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News.vahttp://www.news.va/2015-01-28T10:49:34+00:00Udienza generale: padri assenti, gravi conseguenze. Ampia sintesi2015-01-28T10:49:34+00:00http://www.news.va/it/news/udienza-generale-padri-assenti-gravi-conseguenze-a Dio è Padre Il Papa, all’udienza generale di oggi tenuta nell’Aula Paolo VI in Vaticano, ha ripreso le sue catechesi sulla famiglia, lasciandosi guidare dalla parola padre. “Una parola – ha detto - più di ogni altra cara a noi cristiani, perché è il nome con il quale Gesù ci ha insegnato a chiamare Dio: Padre. Il senso di questo nome ha ricevuto una nuova profondità proprio a partire dal modo in cui Gesù lo usava per rivolgersi a Dio e manifestare il suo speciale rapporto con Lui. Il mistero benedetto dell’intimità di Dio, Padre, Figlio e Spirito, rivelato da Gesù, è il cuore della nostra fede cristiana”. Una società senza padri “Padre – ha proseguito - è una parola nota a tutti, una parola universale. Essa indica una relazione fondamentale la cui realtà è antica quanto la storia dell’uomo. Oggi, tuttavia, si è arrivati ad affermare che la nostra sarebbe una ‘società senza padri’. In altri termini, in particolare nella cultura occidentale, la figura del padre sarebbe simbolicamente assente, svanita, rimossa. In un primo momento, la cosa è stata percepita come una liberazione: liberazione dal padre-padrone, dal padre come rappresentante della legge che si impone dall’esterno, dal padre come censore della felicità dei figli e ostacolo all’emancipazione e all’autonomia dei giovani”. Dall’autoritarismo all’assenza del padre “Talvolta – ha osservato - in alcune case regnava in passato l’autoritarismo, in certi casi addirittura la sopraffazione: genitori che trattavano i figli come servi, non rispettando le esigenze personali della loro crescita; padri che non li aiutavano a intraprendere la loro strada con libertà - ma non è facile educare un figlio in libertà, eh! -; padri che non li aiutavano ad assumere le proprie responsabilità per costruire il loro futuro e quello della società. Questo, certamente, è un atteggiamento non buono; però, come spesso avviene, si passa da un estremo all’altro. Il problema dei nostri giorni non sembra essere più tanto la presenza invadente dei padri, quanto piuttosto la loro assenza, la loro latitanza. I padri sono talora così concentrati su se stessi e sul proprio lavoro e alle volte sulle proprie realizzazioni individuali, da dimenticare anche la famiglia. E lasciano soli i piccoli e i giovani. Già da vescovo di Buenos Aires avvertivo il senso di orfanezza che vivono oggi i ragazzi; e spesso domandavo ai papà se giocavano con i loro figli, se avevano il coraggio e l’amore di perdere tempo con i figli. E la risposta era brutta, eh! La maggioranza dei casi: ‘Ma non posso, perché ho tanto lavoro …’ E il padre era assente da quel figliolo che cresceva. E non giocava con lui …non perdeva tempo con lui”. Assenza del padre può avere gravi conseguenze “Ora – ha aggiunto - in questo cammino comune di riflessione sulla famiglia, vorrei dire a tutte le comunità cristiane che dobbiamo essere più attenti: l’assenza della figura paterna nella vita dei piccoli e dei giovani produce lacune e ferite che possono essere anche molto gravi. E in effetti le devianze dei bambini e degli adolescenti si possono in buona parte ricondurre a questa mancanza, alla carenza di esempi e di guide autorevoli nella loro vita di ogni giorno, alla carenza di vicinanza, alla carenza di amore da parte dei padri. E’ più profondo di quel che pensiamo il senso di orfanezza che vivono tanti giovani”.   Improbabile rapporto alla pari padre-figlio “Sono orfani – ha detto - ma in famiglia perché i papà sono spesso assenti, anche fisicamente, da casa, ma soprattutto perché, quando ci sono, non si comportano da padri, non fanno un dialogo con i loro figli, non adempiono il loro compito educativo, non danno ai figli, con il loro esempio accompagnato dalle parole, quei principi, quei valori, quelle regole di vita di cui hanno bisogno come del pane. La qualità educativa della presenza paterna è tanto più necessaria quanto più il papà è costretto dal lavoro a stare lontano da casa. A volte sembra che i papà non sappiano bene quale posto occupare in famiglia e come educare i figli. E allora, nel dubbio, si astengono, si ritirano e trascurano le loro responsabilità, magari rifugiandosi in un improbabile rapporto ‘alla pari’ con i figli. Ma, è vero che tu devi essere compagno di tuo figlio, ma senza dimenticare che tu sei il padre, eh! Ma se tu soltanto ti comporti come un compagno alla pari del figlio, non farà bene al ragazzo”. Responsabilità comunità civile “Ma anche questo lo vediamo nella comunità civile. La comunità civile con le sue istituzioni, ha una certa responsabilità – possiamo dire paterna - verso i giovani, una responsabilità che a volte trascura o esercita male. Anch’essa spesso li lascia orfani e non propone loro una verità di prospettiva. I giovani rimangono, così, orfani di strade sicure da percorrere, orfani di maestri di cui fidarsi, orfani di ideali che riscaldino il cuore, orfani di valori e di speranze che li sostengano quotidianamente. Vengono riempiti magari di idoli ma si ruba loro il cuore; sono spinti a sognare divertimenti e piaceri, ma non si dà loro il lavoro; vengono illusi col dio denaro, e negate loro le vere ricchezze”. Gesù non ci lascia orfani “E allora farà bene a tutti, ai padri e ai figli, riascoltare la promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli: «Non vi lascerò orfani» (Gv 14,18). E’ Lui, infatti, la Via da percorrere, il Maestro da ascoltare, la Speranza che il mondo può cambiare, che l’amore vince l’odio, che può esserci un futuro di fraternità e di pace per tutti. Qualcuno di voi potrà dirmi: ‘Ma Padre, oggi lei è stato troppo negativo. Ha parlato soltanto dell’assenza dei padri, cosa accade quando i padri non sono vicini ai figli … È vero, ho voluto sottolineare questo, perché mercoledì prossimo proseguirò  questa catechesi, mettendo in luce la bellezza della pa ternità. Per questo ho scelto di cominciare dal buio per arrivare alla luce. Che il Signore ci aiuti a capire bene queste cose. Grazie”.   (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2015/01/28/REUTERS645799_LancioGrande.JPG" title=""/> <p><strong>Dio è Padre</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Il Papa, all’udienza generale di oggi tenuta nell’Aula Paolo VI in Vaticano, ha ripreso le sue catechesi sulla famiglia, lasciandosi guidare dalla parola padre. “Una parola – ha detto - più di ogni altra cara a noi cristiani, perché è il nome con il quale Gesù ci ha insegnato a chiamare Dio: Padre. Il senso di questo nome ha ricevuto una nuova profondità proprio a partire dal modo in cui Gesù lo usava per rivolgersi a Dio e manifestare il suo speciale rapporto con Lui. Il mistero benedetto dell’intimità di Dio, Padre, Figlio e Spirito, rivelato da Gesù, è il cuore della nostra fede cristiana”.</span></p> <p><strong>Una società senza padri</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">“Padre – ha proseguito - è una parola nota a tutti, una parola universale. Essa indica una relazione fondamentale la cui realtà è antica quanto la storia dell’uomo. Oggi, tuttavia, si è arrivati ad affermare che la nostra sarebbe una ‘società senza padri’. In altri termini, in particolare nella cultura occidentale, la figura del padre sarebbe simbolicamente assente, svanita, rimossa. In un primo momento, la cosa è stata percepita come una liberazione: liberazione dal padre-padrone, dal padre come rappresentante della legge che si impone dall’esterno, dal padre come censore della felicità dei figli e ostacolo all’emancipazione e all’autonomia dei giovani”.</span></p> <p><strong>Dall’autoritarismo all’assenza del padre</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">“Talvolta – ha osservato - in alcune case regnava in passato l’autoritarismo, in certi casi addirittura la sopraffazione: genitori che trattavano i figli come servi, non rispettando le esigenze personali della loro crescita; padri che non li aiutavano a intraprendere la loro strada con libertà - ma non è facile educare un figlio in libertà, eh! -; padri che non li aiutavano ad assumere le proprie responsabilità per costruire il loro futuro e quello della società. Questo, certamente, è un atteggiamento non buono; però, come spesso avviene, si passa da un estremo all’altro. Il problema dei nostri giorni non sembra essere più tanto la presenza invadente dei padri, quanto piuttosto la loro assenza, la loro latitanza. I padri sono talora così concentrati su se stessi e sul proprio lavoro e alle volte sulle proprie realizzazioni individuali, da dimenticare anche la famiglia. E lasciano soli i piccoli e i giovani. Già da vescovo di Buenos Aires avvertivo il senso di orfanezza che vivono oggi i ragazzi; e spesso domandavo ai papà se giocavano con i loro figli, se avevano il coraggio e l’amore di perdere tempo con i figli. E la risposta era brutta, eh! La maggioranza dei casi: ‘Ma non posso, perché ho tanto lavoro …’ E il padre era assente da quel figliolo che cresceva. E non giocava con lui …non perdeva tempo con lui”.</span></p> <p><strong>Assenza del padre può avere gravi conseguenze</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">“Ora – ha aggiunto - in questo cammino comune di riflessione sulla famiglia, vorrei dire a tutte le comunità cristiane che dobbiamo essere più attenti: l’assenza della figura paterna nella vita dei piccoli e dei giovani produce lacune e ferite che possono essere anche molto gravi. E in effetti le devianze dei bambini e degli adolescenti si possono in buona parte ricondurre a questa mancanza, alla carenza di esempi e di guide autorevoli nella loro vita di ogni giorno, alla carenza di vicinanza, alla carenza di amore da parte dei padri. E’ più profondo di quel che pensiamo il senso di orfanezza che vivono tanti giovani”.