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News.vahttp://www.news.va/2016-09-24T12:25:15+00:00Strage Nizza. Papa a familiari delle vittime: disarmare l'odio con l'amore2016-09-24T12:25:15+00:00http://www.news.va/it/news/strage-nizza-papa-a-familiari-delle-vittime-disarm Compassione e affetto per le vittime di una violenza inaudita e un appello alla fraternità che arrivi a disarmare l’odio. Sono i sentimenti e i pensieri con i quali Papa Francesco ( discorso ) ha accolto in Aula Paolo VI i familiari delle vittime dell’attentato avvenuto lo scorso 14 luglio a Nizza, in Francia, quando un terrorista a bordo di un camion ha crudelmente investito e ucciso oltre 80 persone. Il servizio di Alessandro De Carolis : Il sorriso spento dall’orrore, l’allegria dalla morte, che piomba addosso alla stessa velocità dei fuochi artificiali che solo per un attimo colorano il cielo e poi lo lasciano al buio. Cadono così, sotto lo zig-zag omicida del camion che li falcia, 86 tra mamme, papà, giovani, bambini, figli nonni e nipoti che popolano la Promenade des Anglais . La mia compassione per voi Il 14 luglio di Nizza smette di essere la festa della Repubblica e diventare l’abisso di un dolore enorme, al quale Papa Francesco sceglie di avvicinarsi con, dice, “la tenerezza del Successore di Pietro”: “Una sera di festa, la violenza vi ha colpito ciecamente, voi o uno dei vostri cari, senza badare all’origine o alla religione. Desidero condividere il vostro dolore, un dolore che si fa ancora più forte quando penso ai bambini, persino a intere famiglie, la cui vita è stata strappata all’improvviso e in modo così drammatico. A ciascuno di voi assicuro la mia compassione, la mia vicinanza e la mia preghiera”. La Chiesa vi resta vicina In mille si stringono in Aula Paolo VI attorno a Francesco, che riceve un cesto con 86 garofani in ricordo delle vittime. Tratti somatici e simboli religiosi dicono di un dolore che nel bisogno di conforto si unisce e non divide. Il Papa – che si scusa per il suo francese “non buono” e si esprime in italiano, tradotto da un sacerdote – ricorda la certezza cristiana della Risurrezione e anche “quella della vita eterna, che – afferma – appartiene anche a credenti di altre religioni”. Possa “esservi di consolazione nel corso della vita – è il suo augurio – e costituire un forte motivo di perseveranza per continuare con coraggio il vostro cammino quaggiù”: “Prego il Dio di misericordia anche per tutte le persone rimaste ferite, in certi casi atrocemente mutilate, nella carne o nello spirito, e non dimentico tutti coloro che per questo non sono potuti venire o sono ancora in ospedale. La Chiesa vi resta vicina e vi accompagna con immensa compassione”. Stabilire relazioni fraterne La sera dell’infamia altre 200 persone cadono sull’asfalto di Nizza non morte ma martoriate. Francesco ringrazia per i “gesti di solidarietà e di accompagnamento” che il dramma ha suscitato. Le persone “che immediatamente – ricorda – hanno dato soccorso alle vittime, o che fino ad oggi, e di certo ancora a lungo, si dedicano a sostenere e accompagnare le famiglie”. È il lavoro svolto per esempio dall’associazione Alpes-Maritimes Fraternité, al cui interno – e il Papa tiene a sottolinearlo – sono presenti “rappresentanti di tutte le confessioni religiose” e questo per Francesco “è un segno molto bello di speranza”: “Stabilire un dialogo sincero e relazioni fraterne tra tutti, in particolare tra quanti confessano un Dio unico e misericordioso, è una urgente priorità che i responsabili, sia politici sia religiosi, devono cercare di favorire e che ciascuno è chiamato ad attuare intorno a sé. Quando la tentazione di ripiegarsi su sé stessi, oppure di rispondere all’odio con l’odio e alla violenza con la violenza è grande, un’autentica conversione del cuore è necessaria (…) Si può rispondere agli assalti del demonio solo con le opere di Dio che sono perdono, amore e rispetto del prossimo, anche se è differente”. L’ultima preghiera di Francesco è per la Francia e “per i suoi responsabili” perché, auspica, “si costruisca senza stancarsi una società giusta, pacifica e fraterna”. Poi, il lungo pellegrinaggio del Papa della tenerezza, fila dopo fila, a stringere mani, carezzare, benedire, raccogliere lacrime, richieste sussurrate e biglietti. Dopo il bianco del camion passato di corsa a strappare vite, il bianco di un pastore che semina di nuovo e lentamente la speranza. