Croce come vessillo. Ma ascoltiamo  don Gjergj Meta , responsabile della struttura informativa della Chiesa albanese in occasione della visita, al microfono di Klaudia Bumci : R. - I vescovi hanno deciso di accogliere il Papa con questo slogan: “Insieme con Dio, verso la speranza che non delude”, riprendendo un po’ sia San Paolo Apostolo nella Lettera ai Romani - capitolo cinque – dove lui parla della speranza che non delude, perché lo Spirito Santo è stato versato nei nostri cuori – ma anche l’idea del cammino fatto insieme agli altri, ai diversi e anche con Dio, in quanto la fede in Dio riveste un’importanza fondamentale nella costruzione della società e nella crescita integrale dell’uomo. Noi siamo un popolo che ha provato le conseguenze di un ateismo militante, di una società senza Dio e adesso dobbiamo costruire una società insieme agli altri ed anche insieme con Dio. Abbiamo anche un sito internet per questa visita “ www.spes.al ”, che è proprio il leitmotiv della “speranza” che anima questo viaggio e l’attesa della Chiesa e del popolo albanese per questa visita. All’interno di questa pagina web si troveranno informazioni sulla Chiesa in Albania, sulle varie diocesi, sulla vita religiosa, i giovani, i centri di carità ed altro ancora. In modo particolare sarà utile anche per i giornalisti che vorranno essere accreditati per seguire sia l’evento in generale ma anche particolari momenti di questa visita del Santo Padre. (Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2014/07/31/1541948_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>La Sala Stampa della Santa Sede ha pubblicato il programma del viaggio apostolico che Papa Francesco compirà a Tirana, in Albania, il prossimo 21 settembre. La partenza è prevista alle 7.30 dall’aeroporto di Fiumicino. L’arrivo, due ore dopo, all’Aeroporto internazionale di Tirana. Alle 9.30, la cerimonia di benvenuto nel piazzale del Palazzo presidenziale, seguita dalla visita di cortesia al presidente albanese Bujar Nishani. Alle 10.00, l’incontro con le autorità nel Salone dei ricevimenti del Palazzo presidenziale. Alle 11.00, Papa Francesco presiederà la Santa Messa e l’Angelus in Piazza Madre Teresa. Alle 13.30, incontro e pranzo con i vescovi albanesi nella Nunziatura apostolica. Nel pomeriggio, alle 16.00, il Papa incontrerà i leader di altre religioni e denominazioni cristiane presso l’Università cattolica di Nostra Signora del Buon Consiglio. Alle 17.00, la celebrazione dei Vespri con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i seminaristi e i movimenti laicali nella Cattedrale di Tirana, e infine, alle 18.30, l’incontro al Centro Betania con i bambini e alcuni assistiti di istituti caritativi dell’Albania. Alle 19.45, la cerimonia di congedo all’aeroporto di Tirana. L’arrivo a Ciampino è previsto alle 21.30. Ma con quali sentimenti attende la Chiesa in Albania l’incontro con Papa Francesco? <strong>Marjan Paloka</strong> lo ha chiesto all’<strong>arcivescovo di Tirana, Rrok Mirdita</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_1842207" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00438511.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. - Con sentimenti di gratitudine. La nostra Chiesa è ben radicata sul territorio ed è rimasta profondamente legata alla gente, lungo tutto il corso della storia, ma, essendo una Chiesa piccola, ha sempre guardato a Roma con affetto, vivendo così la sua vocazione alla cattolicità. E’ attraverso la comunione con il successore di Pietro e la fedeltà a lui che la nostra gente ha vissuto l’appartenenza alla Chiesa universale, anche nei momenti in cui il Successore di Pietro e la Chiesa universale erano considerati nemici in patria. Penso alla lunga persecuzione religiosa sotto il regime comunista, ma anche ad altri momenti del passato. Ora è il successore di Pietro che guarda a noi e viene a trovarci, per confermarci nella fede e per rendere omaggio al martirio e alla sofferenza dei cattolici, ma non solo. La Chiesa in Albania lo attende con gioia e affetto, ma anche le altre religioni e i non credenti nutrono grande stima ed apprezzamento nei suoi confronti.