</span></p> <p> <strong>Improbabile rapporto alla pari padre-figlio</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">“Sono orfani – ha detto - ma in famiglia perché i papà sono spesso assenti, anche fisicamente, da casa, ma soprattutto perché, quando ci sono, non si comportano da padri, non fanno un dialogo con i loro figli, non adempiono il loro compito educativo, non danno ai figli, con il loro esempio accompagnato dalle parole, quei principi, quei valori, quelle regole di vita di cui hanno bisogno come del pane. La qualità educativa della presenza paterna è tanto più necessaria quanto più il papà è costretto dal lavoro a stare lontano da casa. A volte sembra che i papà non sappiano bene quale posto occupare in famiglia e come educare i figli. E allora, nel dubbio, si astengono, si ritirano e trascurano le loro responsabilità, magari rifugiandosi in un improbabile rapporto ‘alla pari’ con i figli. Ma, è vero che tu devi essere compagno di tuo figlio, ma senza dimenticare che tu sei il padre, eh! Ma se tu soltanto ti comporti come un compagno alla pari del figlio, non farà bene al ragazzo”.</span></p> <p><strong>Responsabilità comunità civile</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">“Ma anche questo lo vediamo nella comunità civile. La comunità civile con le sue istituzioni, ha una certa responsabilità – possiamo dire paterna - verso i giovani, una responsabilità che a volte trascura o esercita male. Anch’essa spesso li lascia orfani e non propone loro una verità di prospettiva. I giovani rimangono, così, orfani di strade sicure da percorrere, orfani di maestri di cui fidarsi, orfani di ideali che riscaldino il cuore, orfani di valori e di speranze che li sostengano quotidianamente. Vengono riempiti magari di idoli ma si ruba loro il cuore; sono spinti a sognare divertimenti e piaceri, ma non si dà loro il lavoro; vengono illusi col dio denaro, e negate loro le vere ricchezze”.</span></p> <p><strong>Gesù non ci lascia orfani</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">“E allora farà bene a tutti, ai padri e ai figli, riascoltare la promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli: «Non vi lascerò orfani» (Gv 14,18). E’ Lui, infatti, la Via da percorrere, il Maestro da ascoltare, la Speranza che il mondo può cambiare, che l’amore vince l’odio, che può esserci un futuro di fraternità e di pace per tutti. Qualcuno di voi potrà dirmi: ‘Ma Padre, oggi lei è stato troppo negativo. Ha parlato soltanto dell’assenza dei padri, cosa accade quando i padri non sono vicini ai figli … È vero, ho voluto sottolineare questo, perché mercoledì prossimo proseguirò  questa catechesi, mettendo in luce la bellezza della pa</span><span style="line-height: 1.6;">ternità. Per questo ho scelto di cominciare dal buio per arrivare alla luce. Che il Signore ci aiuti a capire bene queste cose. Grazie”.  </span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2015/01/28/udienza_generale_padri_non_siano_assenti_in_famiglia/1120322">(Da Radio Vaticana)</a>Francesco: chiedere a Dio la “voglia” di fare la sua volontà2015-01-27T15:27:24+00:00http://www.news.va/it/news/francesco-chiedere-a-dio-la-voglia-di-fare-la-sua Bisogna pregare Dio e chiedere ogni giorno la grazia di capire la sua volontà, la grazia di seguirla e la grazia di compierla fino in fondo. È questo l’insegnamento ricavato da Papa Francesco dalla liturgia del giorno e spiegato all’omelia della Messa del mattino, presieduta in Casa S. Marta. Il servizio di Alessandro De Carolis : C’era una volta la legge fatta di prescrizioni e divieti, di sangue di tori e capri, “sacrifici antichi” che non avevano né la “forza” di “perdonare i peccati”, né di dare “giustizia”. Poi nel mondo venne Cristo e con il suo salire sulla Croce – l’atto “che una volta per sempre ci ha giustificato” – Gesù ha dimostrato quale fosse il “sacrificio” più gradito a Dio: non l’olocausto di un animale, ma l’offerta della propria volontà per fare la volontà del Padre. Volontà di Dio, strada di santità Letture e Salmo del giorno indirizzano la riflessione del Papa su uno dei fulcri della fede: l’“obbedienza alla volontà di Dio”. Questa, afferma Francesco, “è la strada della santità, del cristiano”, cioè che “il piano di Dio venga fatto”, che “la salvezza di Dio venga fatta”: “Il contrario incominciò in Paradiso, con la non obbedienza di Adamo. E quella disobbedienza ha portato il male a tutta l’umanità. E anche i peccati sono atti di non obbedire a Dio, di non fare la volontà di Dio. Invece, il Signore ci insegna che questa è la strada, non ce n’è un’altra. E incomincia con Gesù, sì, nel Cielo, nella volontà di obbedire al Padre. Ma in terra incomincia con la Madonna: lei, cosa ha detto all’Angelo? ‘Che si faccia quello che tu dici’, cioè che si faccia la volontà di Dio. E con quel ‘sì’ al Signore, il Signore ha incominciato il suo percorso fra noi”. Tante opzioni sul vassoio “Non è facile”. Questa espressione torna diverse volte sulle labbra del Papa quando parla del compiere la volontà di Dio. Non è stato facile per Gesù che, ricorda, su questo fu tentato nel deserto e anche nell’Orto degli Ulivi con lo strazio nel cuore accettò il supplizio che lo attendeva. Non fu facile per alcuni discepoli, che lo lasciarono perché non capirono cosa volesse dire “fare la volontà del Padre”. Non lo è per noi, dal momento che – nota il Papa – “ogni giorno ci presentano su un vassoio tante opzioni”. E allora, si chiede, come “faccio per fare la volontà di Dio?”. Chiedendo “la grazia” di volerla fare: “Io prego, perché il Signore mi dia la voglia di fare la sua volontà, o cerco i compromessi perché ho paura della volontà di Dio? Un’altra cosa: pregare per conoscere la volontà di Dio su di me e sulla mia vita, sulla decisione che devo prendere adesso… tante cose. Sul modo di gestire le cose… La preghiera per voler fare la volontà di Dio, e preghiera per conoscere la volontà di Dio. E quando conosco la volontà di Dio, anche la preghiera, per la terza volta: per farla. Per compiere quella volontà, che non è la mia, è quella di Lui. E non è facile”. “Volere” la volontà di Dio Dunque, riassume Francesco, “pregare per avere la voglia di seguire la volontà di Dio, pregare per conoscere la volontà di Dio e pregare – una volta conosciuta – per andare avanti con la volontà di Dio”: “Il Signore ci dia la grazia, a tutti noi, che un giorno possa dire di noi quello che ha detto di quel gruppo, di quella folla, che lo seguiva, quelli che erano seduti attorno a Lui, come abbiamo sentito nel Vangelo: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”. Fare la volontà di Dio ci fa essere parte della famiglia di Gesù, ci fa madre, padre, sorella, fratello”. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2015/01/27/OSSROM15957_LancioGrande.jpg" title=""/> <p><span style="line-height: 1.6;">Bisogna pregare Dio e chiedere ogni giorno la grazia di capire la sua volontà, la grazia di seguirla e la grazia di compierla fino in fondo. È questo l’insegnamento ricavato da Papa Francesco dalla liturgia del giorno e spiegato all’omelia della Messa del mattino, presieduta in Casa S. Marta. Il servizio di <strong>Alessandro De Carolis</strong>:</span></p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_3072253" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00463101.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">C’era una volta la legge fatta di prescrizioni e divieti, di sangue di tori e capri, “sacrifici antichi” che non avevano né la “forza” di “perdonare i peccati”, né di dare “giustizia”. Poi nel mondo venne Cristo e con il suo salire sulla Croce – l’atto “che una volta per sempre ci ha giustificato” – Gesù ha dimostrato quale fosse il “sacrificio” più gradito a Dio: non l’olocausto di un animale, ma l’offerta della propria volontà per fare la volontà del Padre.</span></p> <p><strong>Volontà di Dio, strada di santità</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Letture e Salmo del giorno indirizzano la riflessione del Papa su uno dei fulcri della fede: l’“obbedienza alla volontà di Dio”. Questa, afferma Francesco, “è la strada della santità, del cristiano”, cioè che “il piano di Dio venga fatto”, che “la salvezza di Dio venga fatta”:</span></p> <p>“Il contrario incominciò in Paradiso, con la non obbedienza di Adamo. E quella disobbedienza ha portato il male a tutta l’umanità. E anche i peccati sono atti di non obbedire a Dio, di non fare la volontà di Dio. Invece, il Signore ci insegna che questa è la strada, non ce n’è un’altra. E incomincia con Gesù, sì, nel Cielo, nella volontà di obbedire al Padre. Ma in terra incomincia con la Madonna: lei, cosa ha detto all’Angelo? ‘Che si faccia quello che tu dici’, cioè che si faccia la volontà di Dio. E con quel ‘sì’ al Signore, il Signore ha incominciato il suo percorso fra noi”.</p> <p><strong>Tante opzioni sul vassoio</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">“Non è facile”. Questa espressione torna diverse volte sulle labbra del Papa quando parla del compiere la volontà di Dio. Non è stato facile per Gesù che, ricorda, su questo fu tentato nel deserto e anche nell’Orto degli Ulivi con lo strazio nel cuore accettò il supplizio che lo attendeva. Non fu facile per alcuni discepoli, che lo lasciarono perché non capirono cosa volesse dire “fare la volontà del Padre”. Non lo è per noi, dal momento che – nota il Papa – “ogni giorno ci presentano su un vassoio tante opzioni”. E allora, si chiede, come “faccio per fare la volontà di Dio?”. Chiedendo “la grazia” di volerla fare:</span></p> <p>“Io prego, perché il Signore mi dia la voglia di fare la sua volontà, o cerco i compromessi perché ho paura della volontà di Dio? Un’altra cosa: pregare per conoscere la volontà di Dio su di me e sulla mia vita, sulla decisione che devo prendere adesso… tante cose. Sul modo di gestire le cose… La preghiera per voler fare la volontà di Dio, e preghiera per conoscere la volontà di Dio. E quando conosco la volontà di Dio, anche la preghiera, per la terza volta: per farla. Per compiere quella volontà, che non è la mia, è quella di Lui. E non è facile”.</p> <p><strong>“Volere” la volontà di Dio</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Dunque, riassume Francesco, “pregare per avere la voglia di seguire la volontà di Dio, pregare per conoscere la volontà di Dio e pregare – una volta conosciuta – per andare avanti con la volontà di Dio”:</span></p> <p>“Il Signore ci dia la grazia, a tutti noi, che un giorno possa dire di noi quello che ha detto di quel gruppo, di quella folla, che lo seguiva, quelli che erano seduti attorno a Lui, come abbiamo sentito nel Vangelo: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”. Fare la volontà di Dio ci fa essere parte della famiglia di Gesù, ci fa madre, padre, sorella, fratello”.