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/09/24/RV19586_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Compassione e affetto per le vittime di una violenza inaudita e un appello alla fraternità che arrivi a disarmare l’odio. Sono i sentimenti e i pensieri con i quali Papa Francesco (<a href="http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/september/documents/papa-francesco_20160924_familiari-vittime-nizza.html">discorso</a>) ha accolto in Aula Paolo VI i familiari delle vittime dell’attentato avvenuto lo scorso 14 luglio a Nizza, in Francia, quando un terrorista a bordo di un camion ha crudelmente investito e ucciso oltre 80 persone. Il servizio di <strong>Alessandro De Carolis</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_8417288" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549688.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549688.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p>Il sorriso spento dall’orrore, l’allegria dalla morte, che piomba addosso alla stessa velocità dei fuochi artificiali che solo per un attimo colorano il cielo e poi lo lasciano al buio. Cadono così, sotto lo zig-zag omicida del camion che li falcia, 86 tra mamme, papà, giovani, bambini, figli nonni e nipoti che popolano la <em>Promenade des Anglais</em>.</p> <p><strong>La mia compassione per voi</strong><br/> Il 14 luglio di Nizza smette di essere la festa della Repubblica e diventare l’abisso di un dolore enorme, al quale Papa Francesco sceglie di avvicinarsi con, dice, “la tenerezza del Successore di Pietro”:</p> <p>“Una sera di festa, la violenza vi ha colpito ciecamente, voi o uno dei vostri cari, senza badare all’origine o alla religione. Desidero condividere il vostro dolore, un dolore che si fa ancora più forte quando penso ai bambini, persino a intere famiglie, la cui vita è stata strappata all’improvviso e in modo così drammatico. A ciascuno di voi assicuro la mia compassione, la mia vicinanza e la mia preghiera”.</p> <p><strong>La Chiesa vi resta vicina</strong><br/> In mille si stringono in Aula Paolo VI attorno a Francesco, che riceve un cesto con 86 garofani in ricordo delle vittime. Tratti somatici e simboli religiosi dicono di un dolore che nel bisogno di conforto si unisce e non divide. Il Papa – che si scusa per il suo francese “non buono” e si esprime in italiano, tradotto da un sacerdote – ricorda la certezza cristiana della Risurrezione e anche “quella della vita eterna, che – afferma – appartiene anche a credenti di altre religioni”. Possa “esservi di consolazione nel corso della vita – è il suo augurio – e costituire un forte motivo di perseveranza per continuare con coraggio il vostro cammino quaggiù”:</p> <p>“Prego il Dio di misericordia anche per tutte le persone rimaste ferite, in certi casi atrocemente mutilate, nella carne o nello spirito, e non dimentico tutti coloro che per questo non sono potuti venire o sono ancora in ospedale. La Chiesa vi resta vicina e vi accompagna con immensa compassione”.