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – In Albania la persecuzione atea ha rafforzato la comunione fra le religioni. Ricordiamo che le quattro comunità religiose principali: musulmani sunniti, ortodossi, cattolici e musulmani bektashi convivono in maniera pacifica…</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. - Assolutamente sì. Dopo la caduta del comunismo qualcuno ipotizzava che con la libertà di religione sarebbero sorte le tensioni interreligiose, ma non è stato affatto così. L’Albania offre un modello esemplare di convivenza religiosa. Non dico che si sia arrivati a questa armonia senza sacrificio, ma i sacrifici compiuti lungo la storia hanno dato frutti di pace, di cui oggi godono tutti i cittadini nel Paese. Gli albanesi hanno imparato, lungo i secoli, che si può essere pienamente fedeli alla propria religione nel pieno rispetto della religione altrui. Non si può piacere a Dio violando i diritti dei fratelli, ma si può onorare Dio, anche in pubblico, senza per questo invadere lo spazio altrui. Papa Francesco, dunque, trova in Albania un modello esemplare di convivenza pacifica tra le religioni.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. - Sono passati 21 anni dalla visita di Papa Giovanni Paolo II: come è cambiata la Chiesa e la società albanese da allora?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. - La visita di San Giovanni Paolo II fu come una carezza sul corpo tormentato della Chiesa martirizzata. Fu un giorno di luce per tutta la nazione. Lui ricostituì la gerarchia ecclesiastica e consacrò i primi quattro vescovi. Tramite quell’invocazione dello Spirito per la consacrazione dei vescovi, uno dei quali ero anche io, veniva rianimato tutto il corpo ecclesiale. Durante questi due decenni la Chiesa è cambiata molto. Abbiamo un clero autoctono, religiosi e religiose albanesi che affiancano i tanti missionari che hanno lavorato con grande generosità, ma che pian piano passano il testimone alle nuove generazioni albanesi. Abbiamo dei laici impegnati nella Chiesa e nella società. Svolgiamo, come Chiesa, tanti servizi in campo sociale, ma corriamo anche il rischio di diventare una Chiesa statica, sedentaria. Allora, la visita di Papa Francesco porta nuova freschezza, ci scuote dalle abitudini e ci fa rivivere la permanente novità del Vangelo. Anche la società è cambiata molto, ma alcune sfide rimangono le stesse, come la corruzione, la povertà, la disoccupazione, la criminalità organizzata e la giustizia.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – La visita a Tirana è il primo viaggio apostolico di Papa Francesco nel continente europeo. Si può dire che il Papa comincia da una periferia dell’Europa?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. - Se si intende per centro il benessere materiale, sì, l’Albania è una periferia dell’Europa, ma il nostro Paese è ricco di altri valori. Abbiamo la popolazione più giovane del continente, nonostante i flussi migratori, abbiamo una famiglia ancora forte, nella quale gli anziani sono rispettati, ascoltati e curati. Abbiamo la preziosa convivenza pacifica fra le religioni e, nonostante il trauma della dittatura e la grande sofferenza del passato recente, non siamo caduti nella trappola di una nuova lotta delle classi e abbiamo mantenuto la pace sociale. Si può dire che Papa Francesco entra nel continente europeo tramite l’incontro con un popolo disagiato, che ha molto sofferto, ma che anche ha molto da dare all’Europa.</span></p> <p>Il viaggio di Papa Francesco in Albania è stato presentato anche a Tirana: durante una conferenza stampa promossa dai vescovi albanesi è stato mostrato anche il logo con il motto del viaggio “Insieme con Dio, verso la speranza che non delude”. Il logo, in modo stilizzato, vuole rappresentare il popolo cristiano che risorge dal sangue dei martiri e continua a camminare con la Croce come vessillo. Ma ascoltiamo <strong>don Gjergj Meta</strong>, responsabile della struttura informativa della Chiesa albanese in occasione della visita, al microfono di <strong>Klaudia Bumci</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_1842220" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00438514.