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2015/01/27/francesco_chiedere_a_dio_la_“voglia”_di_fare_la_sua_volontà/1120122">(Da Radio Vaticana)</a>Papa: Auschwitz grida dolore immane e invoca futuro di pace2015-01-27T15:23:25+00:00http://www.news.va/it/news/papa-auschwitz-grida-dolore-immane-e-invoca-futuro "Auschwitz grida il dolore di una sofferenza immane e invoca un futuro di rispetto, pace ed incontro tra popoli". Così il Papa in un tweet dal suo account @Pontifex parla dell’odierna Giornata della Memoria delle vittime della Shoah. La ricorrenza, adottata nel 2005 dalle Nazioni Unite, coincide quest’anno con il 70.mo dall’abbattimento dei cancelli di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche. Alle commemorazioni in Polonia, sul luogo in cui sorgeva il più grande campo di concentramento nazista, prendono parte questo pomeriggio 38 delegazioni da tutto il mondo. Il servizio di  Paolo Ondarza : Una giornata per ricordare la Shoah, dalle leggi razziali alla persecuzione, dalla deportazione allo sterminio di circa 12 milioni di persone nei lager, 6 milioni dei quali ebrei, ma anche dissidenti politici, disabili, sinti e rom, omosessuali, testimoni di Geova. 1,5 milioni i bambini. Una giornata per ricordare anche coloro che a rischio della propria esistenza protessero i perseguitati. Nel campo di concentramento di Auschwitz, costruito dai nazisti per realizzare la "soluzione finale" contro gli ebrei in Europa, vennero eliminate oltre un milione di persone. Piero Terracina : fu deportato lì con tutta la famiglia, composta da 8 persone. Fu l’unico a tornare in Italia e il negazionismo è oggi per lui un insulto insopportabile: "Come si può negare? Quando io dico: siamo partiti in otto della mia famiglia e quando sono ritornato mi sono ritrovato solo, ma dove sono finiti gli altri? Quando io parlo della deportazione del 16 ottobre 1943 da Roma – quando furono deportati 1.023 innocenti, compreso un bambino ancora senza nome, e sono tornati in 16! – che cosa possono dire? Che sono scomparsi? Certo, ad Auschwitz non risulta che siano arrivati. Ma io me li ricordo. Me li ricordo lì, sulla rampa dell’arrivo, l’abbraccio di mamma, le parole di papà… ricordo tutto! Sono tornato solo, di otto persone…". A Birkenau, a soli 13 anni,  Sami Modiano , ebreo di Rodi, perse tutti gli affetti. Oggi, spende ogni energia nel raccontare l’orrore subito perché non si ripeta più: "Poi, ad un certo momento, quando stai in quell’inferno, ti rendi conto che da Birkenau non c’era nessun’altra via di uscita che la morte. E di fatto, molti si rendevano conto di questo e decidevano di farla finita: si buttavano contro i fili spinati nei quali passava l’alta tensione, e morivano fulminati… Ho una piaga che non si chiuderà mai più. Ho i miei silenzi, i miei incubi, le mie depressioni. Continuo ancora a soffrire. Specialmente quando incontro i ragazzi e devo spiegare tutto questo: per me è un dolore enorme, ma lo faccio. Lo faccio perché ho capito che il Padre Eterno mi ha scelto per trasmettere a questi ragazzi, che fanno parte di questa nuova generazione la memoria di ciò che ho vissuto, perché non si ripeta". Varie le manifestazioni organizzate oggi in tutto il mondo. Nel suo messaggio, il segretario Onu, Ban Ki-moon, mette in guardia da nuove forme di antisemitismo e intolleranza e chiede di intensificare ogni sforzo contro una minaccia ancora viva. Per Liliana Segre , deportata a 13 anni ad Auschwitz-Birkenau, la Giornata della Memoria è un'occasione per riaprire l'armadio della vergogna che qualcuno ancora vorrebbe chiudere: i suoi ricordi sono raccolti nel libro edito da Piemme “Fino a quando la mia stella brillerà”. Fabio Colagrande l’ha intervistata: R. – Io ero una bambina molto serena, molto amata, anche viziata, coccolata, in una famiglia che era tutta proiettata verso di me, e da quel momento ho conosciuto un mondo diverso, indifferente a quello che succedeva a un piccolo gruppo di cittadini italiani di religione ebraica, che sono stati per lo più ignorati dai vicini di casa. Tanto che dopo la guerra, quando io ho ritrovato delle compagne di scuola, che non si erano neanche accorte della mia assenza, mi hanno chiesto: “Ma tu dov’eri finita?” Io avrei dovuto rispondere “ad Auschwitz”, ma allora non avevo ancora la forza per farlo. D. – Nel treno che la portava ad Auschwitz, con suo padre e con tante altre persone, a un certo punto dice: “Mi resi conto di essere diventata adulta”… R. – Fu questo un viaggio verso ignota destinazione di persone normali, che salivano come persone e scendevano come scendono gli animali che vanno al macello da quei vagoni: c’era tutto un percorso, che non era solo di chilometri attraverso la Foresta Nera o altri luoghi a noi sconosciuti. Era un percorso interiore: di affetti, di amore, di ultime parole, di ultimi sguardi di gente che poi all’arrivo è morta. D. – Perché in quel momento lei si è sentita adulta? R. – Beh, io ero sempre stata la bambina di mio papà, ma ormai ero io che proteggevo lui nella sua disperazione, perché è molto più facile sopportare una cosa simile da figli che da genitori. Quando io sono diventata mamma e poi nonna ho capito fino in fondo la disperazione che doveva avere avuto il mio papà. E io in quel momento ero contenta di fargli sentire tutto il mio amore. D. – Lei racconta che nei giorni trascorsi ad Auschwitz si affidò all’istinto di sopravvivenza e riuscì con la mente a fuggire da ciò che viveva… R. – Con il mio papà ero abituata a guardare il cielo. Mi aveva portato anche al Planetario. Era un mondo affascinante quello delle stelle e quindi io avevo cercato di guardare il cielo anche ad Auschwitz e avevo fatto un gioco infantile con me stessa: identificarmi in una stellina. Non bastavano, però, questi piccoli giochi per sopravvivere, bisognava farcela giorno dopo giorno… D. – Lei racconta il grande rimorso che ha avuto nei confronti di una ragazza morta ad Auschwitz, Janine… R. – Lavoravo alla macchina con questa ragazza francese da tempo e quindi si era creata fra noi una vicinanza, che non era poco nel campo di concentramento. Ma io non accettavo più distacchi, non potevo più sopportare di attaccarmi a qualcuno e poi vedermelo strappare. Mi ero fatta, quindi, una corazza. Così quando, dopo una selezione da cui ero appena passata viva, sentii che fermavano Janine, perché la macchina le aveva trinciato due falangi di due dita – fu orribile e lo racconto sempre ogni volta che parlo ai ragazzi –  non ho avuto la forza di voltarmi, di guardarla e di dirle una parola buona, di chiamarla per nome. Ho fatto un passo avanti, mi sono rivestita, anche se sapevo che andava al gas. Non me lo sono mai perdonato. D. – Ormai da 25 anni ha deciso di raccontare questa pagina oscura della sua vita. Sente che la gente vuole sapere? R. – Nelle scuole sicuramente sì. I ragazzi danno una risposta molto interessante, fanno un’infinità di domande. In altri casi, fuori dell’ambito scolastico, io parlo pochissimo di questo argomento. Soprattutto tra i miei coetanei, ormai tutti vecchi, c’è sempre o un po’ di morbosità o di grande ignoranza o volontà di chiudere quell’armadio della vergogna, una vergogna anche italiana. D. – Chi vorrebbe che leggesse questo libro “Fino a quando la mia stella brillerà”? R. – Mah, io sono una nonna e le nonne hanno sempre raccontato le storie, che una volta erano fiabe cattive, ma finte. Invece io ho scritto una storia vera, dedicata ai miei nipoti ideali e come tale spero che la leggano. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2015/01/27/AFP3851520_LancioGrande.jpg" title=""/> <p><span style="line-height: 1.6;">"Auschwitz grida il dolore di una sofferenza immane e invoca un futuro di rispetto,</span><span style="line-height: 1.6;">pace ed incontro tra popoli". Così il Papa in un tweet dal suo account @Pontifex parla dell’odierna Giornata della Memoria delle vittime della Shoah. La ricorrenza, adottata nel 2005 dalle Nazioni Unite, coincide quest’anno con il 70.mo dall’abbattimento dei cancelli di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche. Alle commemorazioni in Polonia, sul luogo in cui sorgeva il più grande campo di concentramento nazista, prendono parte questo pomeriggio 38 delegazioni da tutto il mondo. Il servizio di <strong>Paolo Ondarza</strong>:</span></p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_3072656" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00463107.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p>Una giornata per ricordare la Shoah, dalle leggi razziali alla persecuzione, dalla deportazione allo sterminio di circa 12 milioni di persone nei lager, 6 milioni dei quali ebrei, ma anche dissidenti politici, disabili, sinti e rom, omosessuali, testimoni di Geova. 1,5 milioni i bambini. Una giornata per ricordare anche coloro che a rischio della propria esistenza protessero i perseguitati. Nel campo di concentramento di Auschwitz, costruito dai nazisti per realizzare la "soluzione finale" contro gli ebrei in Europa, vennero eliminate oltre un milione di persone. <strong>Piero Terracina</strong>: fu deportato lì con tutta la famiglia, composta da 8 persone. Fu l’unico a tornare in Italia e il negazionismo è oggi per lui un insulto insopportabile:</p> <p>"Come si può negare? Quando io dico: siamo partiti in otto della mia famiglia e quando sono ritornato mi sono ritrovato solo, ma dove sono finiti gli altri? Quando io parlo della deportazione del 16 ottobre 1943 da Roma – quando furono deportati 1.023 innocenti, compreso un bambino ancora senza nome, e sono tornati in 16! – che cosa possono dire? Che sono scomparsi? Certo, ad Auschwitz non risulta che siano arrivati. Ma io me li ricordo. Me li ricordo lì, sulla rampa dell’arrivo, l’abbraccio di mamma, le parole di papà… ricordo tutto! Sono tornato solo, di otto persone…".