</p> <p><strong>Stabilire relazioni fraterne</strong><br/> La sera dell’infamia altre 200 persone cadono sull’asfalto di Nizza non morte ma martoriate. Francesco ringrazia per i “gesti di solidarietà e di accompagnamento” che il dramma ha suscitato. Le persone “che immediatamente – ricorda – hanno dato soccorso alle vittime, o che fino ad oggi, e di certo ancora a lungo, si dedicano a sostenere e accompagnare le famiglie”. È il lavoro svolto per esempio dall’associazione Alpes-Maritimes Fraternité, al cui interno – e il Papa tiene a sottolinearlo – sono presenti “rappresentanti di tutte le confessioni religiose” e questo per Francesco “è un segno molto bello di speranza”:</p> <p>“Stabilire un dialogo sincero e relazioni fraterne tra tutti, in particolare tra quanti confessano un Dio unico e misericordioso, è una urgente priorità che i responsabili, sia politici sia religiosi, devono cercare di favorire e che ciascuno è chiamato ad attuare intorno a sé. Quando la tentazione di ripiegarsi su sé stessi, oppure di rispondere all’odio con l’odio e alla violenza con la violenza è grande, un’autentica conversione del cuore è necessaria (…) Si può rispondere agli assalti del demonio solo con le opere di Dio che sono perdono, amore e rispetto del prossimo, anche se è differente”.</p> <p>L’ultima preghiera di Francesco è per la Francia e “per i suoi responsabili” perché, auspica, “si costruisca senza stancarsi una società giusta, pacifica e fraterna”. Poi, il lungo pellegrinaggio del Papa della tenerezza, fila dopo fila, a stringere mani, carezzare, benedire, raccogliere lacrime, richieste sussurrate e biglietti. Dopo il bianco del camion passato di corsa a strappare vite, il bianco di un pastore che semina di nuovo e lentamente la speranza.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/09/24/il_papa_riceve_familiari_delle_vittime_della_strage_di_nizza/1260404">(Da Radio Vaticana)</a>Papa: cultura laicista non tolga suore dagli ospedali2016-09-24T11:33:12+00:00http://www.news.va/it/news/papa-cultura-laicista-non-tolga-suore-dagli-ospeda Il Papa ha incontrato stamattina, nella Sala Clementina in Vaticano, un gruppo di 130 Suore Ospedaliere della Misericordia con la loro Superiora generale Madre Paola Iacovone. “Voi siete un segno concreto di come si esprime la misericordia del Padre” ha detto Francesco nel suo discorso , raccomandando loro di non arrendersi di fronte alle difficoltà rappresentate da una certa cultura laicista. Adriana Masotti : La Parola del Signore può cambiare la vita di chi diventa suo discepolo, esordisce il Papa rivolgendosi alle religiose, ne è prova anche la vita della Serva di Dio Teresa Orsini Doria Pamphili Landi, la nobildonna romana fondatrice delle Suore Ospedaliere della Misericordia che si lasciò guidare dalle parole di Gesù: ero ammalato e mi avete assistito: " Davanti alla debolezza della malattia non possono esistere distinzioni di stato sociale, razza, lingua e cultura; tutti diventiamo deboli e dobbiamo affidarci agli altri". La Chiesa, dice il Papa, sente come suo impegno e sua responsabilità la vicinanza a quanti soffrono, e voi dedicate la vostra vita soprattutto al servizio di fratelli e di sorelle che sono ricoverati negli ospedali. "E per fare questo non c'è bisogno di lunghi discorsi: una carezza, un bacio, uno stare accanto in silenzio, un sorriso". Non arrendetevi mai, raccomanda Francesco, in questo servizio così prezioso, nonostante tutte le difficoltà che potete incontrare: "Talvolta, ai nostri giorni, una cultura laicista mira a togliere anche dagli ospedali ogni riferimento religioso, a partire dalla presenza stessa delle Suore. Quando questo avviene, però, si accompagna non di rado a dolorose carenze di umanità, davvero stridenti nei luoghi di sofferenza. Non stancatevi di essere amiche, sorelle e madri degli ammalati… " In ogni persona che giace sul letto di un ospedale, continua Francesco, è presente Gesù ed è Lui che chiede aiuto a ciascuna di voi. "E' Gesù. Alle volte uno può pensare: 'Ma alcuni ammalati danno fastidio'. Ma anche noi diamo fastidio al Signore, e ci sopporta e ci accompagna! La vicinanza a Gesù e ai più