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. - I vescovi hanno deciso di accogliere il Papa con questo slogan: “Insieme con Dio, verso la speranza che non delude”, riprendendo un po’ sia San Paolo Apostolo nella Lettera ai Romani - capitolo cinque – dove lui parla della speranza che non delude, perché lo Spirito Santo è stato versato nei nostri cuori – ma anche l’idea del cammino fatto insieme agli altri, ai diversi e anche con Dio, in quanto la fede in Dio riveste un’importanza fondamentale nella costruzione della società e nella crescita integrale dell’uomo. Noi siamo un popolo che ha provato le conseguenze di un ateismo militante, di una società senza Dio e adesso dobbiamo costruire una società insieme agli altri ed anche insieme con Dio. Abbiamo anche un sito internet per questa visita “</span><a href="http://www.spes.al/" style="line-height: 1.6;">www.spes.al</a><span style="line-height: 1.6;">”, che è proprio il leitmotiv della “speranza” che anima questo viaggio e l’attesa della Chiesa e del popolo albanese per questa visita. All’interno di questa pagina web si troveranno informazioni sulla Chiesa in Albania, sulle varie diocesi, sulla vita religiosa, i giovani, i centri di carità ed altro ancora. In modo particolare sarà utile anche per i giornalisti che vorranno essere accreditati per seguire sia l’evento in generale ma anche particolari momenti di questa visita del Santo Padre.</span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2014/07/31/programma_del_viaggio_del_papa_in_albania_mons_mirdita/1103747">(Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)</a>Scontri in Libia, appello del vicario apostolico a Bengasi: Onu intervenga2014-07-31T15:02:38+00:00http://www.news.va/it/news/scontri-in-libia-appello-del-vicario-apostolico-a Situazione critica in Libia, dove continuano gli scontri e la fuga di migliaia di persone dal Paese. Oggi anche la Spagna ha rimpatriato gran parte del suo personale diplomatico e sono ripresi gli scontri a Tripoli per il controllo dell’aeroporto. Particolare apprensione a Bengasi, dove il portavoce della milizia islamista Ansar al-Sharia ha annunciato la costituzione di un “emirato islamico”, scenario che però il ministro degli Esteri italiano, Federica Mogherini, ha definito "tutto da verificare". Nelle scorse ore il parlamento appena eletto aveva dovuto annullare la sua riunione inaugurale, prevista proprio a Bengasi per il 4 agosto. Davide Maggiore ha raggiunto telefonicamente in città il vicario apostolico, mons. Sylvester Magro : R. - C’è molta insicurezza, perché non c’è una polizia che si assume la responsabilità nel Paese. Noi, come tutti gli stranieri, ci muoviamo con molta cautela: cerchiamo specialmente di non uscire la sera o molto presto al mattino, prima cioè che non vi sia altra gente in strada, macchine in giro e che le città non comincino il loro ritmo di vita. In quelle ore ci sentiamo molto più tranquilli. D. - Ci sono stati anche degli episodi di attacchi: nelle scorse settimane, ad esempio, è stato attaccato un lavoratore filippino cristiano ed è stato ucciso. Ci sono stati episodi di violenze specifiche contro i cristiani? R. - Noi abbiamo sentito solo di quel filippino, al quale è capitata questa tragedia… Di altri episodi di questo tipo contro i cristiani non abbiamo sentito niente. Alcuni filippini e indiani sono stati presi: qualche volta sono stati rilasciati e altre volte non si è mai saputo cosa sia successo loro… Ma di atti specificatamente diretti contro i cristiani, non abbiamo finora sentito niente. D. - Quali sono le difficoltà per svolgere il vostro ministero cristiano? R. - Ci sono queste bande che girano e questo incute molta paura nella gente: molti non rischiano di venire alla Messa, il venerdì, alle 10.30 del mattino. Qui celebriamo la Messa domenicale il venerdì, il giorno festivo dei musulmani. Noi cerchiamo di andare nei loro locali a celebrare Messa: quindi usciamo dalla nostra chiesa e andiamo verso di loro, verso i centri dove sono più numerosi i cristiani per portare il conforto dei Sacramenti e della preghiera. D. - In che modo la fede vi aiuta a vivere questa situazione di grande difficoltà? R. - Noi cerchiamo di vivere sempre con grande fiducia in Dio. Preghiamo la Madonna, Regina della Pace, e naturalmente ci affidiamo a Lei per la nostra incolumità, perché non si sa cosa potrebbe succedere… La situazione è talmente caotica che è difficile veramente orientarsi nello svolgimento del nostro ministero. Perciò confidiamo nella provvidenza misericordiosa del Signore, che ci sostenga con la sua presenza nella nostra vita, in quella di tanti cristiani cattolici e di tanta altra gente che ha bisogno della pace per vivere, per svolgere il loro dovere. D. - C’è qualcosa che - secondo lei - la Comunità