</p> <p><span style="line-height: 1.6;">A Birkenau, a soli 13 anni,<strong> Sami Modiano</strong>, ebreo di Rodi, perse tutti gli affetti. Oggi, spende ogni energia nel raccontare l’orrore subito perché non si ripeta più:</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">"Poi, ad un certo momento, quando stai in quell’inferno, ti rendi conto che da Birkenau non c’era nessun’altra via di uscita che la morte. E di fatto, molti si rendevano conto di questo e decidevano di farla finita: si buttavano contro i fili spinati nei quali passava l’alta tensione, e morivano fulminati… Ho una piaga che non si chiuderà mai più. Ho i miei silenzi, i miei incubi, le mie depressioni. Continuo ancora a soffrire. Specialmente quando incontro i ragazzi e devo spiegare tutto questo: per me è un dolore enorme, ma lo faccio. Lo faccio perché ho capito che il Padre Eterno mi ha scelto per trasmettere a questi ragazzi, che fanno parte di questa nuova generazione la memoria di ciò che ho vissuto, perché non si ripeta".</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Varie le manifestazioni organizzate oggi in tutto il mondo. Nel suo messaggio, il segretario Onu, Ban Ki-moon, mette in guardia da nuove forme di antisemitismo e intolleranza e chiede di intensificare ogni sforzo contro una minaccia ancora viva.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Per</span><strong style="line-height: 1.6;"> Liliana Segre</strong><span style="line-height: 1.6;">, deportata a 13 anni ad Auschwitz-Birkenau, la Giornata della Memoria è un'occasione per riaprire l'armadio della vergogna che qualcuno ancora vorrebbe chiudere: i suoi ricordi sono raccolti nel libro edito da Piemme “Fino a quando la mia stella brillerà”. </span><strong style="line-height: 1.6;">Fabio Colagrande</strong><span style="line-height: 1.6;"> l’ha intervistata:</span></p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered" controls="" height="50" id="audioItem_3072145" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00463097.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Io ero una bambina molto serena, molto amata, anche viziata, coccolata, in una famiglia che era tutta proiettata verso di me, e da quel momento ho conosciuto un mondo diverso, indifferente a quello che succedeva a un piccolo gruppo di cittadini italiani di religione ebraica, che sono stati per lo più ignorati dai vicini di casa. Tanto che dopo la guerra, quando io ho ritrovato delle compagne di scuola, che non si erano neanche accorte della mia assenza, mi hanno chiesto: “Ma tu dov’eri finita?” Io avrei dovuto rispondere “ad Auschwitz”, ma allora non avevo ancora la forza per farlo.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – Nel treno che la portava ad Auschwitz, con suo padre e con tante altre persone, a un certo punto dice: “Mi resi conto di essere diventata adulta”…</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Fu questo un viaggio verso ignota destinazione di persone normali, che salivano come persone e scendevano come scendono gli animali che vanno al macello da quei vagoni: c’era tutto un percorso, che non era solo di chilometri attraverso la Foresta Nera o altri luoghi a noi sconosciuti. Era un percorso interiore: di affetti, di amore, di ultime parole, di ultimi sguardi di gente che poi all’arrivo è morta.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – Perché in quel momento lei si è sentita adulta?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Beh, io ero sempre stata la bambina di mio papà, ma ormai ero io che proteggevo lui nella sua disperazione, perché è molto più facile sopportare una cosa simile da figli che da genitori. Quando io sono diventata mamma e poi nonna ho capito fino in fondo la disperazione che doveva avere avuto il mio papà. E io in quel momento ero contenta di fargli sentire tutto il mio amore.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – Lei racconta che nei giorni trascorsi ad Auschwitz si affidò all’istinto di sopravvivenza e riuscì con la mente a fuggire da ciò che viveva…</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Con il mio papà ero abituata a guardare il cielo. Mi aveva portato anche al Planetario. Era un mondo affascinante quello delle stelle e quindi io avevo cercato di guardare il cielo anche ad Auschwitz e avevo fatto un gioco infantile con me stessa: identificarmi in una stellina. Non bastavano, però, questi piccoli giochi per sopravvivere, bisognava farcela giorno dopo giorno…</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – Lei racconta il grande rimorso che ha avuto nei confronti di una ragazza morta ad Auschwitz, Janine…</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Lavoravo alla macchina con questa ragazza francese da tempo e quindi si era creata fra noi una vicinanza, che non era poco nel campo di concentramento. Ma io non accettavo più distacchi, non potevo più sopportare di attaccarmi a qualcuno e poi vedermelo strappare. Mi ero fatta, quindi, una corazza. Così quando, dopo una selezione da cui ero appena passata viva, sentii che fermavano Janine, perché la macchina le aveva trinciato due falangi di due dita – fu orribile e lo racconto sempre ogni volta che parlo ai ragazzi –  non ho avuto la forza di voltarmi, di guardarla e di dirle una parola buona, di chiamarla per nome. Ho fatto un passo avanti, mi sono rivestita, anche se sapevo che andava al gas. Non me lo sono mai perdonato.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – Ormai da 25 anni ha deciso di raccontare questa pagina oscura della sua vita. Sente che la gente vuole sapere?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Nelle scuole sicuramente sì. I ragazzi danno una risposta molto interessante, fanno un’infinità di domande. In altri casi, fuori dell’ambito scolastico, io parlo pochissimo di questo argomento. Soprattutto tra i miei coetanei, ormai tutti vecchi, c’è sempre o un po’ di morbosità o di grande ignoranza o volontà di chiudere quell’armadio della vergogna, una vergogna anche italiana.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">D. – Chi vorrebbe che leggesse questo libro “Fino a quando la mia stella brillerà”?</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">R. – Mah, io sono una nonna e le nonne hanno sempre raccontato le storie, che una volta erano fiabe cattive, ma finte. Invece io ho scritto una storia vera, dedicata ai miei nipoti ideali e come tale spero che la leggano.</span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2015/01/27/papa_auschwitz_grida_dolore_immane_e_invoca_futuro_di_pace/1120187">(Da Radio Vaticana)</a>Le celebrazioni del Papa tra febbraio e aprile2015-01-27T15:21:24+00:00http://www.news.va/it/news/le-celebrazioni-del-papa-tra-febbraio-e-aprile Il Concistoro e i riti di inizio Quaresima, con il ritiro spirituale ad Ariccia, in febbraio. La visita a Napoli e Pompei in marzo. Infine, i giorni intensi del Triduo pasquale, seguiti  dalla solennità della Pasqua e dalla Messa in rito armeno in aprile. Sono tra gli appuntamenti di rilievo di Papa Francesco nei prossimi tre mesi, ufficializzati dal maestro delle Celebrazioni pontificie, mons. Guido Marini. Concistoro e parrocchia Il mese di febbraio si aprirà il 2, nella Festa della Presentazione del Signore, con la Messa del Papa nella Basilica Vaticana, alle 17.30, con i membri  degli Istituti di Vita Consacrata e delle Società di Vita Apostolica, nel giorno in cui si celebra la 19.ma Giornata Mondiale della Vita Consacrata. L’8 febbraio, alle 16, Francesco tornerà a visitare una parrocchia romana, quella di San Michele Arcangelo a Pietralata. Sei giorni dopo, il 14, il Papa aprirà alle 11 il Concistoro ordinario pubblico per la creazione di 20 nuovi cardinali e per alcune Cause di Canonizzazione. Con i nuovi porporati, il Papa concelebrerà il giorno dopo, alle 10, la Messa in San Pietro. Inizio Quaresima ed esercizi spirituali Mercoledì 18 la Chiesa vivrà l’inizio della Quaresima nel giorno delle “Ceneri”. Come consuetudine, Papa Francesco presiederà alle 16.30 la Statio e la processione penitenziale dalla Basilica di Sant’Anselmo fino a quella di Santa Sabina, dove alle 17 celebrerà la Messa con la benedizione e l’imposizione delle Ceneri. La domenica successiva, 22 febbraio, il Papa e i membri della Curia romana partiranno alla volta di Ariccia per vivere, come lo scorso anno, gli esercizi spirituali quaresimali fino a venerdì 27. Visita a Napoli e Pompei La seconda visita alla una parrocchia romana avverrà l’8 marzo, quando Francesco incontrerà nel pomeriggio alle 16 la comunità del “Santissimo Redentore”, in uno dei quartieri periferici di Roma, Tor Bella Monaca. Dopo la liturgia penitenziale del pomeriggio del 13 in San Pietro, alle 17, il successivo appuntamento porterà il Papa a Napoli e Pompei nella giornata di sabato 21 marzo, per un’attesa visita pastorale. Il mese si chiuderà con la Messa della Domenica delle Palme di domenica 29, alle 9.30 in Piazza San Pietro, con i riti della Benedizione delle Palme e della processione. Triduo, Pasqua e Messa in rito armeno I primi giorni del mese di aprile proietteranno subito Papa Francesco nel “cuore” del Triduo pasquale. Primo evento, la Messa del Crisma, nella Basilica Vaticana, la mattina del Giovedì Santo, alle 9.30. Sempre in San Pietro, alle 17 del Venerdì Santo, sarà il momento della celebrazione della Passione del Signore, poi in serata il Papa si sposterà al Colosseo per presiedere in diretta mondovisione, alle 21.15, il rito della Via Crucis. La Veglia Pasquale del 4 aprile inizierà in San Pietro alle 20.30, mentre alle 10.15 del giorno di Pasqua, Papa Francesco darà inizio sempre in Piazza San Pietro alla Messa solenne che sarà conclusa alle 12 dalla Benedizione “Urbi et Orbi”, impartita dalla Loggia centrale della Basilica Vaticana. Sette giorni dopo, domenica della Divina Misericordia, alle 10 Francesco sarà ancora sull’altare della Basilica di San Pietro per celebrare la Messa per i fedeli di rito armeno. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2015/01/24/ANSA730248_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Il Concistoro e i riti di inizio Quaresima, con il ritiro spirituale ad Ariccia, in febbraio. La visita a Napoli e Pompei in marzo. Infine, i giorni intensi del Triduo pasquale, seguiti  dalla solennità della Pasqua e dalla Messa in rito armeno in aprile. Sono tra gli appuntamenti di rilievo di Papa Francesco nei prossimi tre mesi, ufficializzati dal maestro delle Celebrazioni pontificie, mons. Guido Marini.