deboli sia la vostra forza". Di fronte al moltiplicarsi di persone senza famiglia, senza casa, senza patria e bisognose di accoglienza, conclude il Papa, risulta quanto mai attuale il quarto voto (quello dell’Ospitalità verso chiunque sia nel bisogno, ndr), che vi caratterizza come famiglia religiosa. Al termine del discorso, secondo il desiderio espresso in precedenza dalla Superiora Madre Iacovone, Papa Francesco insieme a tutte le religiose ha pronunciato una preghiera di riconsacrazione dell'Istituto delle Suore Ospedaliere della Misericordia alla Santa Madre della Misericordia. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/09/24/RV19574_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Il Papa ha incontrato stamattina, nella Sala Clementina in Vaticano, un gruppo di 130 Suore Ospedaliere della Misericordia con la loro Superiora generale Madre Paola Iacovone. “Voi siete un segno concreto di come si esprime la misericordia del Padre” ha detto Francesco nel suo <a href="http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/september/documents/papa-francesco_20160924_ospedaliere-misericordia.html">discorso</a>, raccomandando loro di non arrendersi di fronte alle difficoltà rappresentate da una certa cultura laicista. <strong>Adriana Masotti</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_8417122" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549685.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549685.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p>La Parola del Signore può cambiare la vita di chi diventa suo discepolo, esordisce il Papa rivolgendosi alle religiose, ne è prova anche la vita della Serva di Dio Teresa Orsini Doria Pamphili Landi, la nobildonna romana fondatrice delle Suore Ospedaliere della Misericordia che si lasciò guidare dalle parole di Gesù: ero ammalato e mi avete assistito:</p> <p><strong>"</strong>Davanti alla debolezza della malattia non possono esistere distinzioni di stato sociale, razza, lingua e cultura; tutti diventiamo deboli e dobbiamo affidarci agli altri".</p> <p>La Chiesa, dice il Papa, sente come suo impegno e sua responsabilità la vicinanza a quanti soffrono, e voi dedicate la vostra vita soprattutto al servizio di fratelli e di sorelle che sono ricoverati negli ospedali.</p> <p>"E per fare questo non c'è bisogno di lunghi discorsi: una carezza, un bacio, uno stare accanto in silenzio, un sorriso".</p> <p>Non arrendetevi mai, raccomanda Francesco, in questo servizio così prezioso, nonostante tutte le difficoltà che potete incontrare:</p> <p>"Talvolta, ai nostri giorni, una cultura laicista mira a togliere anche dagli ospedali ogni riferimento religioso, a partire dalla presenza stessa delle Suore. Quando questo avviene, però, si accompagna non di rado a dolorose carenze di umanità, davvero stridenti nei luoghi di sofferenza. Non stancatevi di essere amiche, sorelle e madri degli ammalati… "</p> <p>In ogni persona che giace sul letto di un ospedale, continua Francesco, è presente Gesù ed è Lui che chiede aiuto a ciascuna di voi.</p> <p>"E' Gesù. Alle volte uno può pensare: 'Ma alcuni ammalati danno fastidio'. Ma anche noi diamo fastidio al Signore, e ci sopporta e ci accompagna! La vicinanza a Gesù e ai più deboli sia la vostra forza".</p> <p>Di fronte al moltiplicarsi di persone senza famiglia, senza casa, senza patria e bisognose di accoglienza, conclude il Papa, risulta quanto mai attuale il quarto voto (quello dell’Ospitalità verso chiunque sia nel bisogno, ndr), che vi caratterizza come famiglia religiosa.</p> <p>Al termine del discorso, secondo il desiderio espresso in precedenza dalla Superiora Madre Iacovone, Papa Francesco insieme a tutte le religiose ha pronunciato una preghiera di riconsacrazione dell'Istituto delle Suore Ospedaliere della Misericordia alla Santa Madre della Misericordia.