internazionale, gli altri Paesi e l’Occidente potrebbero fare per aiutare la popolazione libica tutta, che soffre di questa situazione a Bengasi? R. - Aspettiamo che qualcuno intervenga per fermare gli scontri, come - per esempio - le Nazioni Unite, per fare il possibile per interrompere questo stato di cose. Questa è la rovina del Paese, anche socialmente perché porta molti squilibri, molte tensioni, molto odio, molta violenza… E’ difficile guarirne! Quindi se le Nazioni Unite facessero uno sforzo per cercare di riconciliare gli animi e trovare una soluzione o un piano che sia accettabile per tutti, questa potrebbe essere la soluzione a questa tragedia. D. - C’è un appello che lei vuole fare a chi ci ascolta, attraverso la Radio Vaticana? R. - Ricordarci nella preghiera, perché quella ci sostiene! Ringraziare il Signore per la pace che godono i nostri Paesi, perché è veramente un dono: se si perde la pace, si perde tutto! Che preghino per noi. (Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2014/07/31/REUTERS459946_LancioGrande.JPG" title=""/> <p>Situazione critica in Libia, dove continuano gli scontri e la fuga di migliaia di persone dal Paese. Oggi anche la Spagna ha rimpatriato gran parte del suo personale diplomatico e sono ripresi gli scontri a Tripoli per il controllo dell’aeroporto. Particolare apprensione a Bengasi, dove il portavoce della milizia islamista Ansar al-Sharia ha annunciato la costituzione di un “emirato islamico”, scenario che però il ministro degli Esteri italiano, Federica Mogherini, ha definito "tutto da verificare". Nelle scorse ore il parlamento appena eletto aveva dovuto annullare la sua riunione inaugurale, prevista proprio a Bengasi per il 4 agosto. <strong>Davide Maggiore</strong> ha raggiunto telefonicamente in città il vicario apostolico, <strong>mons.</strong> <strong>Sylvester Magro</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_1843054" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00438565.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. - C’è molta insicurezza, perché non c’è una polizia che si assume la responsabilità nel Paese. Noi, come tutti gli stranieri, ci muoviamo con molta cautela: cerchiamo specialmente di non uscire la sera o molto presto al mattino, prima cioè che non vi sia altra gente in strada, macchine in giro e che le città non comincino il loro ritmo di vita. In quelle ore ci sentiamo molto più tranquilli.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. - Ci sono stati anche degli episodi di attacchi: nelle scorse settimane, ad esempio, è stato attaccato un lavoratore filippino cristiano ed è stato ucciso. Ci sono stati episodi di violenze specifiche contro i cristiani?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. - Noi abbiamo sentito solo di quel filippino, al quale è capitata questa tragedia… Di altri episodi di questo tipo contro i cristiani non abbiamo sentito niente. Alcuni filippini e indiani sono stati presi: qualche volta sono stati rilasciati e altre volte non si è mai saputo cosa sia successo loro… Ma di atti specificatamente diretti contro i cristiani, non abbiamo finora sentito niente.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. - Quali sono le difficoltà per svolgere il vostro ministero cristiano?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. - Ci sono queste bande che girano e questo incute molta paura nella gente: molti non rischiano di venire alla Messa, il venerdì, alle 10.30 del mattino. Qui celebriamo la Messa domenicale il venerdì, il giorno festivo dei musulmani. Noi cerchiamo di andare nei loro locali a celebrare Messa: quindi usciamo dalla nostra chiesa e andiamo verso di loro, verso i centri dove sono più numerosi i cristiani per portare il conforto dei Sacramenti e della preghiera.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. - In che modo la fede vi aiuta a vivere questa situazione di grande difficoltà?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. - Noi cerchiamo di vivere sempre con grande fiducia in Dio. Preghiamo la Madonna, Regina della Pace, e naturalmente ci affidiamo a Lei per la nostra incolumità, perché non si sa cosa potrebbe succedere… La situazione è talmente caotica che è difficile veramente orientarsi nello svolgimento del nostro ministero. Perciò confidiamo nella provvidenza misericordiosa del Signore, che ci sostenga con la sua presenza nella nostra vita, in quella di tanti cristiani cattolici e di tanta altra gente che ha bisogno della pace per vivere, per svolgere il loro dovere.