</p> <p><strong>Concistoro e parrocchia</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Il mese di febbraio si aprirà il 2, nella Festa della Presentazione del Signore, con la Messa del Papa nella Basilica Vaticana, alle 17.30, con i membri  degli Istituti di Vita Consacrata e delle Società di Vita Apostolica, nel giorno in cui si celebra la 19.ma Giornata Mondiale della Vita Consacrata. L’8 febbraio, alle 16, Francesco tornerà a visitare una parrocchia romana, quella di San Michele Arcangelo a Pietralata. Sei giorni dopo, il 14, il Papa aprirà alle 11 il Concistoro ordinario pubblico per la creazione di 20 nuovi cardinali e per alcune Cause di Canonizzazione. Con i nuovi porporati, il Papa concelebrerà il giorno dopo, alle 10, la Messa in San Pietro.</span></p> <p><strong>Inizio Quaresima ed esercizi spirituali</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Mercoledì 18 la Chiesa vivrà l’inizio della Quaresima nel giorno delle “Ceneri”. Come consuetudine, Papa Francesco presiederà alle 16.30 la Statio e la processione penitenziale dalla Basilica di Sant’Anselmo fino a quella di Santa Sabina, dove alle 17 celebrerà la Messa con la benedizione e l’imposizione delle Ceneri. La domenica successiva, 22 febbraio, il Papa e i membri della Curia romana partiranno alla volta di Ariccia per vivere, come lo scorso anno, gli esercizi spirituali quaresimali fino a venerdì 27.</span></p> <p><strong>Visita a Napoli e Pompei</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">La seconda visita alla una parrocchia romana avverrà l’8 marzo, quando Francesco incontrerà nel pomeriggio alle 16 la comunità del “Santissimo Redentore”, in uno dei quartieri periferici di Roma, Tor Bella Monaca. Dopo la liturgia penitenziale del pomeriggio del 13 in San Pietro, alle 17, il successivo appuntamento porterà il Papa a Napoli e Pompei nella giornata di sabato 21 marzo, per un’attesa visita pastorale. Il mese si chiuderà con la Messa della Domenica delle Palme di domenica 29, alle 9.30 in Piazza San Pietro, con i riti della Benedizione delle Palme e della processione.</span></p> <p><strong>Triduo, Pasqua e Messa in rito armeno</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">I primi giorni del mese di aprile proietteranno subito Papa Francesco nel “cuore” del Triduo pasquale. Primo evento, la Messa del Crisma, nella Basilica Vaticana, la mattina del Giovedì Santo, alle 9.30. Sempre in San Pietro, alle 17 del Venerdì Santo, sarà il momento della celebrazione della Passione del Signore, poi in serata il Papa si sposterà al Colosseo per presiedere in diretta mondovisione, alle 21.15, il rito della Via Crucis. La Veglia Pasquale del 4 aprile inizierà in San Pietro alle 20.30, mentre alle 10.15 del giorno di Pasqua, Papa Francesco darà inizio sempre in Piazza San Pietro alla Messa solenne che sarà conclusa alle 12 dalla Benedizione “Urbi et Orbi”, impartita dalla Loggia centrale della Basilica Vaticana. Sette giorni dopo, domenica della Divina Misericordia, alle 10 Francesco sarà ancora sull’altare della Basilica di San Pietro per celebrare la Messa per i fedeli di rito armeno.</span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2015/01/27/le_celebrazioni_del_papa_tra_febbraio_e_aprile/1120201">(Da Radio Vaticana)</a>Papa, Messaggio Quaresima. Il testo integrale2015-01-27T12:27:24+00:00http://www.news.va/it/news/papa-messaggio-quaresima-il-testo-integrale “Rinfrancate i vostri cuori”. È il titolo del Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima 2015. Di seguito, il testo integrale del messaggio: “Cari fratelli e sorelle, la Quaresima è un tempo di rinnovamento per la Chiesa, le comunità e i singoli fedeli. Soprattutto però è un “tempo di grazia” ( 2 Cor 6,2). Dio non ci chiede nulla che prima non ci abbia donato: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” ( 1 Gv 4,19). Lui non è indifferente a noi. Ognuno di noi gli sta a cuore, ci conosce per nome, ci cura e ci cerca quando lo lasciamo. Ciascuno di noi gli interessa; il suo amore gli impedisce di essere indifferente a quello che ci accade. Però succede che quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, certamente ci dimentichiamo degli altri (cosa che Dio Padre non fa mai), non ci interessano i loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono… allora il nostro cuore cade nell’indifferenza: mentre io sto relativamente bene e comodo, mi dimentico di quelli che non stanno bene. Questa attitudine egoistica, di indifferenza, ha preso oggi una dimensione mondiale, a tal punto che possiamo parlare di una globalizzazione dell’indifferenza. Si tratta di un disagio che, come cristiani, dobbiamo affrontare. Quando il popolo di Dio si converte al suo amore, trova le risposte a quelle domande che continuamente la storia gli pone. Una delle sfide più urgenti sulla quale voglio soffermarmi in questo Messaggio è quella della globalizzazione dell’indifferenza. L’indifferenza verso il prossimo e verso Dio è una reale tentazione anche per noi cristiani. Abbiamo perciò bisogno di sentire in ogni Quaresima il grido dei profeti che alzano la voce e ci svegliano. Dio non è indifferente al mondo, ma lo ama fino a dare il suo Figlio per la salvezza di ogni uomo. Nell’incarnazione, nella vita terrena, nella morte e risurrezione del Figlio di Dio, si apre definitivamente la porta tra Dio e uomo, tra cielo e terra. E la Chiesa è come la mano che tiene aperta questa porta mediante la proclamazione della Parola, la celebrazione dei Sacramenti, la testimonianza della fede che si rende efficace nella carità (cfr Gal 5,6). Tuttavia, il mondo tende a chiudersi in se stesso e a chiudere quella porta attraverso la quale Dio entra nel mondo e il mondo in Lui. Così la mano, che è la Chiesa, non deve mai sorprendersi se viene respinta, schiacciata e ferita. Il popolo di Dio ha perciò bisogno di rinnovamento, per non diventare indifferente e per non chiudersi in se stesso. Vorrei proporvi tre passi da meditare per questo rinnovamento. 1. “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono” (1 Cor 12,26) – La Chiesa La carità di Dio che rompe quella mortale chiusura in se stessi che è l’indifferenza, ci viene offerta dalla Chiesa con il suo insegnamento e, soprattutto, con la sua testimonianza. Si può però testimoniare solo qualcosa che prima abbiamo sperimentato. Il cristiano è colui che permette a Dio di rivestirlo della sua bontà e misericordia, di rivestirlo di Cristo, per diventare come Lui, servo di Dio e degli uomini. Ce lo ricorda bene la liturgia del Giovedì Santo con il rito della lavanda dei piedi. Pietro non voleva che Gesù gli lavasse i piedi, ma poi ha capito che Gesù non vuole essere solo un esempio per come dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri. Questo servizio può farlo solo chi prima si è lasciato lavare i piedi da Cristo. Solo questi ha “parte” con lui ( Gv 13,8) e così può servire l’uomo. La Quaresima è un tempo propizio per lasciarci servire da Cristo e così diventare come Lui. Ciò avviene quando ascoltiamo la Parola di Dio e quando riceviamo i sacramenti, in particolare l’Eucaristia. In essa diventiamo ciò che riceviamo: il corpo di Cristo. In questo corpo quell’indifferenza che sembra prendere così spesso il potere sui nostri cuori, non trova posto. Poiché chi è di Cristo appartiene ad un solo corpo e in Lui non si è indifferenti l’uno all’altro. “Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui” ( 1 Cor 12,26). La Chiesa è communio sanctorum perché vi partecipano i santi, ma anche perché è comunione di cose sante: l’amore di Dio rivelatoci in Cristo e tutti i suoi doni. Tra essi c’è anche la risposta di quanti si lasciano raggiungere da tale amore. In questa comunione dei santi e in questa partecipazione alle cose sante nessuno possiede solo per sé, ma quanto ha è per tutti. E poiché siamo legati in Dio, possiamo fare qualcosa anche per i lontani, per coloro che con le nostre sole forze non potremmo mai raggiungere, perché con loro e per loro preghiamo Dio affinché ci apriamo tutti alla sua opera di salvezza. 2. “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9) – Le parrocchie e le comunità Quanto detto per la Chiesa universale è necessario tradurlo nella vita delle parrocchie e comunità. Si riesce in tali realtà ecclesiali a sperimentare di far parte di un solo corpo? Un corpo che insieme riceve e condivide quanto Dio vuole donare? Un corpo, che conosce e si prende cura dei suoi membri più deboli, poveri e piccoli? O ci rifugiamo in un amore universale che si impegna lontano nel mondo, ma dimentica il Lazzaro seduto davanti alla propria porta chiusa ? (cfr Lc 16,19-31). Per ricevere e far fruttificare pienamente quanto Dio ci dà vanno superati i confini della Chiesa visibile in due direzioni. In primo luogo, unendoci alla Chiesa del cielo nella preghiera. Quando la Chiesa terrena prega, si instaura una comunione di reciproco servizio e di bene che giunge fino al cospetto di Dio. Con i santi che hanno trovato la loro pienezza in Dio, formiamo parte di quella comunione nella quale l’indifferenza è vinta dall’amore. La Chiesa del cielo non è trionfante perché ha voltato le spalle alle sofferenze del mondo e gode da sola. Piuttosto, i santi possono già contemplare e gioire del fatto che, con la morte e la resurrezione di Gesù, hanno vinto definitivamente l’indifferenza, la durezza di cuore e l’odio. Finché questa vittoria dell’amore non compenetra tutto il mondo, i santi camminano con noi ancora pellegrini. Santa Teresa di Lisieux, dottore della Chiesa, scriveva convinta che la gioia nel cielo per la vittoria dell’amore crocifisso non è piena finché anche un solo uomo sulla terra soffre e geme: “Conto molto di non restare inattiva in cielo, il mio desiderio è di lavorare ancora per la Chiesa e per le anime” (Lettera 254 del 14 luglio 1897).  