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/09/24/il_papa_incontra_le_suore_ospedaliere_della_misericordia/1260380">(Da Radio Vaticana)</a>Beatificazione di padre Unzeitig, il Massimiliano Kolbe dei tedeschi2016-09-24T11:06:14+00:00http://www.news.va/it/news/beatificazione-di-padre-unzeitig-il-massimiliano-k La Chiesa ha un nuovo Beato: è il sacerdote tedesco Engelmar Unzeitig, dei Missionari di Mariannhill, morto nel 1945 nel campo di concentramento nazista di Dachau a soli 34 anni. Ha presieduto il rito nella città di Würzburg, in Baviera, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Il servizio di Sergio Centofanti: Padre Engelmar (nato nel 1911 nell’odierna Repubblica Ceca) voleva partire missionario per il mondo: è diventato missionario nel lager di Dachau. Ordinato sacerdote a 28 anni, nel 1939, sceglie come motto sacerdotale: “Se nessun altro vuole andare, andrò io!”. Svolge il suo ministero in Austria. Incurante dei rischi, denuncia nelle sue omelie il regime nazista. Viene arrestato e deportato nel 1941 a Dachau: qui saranno uccisi oltre 1000 sacerdoti e religiosi cattolici, ma tra le vittime ci sono anche pastori protestanti e preti ortodossi. Si prende cura dei prigionieri, in particolare dei russi: impara la loro lingua, li assiste materialmente e spiritualmente. Scoppiato il tifo, i malati vengono abbandonati in una baracca, dove nessuno pensa di andare: lui ci va, aiuta come può e alla fine viene contagiato e muore. E’ il 2 marzo 1945. Il giorno prima aveva compiuto 34 anni. E’ stato sacerdote sei anni, 4 dei quali passati nel lager.  In una lettera scrive: “Qualunque cosa facciamo, qualunque cosa vogliamo, è sempre e solo la grazia che ci guida e ci porta. La grazia di Dio onnipotente ci aiuta a superare ogni ostacolo. L’amore duplica le nostre forze, ci rende fantasiosi, contenti e liberi. Se solo la gente sapesse che cosa Dio ha in serbo per quelli che Lo amano!”. Padre Unzeitig è il primo Missionario di Mariannhill ad essere beatificato. Sulla figura di questo Beato ascoltiamo il cardinale Angelo Amato al microfono di Roberto Piermarini : R. - Padre Unzeitig appare come una scintilla di autentica umanità nella notte buia del terrore nazista. Egli mostra che nessuno può estirpare la bontà dal cuore dell'uomo. Il suo martirio ci consegna un triplice messaggio di fede, di carità e di fortezza. Ancora oggi, come ai tempi di Padre Engelmar, la Chiesa di Cristo viene discriminata, perseguitata e umiliata. E questo non solo in partibus infidelium, ma anche nella nostra Europa, spesso dimentica del suo patrimonio di civiltà cristiana. La fede, invece, era per Padre Unzeitig il bene supremo e il tesoro più prezioso. Viveva il suo status di prigioniero sempre unito a Dio, nella preghiera, nella gioia e nella disponibilità costante ad amare, aiutare, consolare il prossimo. Santa Messa, adorazione eucaristica, recita del rosario scandivano i tempi liberi della sua faticosa giornata. D. - Cosa dire a proposito della sua carità? R. - Il Beato Engelmar, amando Dio con un amore totalizzante, era misericordioso e caritatevole con coloro che, come lui, soffrivano per gli stenti e le umiliazioni della prigionia. Per dare consolazione ai prigionieri russi tradusse gran parte del Nuovo Testamento in russo per riaccendere la loro fede. Con la sua presenza affabile e piena di bontà dava speranza ai prigionieri oppressi e disperati del lager. Assisteva gli ammalati gravi accompagnandoli con affetto materno fino alla fine. Con lui la morte diventava un passaggio sereno verso l'eternità. Il suo supremo gesto d'amore fu la volontaria offerta di assistere e curare i malati di tifo a Dachau. Contagiato, morì abbandonato e senza poter ricevere le cure adeguate. D. - Cosa dire a proposito della sua fortezza d'animo? R. - Nonostante l'esperienza disumana del lager, egli si mantenne paziente e ilare, cercando