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. - C’è qualcosa che - secondo lei - la Comunità internazionale, gli altri Paesi e l’Occidente potrebbero fare per aiutare la popolazione libica tutta, che soffre di questa situazione a Bengasi?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. - Aspettiamo che qualcuno intervenga per fermare gli scontri, come - per esempio - le Nazioni Unite, per fare il possibile per interrompere questo stato di cose. Questa è la rovina del Paese, anche socialmente perché porta molti squilibri, molte tensioni, molto odio, molta violenza… E’ difficile guarirne! Quindi se le Nazioni Unite facessero uno sforzo per cercare di riconciliare gli animi e trovare una soluzione o un piano che sia accettabile per tutti, questa potrebbe essere la soluzione a questa tragedia.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. - C’è un appello che lei vuole fare a chi ci ascolta, attraverso la Radio Vaticana?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. - Ricordarci nella preghiera, perché quella ci sostiene! Ringraziare il Signore per la pace che godono i nostri Paesi, perché è veramente un dono: se si perde la pace, si perde tutto! Che preghino per noi.</span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2014/07/31/libia_da_bengasi_lappello_allonu_del_vicario,_mons_magro/1103766">(Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)</a>Leader evangelici: dal Papa forte invito all'unità dei cristiani2014-07-31T12:07:36+00:00http://www.news.va/it/news/leader-evangelici-dal-papa-forte-invito-allunita-d Per coloro che non fanno parte della Chiesa è “importante” vedere che tra i cristiani vi sia una tensione all’unità. Il capo della Alleanza Evangelica Mondiale, il rev.do Geoff Tunnicliffe , valuta molto positivamente l’incontro di lunedì scorso tra Papa Francesco e la comunità pentecostale di Caserta, guidata dal pastore Giovanni Traettino. Le considerazioni del leader degli evangelici nell’intervista di Philippa Hitchen : R. – Yes, I think this work of building relationships within the Christian family… Sì, penso che questo lavoro di costruire relazioni all’interno della famiglia cristiana sia estremamente importante. In Giovanni 17, Gesù chiede, nella sua preghiera, di essere “uno” e io credo che per coloro che sono all’esterno della Chiesa sia importante comprendere e vedere che seppure ci sono differenze tra le denominazioni cristiane, al cuore della fede cristiana ci sono punti in comune. Credo che questo sia importante in un mondo sempre più diviso nelle ideologie e nelle religioni, credo sia molto importante. D. – Alla luce di questo, quale importanza riveste la visita di Francesco alla comunità pentecostale di Caserta? Quale importanza riveste per quanto riguarda le relazioni della Chiesa cattolica con il mondo evangelico? R. – I think - truth is - time will tell… Per la verità, penso che sarà il tempo a dirlo… L’Alleanza mondiale evangelica è una famiglia globale che conta 650 milioni di cristiani e da anni ormai i nostri rapporti con il Vaticano e con la Chiesa cattolica sono in costante crescita. Stiamo giusto portando a termine il nostro secondo dialogo teologico ufficiale, nel corso del quale abbiamo identificato le preoccupazioni comuni e i punti sui quali divergiamo, eppure abbiamo trovato un accordo comune. Credo però che la mano che Francesco ha teso sia un buon auspicio per i prossimi colloqui: se questo contribuirà ad approfondire ulteriormente i nostri rapporti, sarà stato veramente utile. D. – Il Papa ha anche pubblicamente chiesto perdono per quei cattolici che hanno perseguitato e imposto leggi discriminatorie su non cattolici, in particolare qui in Italia. Secondo lei, questo è un passo importante sulla via della riconciliazione? R. – First of all, I want to comment Pope Francis for taking this very public step… Vorrei anzitutto commentare questa iniziativa di Papa Francesco di chiedere pubblicamente perdono. Risponde a un concetto biblico e riflette il messaggio di Gesù: quando hai fatto uno sbaglio, lo riconosci e chiedi perdono. Io spero che questo atto di Papa Francesco sia capace di inviare un messaggio forte in tutto il mondo, in particolare in quei Paesi in cui ci sono