Anche noi partecipiamo dei meriti e della gioia dei santi ed essi partecipano alla nostra lotta e al nostro desiderio di pace e di riconciliazione. La loro gioia per la vittoria di Cristo risorto è per noi motivo di forza per superare tante forme d’indifferenza e di durezza di cuore. D’altra parte, ogni comunità cristiana è chiamata a varcare la soglia che la pone in relazione con la società che la circonda, con i poveri e i lontani. La Chiesa per sua natura è missionaria, non ripiegata su se stessa, ma mandata a tutti gli uomini. Questa missione è la paziente testimonianza di Colui che vuole portare al Padre tutta la realtà ed ogni uomo. La missione è ciò che l’amore non può tacere. La Chiesa segue Gesù Cristo sulla strada che la conduce ad ogni uomo, fino ai confini della terra (cfr At 1,8). Così possiamo vedere nel nostro prossimo il fratello e la sorella per i quali Cristo è morto ed è risorto. Quanto abbiamo ricevuto, lo abbiamo ricevuto anche per loro. E parimenti, quanto questi fratelli possiedono è un dono per la Chiesa e per l’umanità intera. Cari fratelli e sorelle, quanto desidero che i luoghi in cui si manifesta la Chiesa, le nostre parrocchie e le nostre comunità in particolare, diventino delle isole di misericordia in mezzo al mare dell’indifferenza! 3. “Rinfrancate i vostri cuori !” (Gc 5,8) – Il singolo fedele Anche come singoli abbiamo la tentazione dell’indifferenza. Siamo saturi di notizie e immagini sconvolgenti che ci narrano la sofferenza umana e sentiamo nel medesimo tempo tutta la nostra incapacità ad intervenire. Che cosa fare per non lasciarci assorbire da questa spirale di spavento e di impotenza? In primo luogo, possiamo pregare nella comunione della Chiesa terrena e celeste. Non trascuriamo la forza della preghiera di tanti! L’iniziativa 24 ore per il Signore , che auspico si celebri in tutta la Chiesa, anche a livello diocesano, nei giorni 13 e 14 marzo, vuole dare espressione a questa necessità della preghiera. In secondo luogo, possiamo aiutare con gesti di carità, raggiungendo sia i vicini che i lontani, grazie ai tanti organismi di carità della Chiesa. La Quaresima è un tempo propizio per mostrare questo interesse all’altro con un segno, anche piccolo, ma concreto, della nostra partecipazione alla comune umanità. E in terzo luogo, la sofferenza dell’altro costituisce un richiamo alla conversione, perché il bisogno del fratello mi ricorda la fragilità della mia vita, la mia dipendenza da Dio e dai fratelli. Se umilmente chiediamo la grazia di Dio e accettiamo i limiti delle nostre possibilità, allora confideremo nelle infinite possibilità che ha in serbo l’amore di Dio. E potremo resistere alla tentazione diabolica che ci fa credere di poter salvarci e salvare il mondo da soli. Per superare l’indifferenza e le nostre pretese di onnipotenza, vorrei chiedere a tutti di vivere questo tempo di Quaresima come un percorso di formazione del cuore, come ebbe a dire Benedetto XVI (Lett. enc. Deus caritas est , 31). Avere un cuore misericordioso non significa avere un cuore debole. Chi vuole essere misericordioso ha bisogno di un cuore forte, saldo, chiuso al tentatore, ma aperto a Dio. Un cuore che si lasci compenetrare dallo Spirito e portare sulle strade dell’amore che conducono ai fratelli e alle sorelle. In fondo, un cuore povero, che conosce cioè le proprie povertà e si spende per l’altro. Per questo, cari fratelli e sorelle, desidero pregare con voi Cristo in questa Quaresima: “ Fac cor nostrum secundum cor tuum ”: “ Rendi il nostro cuore simile al tuo ” (Supplica dalle Litanie al Sacro Cuore di Gesù). Allora avremo un cuore forte e misericordioso, vigile e generoso, che non si lascia chiudere in se stesso e non cade nella vertigine della globalizzazione dell’indifferenza. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca”. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2014/03/05/AFP3025562_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>“Rinfrancate i vostri cuori”. È il titolo del Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima 2015. Di seguito, il testo integrale del messaggio:</p> <p>“Cari fratelli e sorelle,<br/> <span style="line-height: 1.6;">la Quaresima è un tempo di rinnovamento per la Chiesa, le comunità e i singoli fedeli. Soprattutto però è un “tempo di grazia” (</span><em style="line-height: 1.6;">2 Cor</em><span style="line-height: 1.6;"> 6,2). Dio non ci chiede nulla che prima non ci abbia donato: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (</span><em style="line-height: 1.6;">1 Gv</em><span style="line-height: 1.6;"> 4,19). Lui non è indifferente a noi. Ognuno di noi gli sta a cuore, ci conosce per nome, ci cura e ci cerca quando lo lasciamo. Ciascuno di noi gli interessa; il suo amore gli impedisce di essere indifferente a quello che ci accade. Però succede che quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, certamente ci dimentichiamo degli altri (cosa che Dio Padre non fa mai), non ci interessano i loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono… allora il nostro cuore cade nell’indifferenza: mentre io sto relativamente bene e comodo, mi dimentico di quelli che non stanno bene. Questa attitudine egoistica, di indifferenza, ha preso oggi una dimensione mondiale, a tal punto che possiamo parlare di una globalizzazione dell’indifferenza. Si tratta di un disagio che, come cristiani, dobbiamo affrontare. Quando il popolo di Dio si converte al suo amore, trova le risposte a quelle domande che continuamente la storia gli pone. Una delle sfide più urgenti sulla quale voglio soffermarmi in questo Messaggio è quella della globalizzazione dell’indifferenza.</span></p> <p>L’indifferenza verso il prossimo e verso Dio è una reale tentazione anche per noi cristiani. Abbiamo perciò bisogno di sentire in ogni Quaresima il grido dei profeti che alzano la voce e ci svegliano.</p> <p>Dio non è indifferente al mondo, ma lo ama fino a dare il suo Figlio per la salvezza di ogni uomo. Nell’incarnazione, nella vita terrena, nella morte e risurrezione del Figlio di Dio, si apre definitivamente la porta tra Dio e uomo, tra cielo e terra. E la Chiesa è come la mano che tiene aperta questa porta mediante la proclamazione della Parola, la celebrazione dei Sacramenti, la testimonianza della fede che si rende efficace nella carità (cfr <em>Gal </em>5,6). Tuttavia, il mondo tende a chiudersi in se stesso e a chiudere quella porta attraverso la quale Dio entra nel mondo e il mondo in Lui. Così la mano, che è la Chiesa, non deve mai sorprendersi se viene respinta, schiacciata e ferita.<br/> <span style="line-height: 1.6;">Il popolo di Dio ha perciò bisogno di rinnovamento, per non diventare indifferente e per non chiudersi in se stesso. Vorrei proporvi tre passi da meditare per questo rinnovamento.</span></p> <p><strong>1. “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono” (1 Cor 12,26) – La Chiesa</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">La carità di Dio che rompe quella mortale chiusura in se stessi che è l’indifferenza, ci viene offerta dalla Chiesa con il suo insegnamento e, soprattutto, con la sua testimonianza. Si può però testimoniare solo qualcosa che prima abbiamo sperimentato. Il cristiano è colui che permette a Dio di rivestirlo della sua bontà e misericordia, di rivestirlo di Cristo, per diventare come Lui, servo di Dio e degli uomini. Ce lo ricorda bene la liturgia del Giovedì Santo con il rito della lavanda dei piedi. Pietro non voleva che Gesù gli lavasse i piedi, ma poi ha capito che Gesù non vuole essere solo un esempio per come dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri. Questo servizio può farlo solo chi prima si è lasciato lavare i piedi da Cristo. Solo questi ha “parte” con lui (</span><em style="line-height: 1.6;">Gv </em><span style="line-height: 1.6;">13,8) e così può servire l’uomo.</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">La Quaresima è un tempo propizio per lasciarci servire da Cristo e così diventare come Lui. Ciò avviene quando ascoltiamo la Parola di Dio e quando riceviamo i sacramenti, in particolare l’Eucaristia. In essa diventiamo ciò che riceviamo: il corpo di Cristo. In questo corpo quell’indifferenza che sembra prendere così spesso il potere sui nostri cuori, non trova posto. Poiché chi è di Cristo appartiene ad un solo corpo e in Lui non si è indifferenti l’uno all’altro. “Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui” (</span><em style="line-height: 1.6;">1 Cor</em><span style="line-height: 1.6;"> 12,26).</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">La Chiesa è </span><em style="line-height: 1.6;">communio sanctorum</em><span style="line-height: 1.6;"> perché vi partecipano i santi, ma anche perché è comunione di cose sante: l’amore di Dio rivelatoci in Cristo e tutti i suoi doni. Tra essi c’è anche la risposta di quanti si lasciano raggiungere da tale amore. In questa comunione dei santi e in questa partecipazione alle cose sante nessuno possiede solo per sé, ma quanto ha è per tutti. E poiché siamo legati in Dio, possiamo fare qualcosa anche per i lontani, per coloro che con le nostre sole forze non potremmo mai raggiungere, perché con loro e per loro preghiamo Dio affinché ci apriamo tutti alla sua opera di salvezza.</span></p> <p><strong>2. “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9) – Le parrocchie e le comunità</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Quanto detto per la Chiesa universale è necessario tradurlo nella vita delle parrocchie e comunità. Si riesce in tali realtà ecclesiali a sperimentare di far parte di un solo corpo? Un corpo che insieme riceve e condivide quanto Dio vuole donare? Un corpo, che conosce e si prende cura dei suoi membri più deboli, poveri e piccoli? O ci rifugiamo in un amore universale che si impegna lontano nel mondo, ma dimentica il Lazzaro seduto davanti alla propria porta chiusa ? (cfr </span><em style="line-height: 1.6;">Lc</em><span style="line-height: 1.6;"> 16,19-31).</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">Per ricevere e far fruttificare pienamente quanto Dio ci dà vanno superati i confini della Chiesa visibile in due direzioni.