di tenere alto nei prigionieri il sentimento di dignità e di umanità. La sua condizione era da lui considerata come uno status onorifico, un privilegio per testimoniare l'amore a Cristo. La sua forza d'animo suscitava ammirazione e dava a tutti il respiro per continuare a sopportare una situazione senza speranza. «Era l'amore fatto persona», disse di lui Padre Adalbert Balling. Altri chiamano il nostro Beato, il martire della carità, il Massimiliano Kolbe dei tedeschi. Il suo martirio risponde alla parole di Gesù che dice: «Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la sua vita per i suoi amici» (Gv 15,13). Il Beato Engelmar Unzeitig apre uno spiraglio di luce sull'identità di quella porzione del popolo tedesco che, per rimanere fedele al Vangelo, subì anch'esso persecuzione e morte. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/09/23/RV19553_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>La Chiesa ha un nuovo Beato: è il sacerdote tedesco Engelmar Unzeitig, dei Missionari di Mariannhill, morto nel 1945 nel campo di concentramento nazista di Dachau a soli 34 anni. Ha presieduto il rito nella città di Würzburg, in Baviera, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Il servizio di<strong> Sergio Centofanti:</strong></p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_8417073" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549680.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549680.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p>Padre Engelmar (nato nel 1911 nell’odierna Repubblica Ceca) voleva partire missionario per il mondo: è diventato missionario nel lager di Dachau. Ordinato sacerdote a 28 anni, nel 1939, sceglie come motto sacerdotale: “Se nessun altro vuole andare, andrò io!”. Svolge il suo ministero in Austria. Incurante dei rischi, denuncia nelle sue omelie il regime nazista. Viene arrestato e deportato nel 1941 a Dachau: qui saranno uccisi oltre 1000 sacerdoti e religiosi cattolici, ma tra le vittime ci sono anche pastori protestanti e preti ortodossi. Si prende cura dei prigionieri, in particolare dei russi: impara la loro lingua, li assiste materialmente e spiritualmente. Scoppiato il tifo, i malati vengono abbandonati in una baracca, dove nessuno pensa di andare: lui ci va, aiuta come può e alla fine viene contagiato e muore. E’ il 2 marzo 1945. Il giorno prima aveva compiuto 34 anni. E’ stato sacerdote sei anni, 4 dei quali passati nel lager. </p> <p>In una lettera scrive: “Qualunque cosa facciamo, qualunque cosa vogliamo, è sempre e solo la grazia che ci guida e ci porta. La grazia di Dio onnipotente ci aiuta a superare ogni ostacolo. L’amore duplica le nostre forze, ci rende fantasiosi, contenti e liberi. Se solo la gente sapesse che cosa Dio ha in serbo per quelli che Lo amano!”. Padre Unzeitig è il primo Missionario di Mariannhill ad essere beatificato.</p> <p>Sulla figura di questo Beato ascoltiamo il <strong>cardinale Angelo Amato</strong> al microfono di <strong>Roberto Piermarini</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_8417013" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549677.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549677.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p>R. - Padre Unzeitig appare come una scintilla di autentica umanità nella notte buia del terrore nazista. Egli mostra che nessuno può estirpare la bontà dal cuore dell'uomo. Il suo martirio ci consegna un triplice messaggio di fede, di carità e di fortezza. Ancora oggi, come ai tempi di Padre Engelmar, la Chiesa di Cristo viene discriminata, perseguitata e umiliata. E questo non solo <em>in partibus infidelium, </em>ma anche nella nostra Europa, spesso dimentica del suo patrimonio di civiltà cristiana. La fede, invece, era per Padre Unzeitig il bene supremo e il tesoro più prezioso. Viveva il suo <em>status </em>di prigioniero sempre unito a Dio, nella preghiera, nella gioia e nella disponibilità costante ad amare, aiutare, consolare il prossimo. Santa Messa, adorazione eucaristica, recita del rosario scandivano i tempi liberi della sua faticosa giornata.