forti tensioni tra cattolici ed evangelici. Ma voglio dire anche questo: riconosco anche che nella Storia ci sono state situazioni in cui i protestanti, compresi gli evangelici, hanno commesso atti di discriminazione nei riguardi di cristiani cattolici. E io sono veramente molto dispiaciuto per queste azioni: infatti, si può non essere d’accordo sul piano teologico, ma questo non dovrebbe mai portare a discriminazione e nemmeno a persecuzioni. Dobbiamo riconoscere tutti i nostri peccati e chiederci perdono, gli uni agli altri. Mi sembra che Papa Francesco abbia dato un grande esempio. (Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2014/07/30/1541530_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Per coloro che non fanno parte della Chiesa è “importante” vedere che tra i cristiani vi sia una tensione all’unità. Il capo della Alleanza Evangelica Mondiale, il <strong>rev.do Geoff Tunnicliffe</strong>, valuta molto positivamente l’incontro di lunedì scorso tra Papa Francesco e la comunità pentecostale di Caserta, guidata dal pastore Giovanni Traettino. Le considerazioni del leader degli evangelici nell’intervista di <strong>Philippa Hitchen</strong>:</p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Yes, I think this work of building relationships within the Christian family…</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">Sì, penso che questo lavoro di costruire relazioni all’interno della famiglia cristiana sia estremamente importante. In Giovanni 17, Gesù chiede, nella sua preghiera, di essere “uno” e io credo che per coloro che sono all’esterno della Chiesa sia importante comprendere e vedere che seppure ci sono differenze tra le denominazioni cristiane, al cuore della fede cristiana ci sono punti in comune. Credo che questo sia importante in un mondo sempre più diviso nelle ideologie e nelle religioni, credo sia molto importante.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – Alla luce di questo, quale importanza riveste la visita di Francesco alla comunità pentecostale di Caserta? Quale importanza riveste per quanto riguarda le relazioni della Chiesa cattolica con il mondo evangelico?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – I think - truth is - time will tell…</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">Per la verità, penso che sarà il tempo a dirlo… L’Alleanza mondiale evangelica è una famiglia globale che conta 650 milioni di cristiani e da anni ormai i nostri rapporti con il Vaticano e con la Chiesa cattolica sono in costante crescita. Stiamo giusto portando a termine il nostro secondo dialogo teologico ufficiale, nel corso del quale abbiamo identificato le preoccupazioni comuni e i punti sui quali divergiamo, eppure abbiamo trovato un accordo comune. Credo però che la mano che Francesco ha teso sia un buon auspicio per i prossimi colloqui: se questo contribuirà ad approfondire ulteriormente i nostri rapporti, sarà stato veramente utile.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – Il Papa ha anche pubblicamente chiesto perdono per quei cattolici che hanno perseguitato e imposto leggi discriminatorie su non cattolici, in particolare qui in Italia. Secondo lei, questo è un passo importante sulla via della riconciliazione?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – First of all, I want to comment Pope Francis for taking this very public step…</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">Vorrei anzitutto commentare questa iniziativa di Papa Francesco di chiedere pubblicamente perdono. Risponde a un concetto biblico e riflette il messaggio di Gesù: quando hai fatto uno sbaglio, lo riconosci e chiedi perdono. Io spero che questo atto di Papa Francesco sia capace di inviare un messaggio forte in tutto il mondo, in particolare in quei Paesi in cui ci sono forti tensioni tra cattolici ed evangelici. Ma voglio dire anche questo: riconosco anche che nella Storia ci sono state situazioni in cui i protestanti, compresi gli evangelici, hanno commesso atti di discriminazione nei riguardi di cristiani cattolici. E io sono veramente molto dispiaciuto per queste azioni: infatti, si può non essere d’accordo sul piano teologico, ma questo non dovrebbe mai portare a discriminazione e nemmeno a persecuzioni. Dobbiamo riconoscere tutti i nostri peccati e chiederci perdono, gli uni agli altri. Mi sembra che Papa Francesco abbia dato un grande esempio.