</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">In primo luogo, unendoci alla Chiesa del cielo nella preghiera. Quando la Chiesa terrena prega, si instaura una comunione di reciproco servizio e di bene che giunge fino al cospetto di Dio. Con i santi che hanno trovato la loro pienezza in Dio, formiamo parte di quella comunione nella quale l’indifferenza è vinta dall’amore. La Chiesa del cielo non è trionfante perché ha voltato le spalle alle sofferenze del mondo e gode da sola. Piuttosto, i santi possono già contemplare e gioire del fatto che, con la morte e la resurrezione di Gesù, hanno vinto definitivamente l’indifferenza, la durezza di cuore e l’odio. Finché questa vittoria dell’amore non compenetra tutto il mondo, i santi camminano con noi ancora pellegrini. Santa Teresa di Lisieux, dottore della Chiesa, scriveva convinta che la gioia nel cielo per la vittoria dell’amore crocifisso non è piena finché anche un solo uomo sulla terra soffre e geme: “Conto molto di non restare inattiva in cielo, il mio desiderio è di lavorare ancora per la Chiesa e per le anime” (Lettera 254 del 14 luglio 1897).</span><br/> <span style="line-height: 1.6;"> Anche noi partecipiamo dei meriti e della gioia dei santi ed essi partecipano alla nostra lotta e al nostro desiderio di pace e di riconciliazione. La loro gioia per la vittoria di Cristo risorto è per noi motivo di forza per superare tante forme d’indifferenza e di durezza di cuore.</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">D’altra parte, ogni comunità cristiana è chiamata a varcare la soglia che la pone in relazione con la società che la circonda, con i poveri e i lontani. La Chiesa per sua natura è missionaria, non ripiegata su se stessa, ma mandata a tutti gli uomini.</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">Questa missione è la paziente testimonianza di Colui che vuole portare al Padre tutta la realtà ed ogni uomo. La missione è ciò che l’amore non può tacere. La Chiesa segue Gesù Cristo sulla strada che la conduce ad ogni uomo, fino ai confini della terra (cfr </span><em style="line-height: 1.6;">At</em><span style="line-height: 1.6;"> 1,8). Così possiamo vedere nel nostro prossimo il fratello e la sorella per i quali Cristo è morto ed è risorto. Quanto abbiamo ricevuto, lo abbiamo ricevuto anche per loro. E parimenti, quanto questi fratelli possiedono è un dono per la Chiesa e per l’umanità intera.</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">Cari fratelli e sorelle, quanto desidero che i luoghi in cui si manifesta la Chiesa, le nostre parrocchie e le nostre comunità in particolare, diventino delle isole di misericordia in mezzo al mare dell’indifferenza!</span></p> <p><strong>3. “Rinfrancate i vostri cuori !” (Gc 5,8) – Il singolo fedele</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Anche come singoli abbiamo la tentazione dell’indifferenza. Siamo saturi di notizie e immagini sconvolgenti che ci narrano la sofferenza umana e sentiamo nel medesimo tempo tutta la nostra incapacità ad intervenire. Che cosa fare per non lasciarci assorbire da questa spirale di spavento e di impotenza?</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">In primo luogo, possiamo pregare nella comunione della Chiesa terrena e celeste. Non trascuriamo la forza della preghiera di tanti! L’iniziativa </span><em style="line-height: 1.6;">24 ore per il Signore</em><span style="line-height: 1.6;">, che auspico si celebri in tutta la Chiesa, anche a livello diocesano, nei giorni 13 e 14 marzo, vuole dare espressione a questa necessità della preghiera.</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">In secondo luogo, possiamo aiutare con gesti di carità, raggiungendo sia i vicini che i lontani, grazie ai tanti organismi di carità della Chiesa. La Quaresima è un tempo propizio per mostrare questo interesse all’altro con un segno, anche piccolo, ma concreto, della nostra partecipazione alla comune umanità.</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">E in terzo luogo, la sofferenza dell’altro costituisce un richiamo alla conversione, perché il bisogno del fratello mi ricorda la fragilità della mia vita, la mia dipendenza da Dio e dai fratelli. Se umilmente chiediamo la grazia di Dio e accettiamo i limiti delle nostre possibilità, allora confideremo nelle infinite possibilità che ha in serbo l’amore di Dio. E potremo resistere alla tentazione diabolica che ci fa credere di poter salvarci e salvare il mondo da soli.</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">Per superare l’indifferenza e le nostre pretese di onnipotenza, vorrei chiedere a tutti di vivere questo tempo di Quaresima come un percorso di formazione del cuore, come ebbe a dire Benedetto XVI (Lett. enc. </span><em style="line-height: 1.6;">Deus caritas est</em><span style="line-height: 1.6;">, 31). Avere un cuore misericordioso non significa avere un cuore debole. Chi vuole essere misericordioso ha bisogno di un cuore forte, saldo, chiuso al tentatore, ma aperto a Dio. Un cuore che si lasci compenetrare dallo Spirito e portare sulle strade dell’amore che conducono ai fratelli e alle sorelle. In fondo, un cuore povero, che conosce cioè le proprie povertà e si spende per l’altro.</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">Per questo, cari fratelli e sorelle, desidero pregare con voi Cristo in questa Quaresima: “</span><em style="line-height: 1.6;">Fac cor nostrum secundum cor tuum</em><span style="line-height: 1.6;">”: “</span><em style="line-height: 1.6;">Rendi il nostro cuore simile al tuo</em><span style="line-height: 1.6;">” (Supplica dalle Litanie al Sacro Cuore di Gesù). Allora avremo un cuore forte e misericordioso, vigile e generoso, che non si lascia chiudere in se stesso e non cade nella vertigine della globalizzazione dell’indifferenza.</span><br/> <span style="line-height: 1.6;">Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca”.</span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2015/01/27/papa,_messaggio_quaresima_il_testo_integrale/1120164">(Da Radio Vaticana)</a>Il testo integrale dell'omelia del Papa a San Paolo2015-01-26T14:04:27+00:00http://www.news.va/it/news/il-testo-integrale-dellomelia-del-papa-a-san-paolo In viaggio dalla Giudea verso la Galilea, Gesù passa attraverso la Samaria. Egli non ha difficoltà ad incontrare i samaritani giudicati eretici, scismatici, separati dai giudei. Il suo atteggiamento ci dice fa capire che il confronto con chi è differente da noi può farci crescere. Gesù, stanco per il viaggio, non esita a chiedere da bere alla donna samaritana. La sua sete, però lo sappiamo, va ben oltre quella fisica: essa è anche sete di incontro, desiderio di aprire un dialogo con quella donna, offrendole così la possibilità di un cammino di conversione interiore. Gesù è paziente, rispetta la persona che gli sta davanti, si rivela a lei progressivamente. Il suo esempio incoraggia a cercare un confronto sereno con l’altro. Per capirsi e crescere nella carità e nella verità, occorre fermarsi, accogliersi e ascoltarsi. In tal modo, si comincia già a sperimentare l’unità. L’unità si fa nel cammino, mai è ferma. L’unità si fa camminando.   La donna di Sicar interroga Gesù sul vero luogo dell’adorazione di Dio. Gesù non si schiera a favore del monte o del tempio, ma va oltre, va all’essenziale abbattendo ogni muro di separazione. Egli rimanda alla verità dell’adorazione: «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (Gv 4,24). Tante  controversie tra cristiani, ereditate dal passato, si possono superare mettendo da parte ogni atteggiamento polemico o apologetico e cercando insieme di cogliere in profondità ciò che ci unisce, e cioè la chiamata a partecipare al mistero di amore del Padre rivelato a noi dal Figlio per mezzo dello Spirito Santo. L’unità dei cristiani - siamo convinti - non sarà il frutto di raffinate discussioni teoriche nelle quali ciascuno tenterà di convincere l’altro della fondatezza delle proprie opinioni. Verrà il Figlio dell’uomo e ci troverà ancora nelle discussioni. Dobbiamo riconoscere che per giungere alla profondità del mistero di Dio abbiamo bisogno gli uni degli altri, di incontrarci e di confrontarci sotto la guida dello Spirito Santo, che armonizza le diversità e supera i conflitti. Riconcilia le diversità.   Gradualmente, la donna samaritana comprende che Colui che le ha chiesto da bere è in grado di dissetarla. Gesù si presenta a lei come la sorgente da cui scaturisce l’acqua viva che estingue per sempre la sua sete (cfr Gv 4,13-14). L’esistenza umana rivela aspirazioni sconfinate: ricerca di verità, sete di amore, di giustizia e di libertà. Sono desideri appagati solo in parte, perché dal profondo del suo essere l’uomo si muove verso un “di più”, un assoluto capace di soddisfare la sua sete in modo definitivo. La risposta a queste aspirazioni viene data da Dio in Gesù Cristo, nel suo mistero pasquale. Dal costato squarciato di Gesù sono sgorgati sangue ed acqua (cfr Gv 19,34): Egli è la sorgente da cui scaturisce l’acqua dello Spirito Santo, cioè «l’amore di Dio riversato nei nostri cuori» (Rm 5,5) nel giorno del Battesimo. Per opera dello Spirito siamo diventati una sola cosa con Cristo, figli nel Figlio, veri adoratori del Padre. Questo mistero d’amore è la ragione più profonda dell’unità che lega tutti i cristiani e che è molto più grande delle divisioni avvenute nel corso della storia. Per questo motivo, nella misura in cui ci avviciniamo con umiltà al Signore Gesù Cristo, ci avviciniamo anche tra di noi.   L’incontro con Gesù trasforma la Samaritana in una missionaria. Avendo ricevuto un dono più grande e più importante dell’acqua del pozzo, la donna lascia lì la sua brocca (cfr Gv 4,28) e corre a raccontare ai suoi concittadini che ha incontrato il Cristo (cfr Gv 4,29). L’incontro con Lui le ha restituito il senso e la gioia di vivere, e lei sente il desiderio di comunicarlo. Oggi esiste una moltitudine di uomini e donne stanchi e assetati, che chiedono a noi cristiani di dare loro da bere. È una richiesta alla quale non ci si può sottrarre. Nella chiamata ad essere evangelizzatori, tutte le Chiese e Comunità ecclesiali trovano un ambito essenziale per una più stretta collaborazione. Per poter svolgere efficacemente tale compito, occorre evitare di chiudersi nei propri particolarismi ed esclusivismi, come pure di imporre uniformità secondo piani meramente umani (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 131). Il comune impegno ad annunciare il Vangelo permette di superare ogni forma di proselitismo e la tentazione di competizione. Siamo tutti al servizio dell’unico e medesimo Vangelo! E in questo  momento di preghiera per l’unità, vorrei ricordare i nostri martiri di oggi. Loro danno testimonianza di Gesù Cristo e vengono perseguitati e uccisi perché cristiani, senza fare distinzione, da parte dei persecutori, della confessione alla quale appartengono. Sono cristiani e per questo perseguitati. Questo è, fratelli e sorelle, l’ecumenismo del sangue.   