</span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2014/07/30/intervista_con_il_leader_dellalleanza_evangelica_mondiale/1103702">(Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)</a>La Santa Sede propone all’attenzione dei governi le preoccupazioni del Papa per la pace2014-07-30T06:37:36+00:00http://www.news.va/it/news/la-santa-sede-propone-allattenzione-dei-governi-le La Segreteria di Stato ha inviato alle ambasciate accreditate presso la Santa Sede una “Nota verbale” per richiamare i recenti appelli sul Medio Oriente rivolti dal Papa dopo gli ultimi Angelus. Debora Donnini ha intervistato il Segretario per i Rapporti con gli Stati, l’ arcivescovo Dominique Mamberti , chiedendogli con quale animo la Santa Sede guardi a quanto sta accadendo ai cristiani in Medio Oriente, in questo momento: Ovviamente la Segreteria di Stato segue la situazione delle comunità cristiane in Medio Oriente con grandissima preoccupazione. Le comunità cristiane stanno soffrendo ingiustamente, hanno paura e molti cristiani sono stati costretti ad emigrare. Solo a Mosul circa 30 chiese e monasteri sono stati occupati e danneggiati dagli estremisti e la croce è stata tolta. Per la prima volta in tantissimi anni non si è potuta celebrare la Santa Messa la domenica. Bisogna ricordare che in Iraq, come negli altri Paesi del Medio Oriente, i cristiani sono presenti dall’inizio della storia della Chiesa e hanno avuto un ruolo significativo nello sviluppo della società e vogliono semplicemente continuare ad essere presenti come artefici di pace e di riconciliazione. Cosa sta facendo la Santa Sede per cercare di alleviare la situazione? La Santa Sede agisce a diversi livelli. Innanzitutto il Santo Padre stesso ha manifestato in varie occasioni e in modo commosso la vicinanza alle comunità cristiane, in particolare alle famiglie di Mosul, invitando tutti a pregare per loro. Ha personalmente espresso la sua vicinanza anche attraverso alcuni dei loro responsabili religiosi, tra cui il Patriarca di Babilonia dei Caldei e il Patriarca di Antiochia dei Siri, incoraggiando pastori e fedeli ad essere forti nella speranza. Ha mandato pure un aiuto economico alle famiglie tramite il Pontificio Consiglio Cor Unum, per venire incontro ai bisogni umanitari. Da parte nostra quindi la Segreteria di Stato, attraverso i propri canali diplomatici, continua a stimolare l’attenzione delle autorità internazionali e dei governi alla sorte di questi nostri fratelli ed è stata inviata, proprio ieri e oggi, una "Nota verbale" a tutte le ambasciate accreditate presso la Santa Sede con il testo degli ultimi appelli del Santo Padre concernenti anche più in generale la situazione in Medio Oriente, con la richiesta di far presente il messaggio ai rispettivi governi. Ed è nostro vivo augurio che la comunità internazionale prenda a cuore la questione, giacché sono in gioco principi fondamentali per la dignità umana, il rispetto dei diritti di ogni persona, per una convivenza pacifica ed armoniosa delle persone e dei popoli. L’Iraq e gli altri Paesi del Medio Oriente sono chiamati ad essere un modello di convivenza tra comunità diverse, altrimenti sarebbe una grande perdita e un pessimo presagio per il mondo intero. Con riferimento sempre alla situazione in Medio Oriente, cosa pensa dei conflitti che attraversano la regione e in particolare dell’intensificarsi della violenza nella striscia di Gaza? Si tratta di una situazione tragica e molto triste alla quale c’è il rischio purtroppo di abituarsi e di darla quasi come inevitabile, il che non sarebbe giusto. Il Santo Padre ha rivolto numerosi appelli a continuare a pregare, invocando il dono della pace e accogliendo la chiamata che viene da Dio a spezzare la spirale dell’odio e della violenza che allontana dalla pace. Vorrei qui ribadire l’invito del Papa a quanti hanno responsabilità politiche a livello locale e internazionale a non risparmiare alcuno sforzo per fare cessare ogni ostilità e conseguire la pace desiderata per il bene di tutti. Come dice proprio Papa Francesco, ci vuole più coraggio per fare la pace che per fare la guerra, inoltre andrebbero posti al centro di ogni decisione non gli interesse particolari, ma il bene comune e il rispetto di ogni persona. (Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2012/03/29/ANSA362097_LancioGrande.jpg" title=""/> <p><span style="line-height: 1.6;">La Segreteria di Stato ha inviato alle ambasciate accreditate presso la Santa Sede una “Nota verbale” per richiamare i recenti appelli sul Medio Oriente rivolti dal Papa dopo gli ultimi Angelus.<strong> Debora Donnini</strong> ha intervistato il Segretario per i Rapporti con gli Stati, l’<strong>arcivescovo Dominique Mamberti</strong>, chiedendogli con quale animo la Santa Sede guardi a quanto sta accadendo ai cristiani in Medio Oriente, in questo momento:</span></p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_1831930" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00438366.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Ovviamente la Segreteria di Stato segue la situazione delle comunità cristiane in Medio Oriente con grandissima preoccupazione. Le comunità cristiane stanno soffrendo ingiustamente, hanno paura e molti cristiani sono stati costretti ad emigrare. Solo a Mosul circa 30 chiese e monasteri sono stati occupati e danneggiati dagli estremisti e la croce è stata tolta. Per la prima volta in tantissimi anni non si è potuta celebrare la Santa Messa la domenica. Bisogna ricordare che in Iraq, come negli altri Paesi del Medio Oriente, i cristiani sono presenti dall’inizio della storia della Chiesa e hanno avuto un ruolo significativo nello sviluppo della società e vogliono semplicemente continuare ad essere presenti come artefici di pace e di riconciliazione.</span></p> <p>Cosa sta facendo la Santa Sede per cercare di alleviare la situazione?</p> <p>La Santa Sede agisce a diversi livelli. Innanzitutto il Santo Padre stesso ha manifestato in varie occasioni e in modo commosso la vicinanza alle comunità cristiane, in particolare alle famiglie di Mosul, invitando tutti a pregare per loro. Ha personalmente espresso la sua vicinanza anche attraverso alcuni dei loro responsabili religiosi, tra cui il Patriarca di Babilonia dei Caldei e il Patriarca di Antiochia dei Siri, incoraggiando pastori e fedeli ad essere forti nella speranza. Ha mandato pure un aiuto economico alle famiglie tramite il Pontificio Consiglio Cor Unum, per venire incontro ai bisogni umanitari. Da parte nostra quindi la Segreteria di Stato, attraverso i propri canali diplomatici, continua a stimolare l’attenzione delle autorità internazionali e dei governi alla sorte di questi nostri fratelli ed è stata inviata, proprio ieri e oggi, una "Nota verbale" a tutte le ambasciate accreditate presso la Santa Sede con il testo degli ultimi appelli del Santo Padre concernenti anche più in generale la situazione in Medio Oriente, con la richiesta di far presente il messaggio ai rispettivi governi. Ed è nostro vivo augurio che la comunità internazionale prenda a cuore la questione, giacché sono in gioco principi fondamentali per la dignità umana, il rispetto dei diritti di ogni persona, per una convivenza pacifica ed armoniosa delle persone e dei popoli. L’Iraq e gli altri Paesi del Medio Oriente sono chiamati ad essere un modello di convivenza tra comunità diverse, altrimenti sarebbe una grande perdita e un pessimo presagio per il mondo intero.</p> <p>Con riferimento sempre alla situazione in Medio Oriente, cosa pensa dei conflitti che attraversano la regione e in particolare dell’intensificarsi della violenza nella striscia di Gaza?</p> <p>Si tratta di una situazione tragica e molto triste alla quale c’è il rischio purtroppo di abituarsi e di darla quasi come inevitabile, il che non sarebbe giusto. Il Santo Padre ha rivolto numerosi appelli a continuare a pregare, invocando il dono della pace e accogliendo la chiamata che viene da Dio a spezzare la spirale dell’odio e della violenza che allontana dalla pace. Vorrei qui ribadire l’invito del Papa a quanti hanno responsabilità politiche a livello locale e internazionale a non risparmiare alcuno sforzo per fare cessare ogni ostilità e conseguire la pace desiderata per il bene di tutti. Come dice proprio Papa Francesco, ci vuole più coraggio per fare la pace che per fare la guerra, inoltre andrebbero posti al centro di ogni decisione non gli interesse particolari, ma il bene comune e il rispetto di ogni persona.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2014/07/29/la_preoccupazione_della_santa_sede_per_il_medio_oriente/1103644">(Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)</a>

  
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