Con questa gioiosa testimonianza dei nostri martiri di oggi e con questa gioiosa certezza, rivolgo i miei cordiali e fraterni saluti a Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico, a Sua Grazia David Moxon, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e a tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali qui convenuti nella Festa della Conversione di San Paolo. Inoltre, mi è gradito salutare i membri della Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali, ai quali auguro un fruttuoso lavoro per la sessione plenaria che si svolgerà nei prossimi giorni a Roma. Saluto anche gli studenti dell’Ecumenical Institute of Bossey e i giovani che beneficiano di borse di studio offerte dal Comitato di Collaborazione Culturale con le Chiese ortodosse, operante presso il Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.   Sono presenti oggi anche religiosi e religiose appartenenti a diverse Chiese e Comunità ecclesiali che hanno partecipato in questi giorni ad un Convegno ecumenico, organizzato dalla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, in collaborazione con il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, in occasione dell’Anno della vita consacrata. La vita religiosa come profezia del mondo futuro è chiamata ad offrire nel nostro tempo testimonianza di quella comunione in Cristo che va oltre ogni differenza, e che è fatta di scelte concrete di accoglienza e dialogo. Di conseguenza, la ricerca dell’unità dei cristiani non può essere appannaggio solo di qualche singolo o comunità religiosa particolarmente sensibile a tale problematica. La reciproca conoscenza delle diverse tradizioni di vita consacrata ed un fecondo scambio di esperienze può essere utile per la vitalità di ogni forma di vita religiosa nelle diverse Chiese e Comunità ecclesiali.   Cari fratelli e sorelle, oggi noi, che siamo assetati di pace e di fraternità, invochiamo con cuore fiducioso dal Padre celeste, mediante Gesù Cristo unico Sacerdote e per intercessione della Vergine Maria, dell’Apostolo Paolo e di tutti i santi, il dono della piena comunione di tutti i cristiani, affinché possa risplendere «il sacro mistero dell’unità della Chiesa» (Conc. Ecum. Vat. II, Decreto sull’Ecumenismo Unitatis redintegratio, 2), quale segno e strumento di riconciliazione per il mondo intero. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2015/01/25/RV3037_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>In viaggio dalla Giudea verso la Galilea, Gesù passa attraverso la Samaria. Egli non ha difficoltà ad incontrare i samaritani giudicati eretici, scismatici, separati dai giudei. Il suo atteggiamento ci dice fa capire che il confronto con chi è differente da noi può farci crescere. Gesù, stanco per il viaggio, non esita a chiedere da bere alla donna samaritana. La sua sete, però lo sappiamo, va ben oltre quella fisica: essa è anche sete di incontro, desiderio di aprire un dialogo con quella donna, offrendole così la possibilità di un cammino di conversione interiore. Gesù è paziente, rispetta la persona che gli sta davanti, si rivela a lei progressivamente. Il suo esempio incoraggia a cercare un confronto sereno con l’altro. Per capirsi e crescere nella carità e nella verità, occorre fermarsi, accogliersi e ascoltarsi. In tal modo, si comincia già a sperimentare l’unità. L’unità si fa nel cammino, mai è ferma. L’unità si fa camminando.</p> <p> </p> <p>La donna di Sicar interroga Gesù sul vero luogo dell’adorazione di Dio. Gesù non si schiera a favore del monte o del tempio, ma va oltre, va all’essenziale abbattendo ogni muro di separazione. Egli rimanda alla verità dell’adorazione: «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (Gv 4,24). Tante  controversie tra cristiani, ereditate dal passato, si possono superare mettendo da parte ogni atteggiamento polemico o apologetico e cercando insieme di cogliere in profondità ciò che ci unisce, e cioè la chiamata a partecipare al mistero di amore del Padre rivelato a noi dal Figlio per mezzo dello Spirito Santo. L’unità dei cristiani - siamo convinti - non sarà il frutto di raffinate discussioni teoriche nelle quali ciascuno tenterà di convincere l’altro della fondatezza delle proprie opinioni. Verrà il Figlio dell’uomo e ci troverà ancora nelle discussioni. Dobbiamo riconoscere che per giungere alla profondità del mistero di Dio abbiamo bisogno gli uni degli altri, di incontrarci e di confrontarci sotto la guida dello Spirito Santo, che armonizza le diversità e supera i conflitti. Riconcilia le diversità.</p> <p> </p> <p>Gradualmente, la donna samaritana comprende che Colui che le ha chiesto da bere è in grado di dissetarla. Gesù si presenta a lei come la sorgente da cui scaturisce l’acqua viva che estingue per sempre la sua sete (cfr Gv 4,13-14). L’esistenza umana rivela aspirazioni sconfinate: ricerca di verità, sete di amore, di giustizia e di libertà. Sono desideri appagati solo in parte, perché dal profondo del suo essere l’uomo si muove verso un “di più”, un assoluto capace di soddisfare la sua sete in modo definitivo. La risposta a queste aspirazioni viene data da Dio in Gesù Cristo, nel suo mistero pasquale. Dal costato squarciato di Gesù sono sgorgati sangue ed acqua (cfr Gv 19,34): Egli è la sorgente da cui scaturisce l’acqua dello Spirito Santo, cioè «l’amore di Dio riversato nei nostri cuori» (Rm 5,5) nel giorno del Battesimo. Per opera dello Spirito siamo diventati una sola cosa con Cristo, figli nel Figlio, veri adoratori del Padre. Questo mistero d’amore è la ragione più profonda dell’unità che lega tutti i cristiani e che è molto più grande delle divisioni avvenute nel corso della storia. Per questo motivo, nella misura in cui ci avviciniamo con umiltà al Signore Gesù Cristo, ci avviciniamo anche tra di noi.</p> <p> </p> <p>L’incontro con Gesù trasforma la Samaritana in una missionaria. Avendo ricevuto un dono più grande e più importante dell’acqua del pozzo, la donna lascia lì la sua brocca (cfr Gv 4,28) e corre a raccontare ai suoi concittadini che ha incontrato il Cristo (cfr Gv 4,29). L’incontro con Lui le ha restituito il senso e la gioia di vivere, e lei sente il desiderio di comunicarlo. Oggi esiste una moltitudine di uomini e donne stanchi e assetati, che chiedono a noi cristiani di dare loro da bere. È una richiesta alla quale non ci si può sottrarre. Nella chiamata ad essere evangelizzatori, tutte le Chiese e Comunità ecclesiali trovano un ambito essenziale per una più stretta collaborazione. Per poter svolgere efficacemente tale compito, occorre evitare di chiudersi nei propri particolarismi ed esclusivismi, come pure di imporre uniformità secondo piani meramente umani (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 131). Il comune impegno ad annunciare il Vangelo permette di superare ogni forma di proselitismo e la tentazione di competizione. Siamo tutti al servizio dell’unico e medesimo Vangelo! E in questo  momento di preghiera per l’unità, vorrei ricordare i nostri martiri di oggi. Loro danno testimonianza di Gesù Cristo e vengono perseguitati e uccisi perché cristiani, senza fare distinzione, da parte dei persecutori, della confessione alla quale appartengono. Sono cristiani e per questo perseguitati. Questo è, fratelli e sorelle, l’ecumenismo del sangue.</p> <p> </p> <p>Con questa gioiosa testimonianza dei nostri martiri di oggi e con questa gioiosa certezza, rivolgo i miei cordiali e fraterni saluti a Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico, a Sua Grazia David Moxon, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e a tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali qui convenuti nella Festa della Conversione di San Paolo. Inoltre, mi è gradito salutare i membri della Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali, ai quali auguro un fruttuoso lavoro per la sessione plenaria che si svolgerà nei prossimi giorni a Roma. Saluto anche gli studenti dell’Ecumenical Institute of Bossey e i giovani che beneficiano di borse di studio offerte dal Comitato di Collaborazione Culturale con le Chiese ortodosse, operante presso il Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.</p> <p> </p> <p>Sono presenti oggi anche religiosi e religiose appartenenti a diverse Chiese e Comunità ecclesiali che hanno partecipato in questi giorni ad un Convegno ecumenico, organizzato dalla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, in collaborazione con il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, in occasione dell’Anno della vita consacrata. La vita religiosa come profezia del mondo futuro è chiamata ad offrire nel nostro tempo testimonianza di quella comunione in Cristo che va oltre ogni differenza, e che è fatta di scelte concrete di accoglienza e dialogo. Di conseguenza, la ricerca dell’unità dei cristiani non può essere appannaggio solo di qualche singolo o comunità religiosa particolarmente sensibile a tale problematica. La reciproca conoscenza delle diverse tradizioni di vita consacrata ed un fecondo scambio di esperienze può essere utile per la vitalità di ogni forma di vita religiosa nelle diverse Chiese e Comunità ecclesiali.</p> <p> </p> <p>Cari fratelli e sorelle, oggi noi, che siamo assetati di pace e di fraternità, invochiamo con cuore fiducioso dal Padre celeste, mediante Gesù Cristo unico Sacerdote e per intercessione della Vergine Maria, dell’Apostolo Paolo e di tutti i santi, il dono della piena comunione di tutti i cristiani, affinché possa risplendere «il sacro mistero dell’unità della Chiesa» (Conc. Ecum. Vat. II, Decreto sull’Ecumenismo Unitatis redintegratio, 2), quale segno e strumento di riconciliazione per il mondo intero.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2015/01/25/il_testo_integrale_dellomelia_del_papa_a_san_paolo_/1119942">(Da Radio Vaticana)</a>

  
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