</p> <p>D. - Cosa dire a proposito della sua carità?</p> <p>R. - Il Beato Engelmar, amando Dio con un amore totalizzante, era misericordioso e caritatevole con coloro che, come lui, soffrivano per gli stenti e le umiliazioni della prigionia. Per dare consolazione ai prigionieri russi tradusse gran parte del Nuovo Testamento in russo per riaccendere la loro fede. Con la sua presenza affabile e piena di bontà dava speranza ai prigionieri oppressi e disperati del lager. Assisteva gli ammalati gravi accompagnandoli con affetto materno fino alla fine. Con lui la morte diventava un passaggio sereno verso l'eternità. Il suo supremo gesto d'amore fu la volontaria offerta di assistere e curare i malati di tifo a Dachau. Contagiato, morì abbandonato e senza poter ricevere le cure adeguate.</p> <p>D. - Cosa dire a proposito della sua fortezza d'animo?</p> <p>R. - Nonostante l'esperienza disumana del lager, egli si mantenne paziente e ilare, cercando di tenere alto nei prigionieri il sentimento di dignità e di umanità. La sua condizione era da lui considerata come uno <em>status </em>onorifico, un privilegio per testimoniare l'amore a Cristo. La sua forza d'animo suscitava ammirazione e dava a tutti il respiro per continuare a sopportare una situazione senza speranza. «Era l'amore fatto persona», disse di lui Padre Adalbert Balling. Altri chiamano il nostro Beato, il <em>martire della carità, il Massimiliano Kolbe dei tedeschi. </em>Il suo martirio risponde alla parole di Gesù che dice: «Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la sua vita per i suoi amici» (Gv 15,13). Il Beato Engelmar Unzeitig apre uno spiraglio di luce sull'identità di quella porzione del popolo tedesco che, per rimanere fedele al Vangelo, subì anch'esso persecuzione e morte.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/09/24/beatificato_padre_unzeitig,_morto_nel_lager_di_dachau/1260382">(Da Radio Vaticana)</a>Viganò: Papa incoraggia riforma media, processo è irreversibile2016-09-23T11:23:25+00:00http://www.news.va/it/news/vigano-papa-incoraggia-riforma-media-processo-e-ir Papa Francesco ha incontrato, ieri pomeriggio, mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione, il segretario mons. Lucio Adrián Ruiz e il Consiglio del nuovo dicastero. Il Papa si è intrattenuto con i presenti con grande cordialità ed ha loro consegnato lo Statuto , pubblicato ieri e che entrerà in vigore il primo ottobre prossimo. Sull’incontro con Francesco e lo sviluppo della riforma dei media vaticani, Alessandro Gisotti ha intervistato mons. Dario Edoardo Viganò : R. – E’ stato un incontro molto cordiale. Erano presenti il segretario del dicastero e i direttori della direzione generale, della direzione teologico-pastorale, della direzione tecnologica e della Sala Stampa. Il Papa ha voluto consegnare personalmente gli Statuti, che sono stati preparati in molti mesi di lavoro da un gruppo di lavoro misto e, soprattutto, Statuti che sono stati seguiti con particolare cura e anche importante lavoro da parte del Pontificio Consiglio dei Testi Legislativi e soprattutto dalla Segreteria di Stato. Quindi, è stato un momento molto cordiale e il Santo Padre ci ha chiesto di procedere con determinazione e secondo scelte che siano scelte irreversibili per questo nuovo scenario, che è lo scenario – appunto – della convergenza digitale. D. – Che cosa rappresenta, appunto, l’approvazione degli Statuti in questo percorso che chiaramente continua – si parla di un triennio che abbiamo ancora davanti? R. – Diciamo che il lavoro è già iniziato ed è iniziato secondo quel progetto che era stato condiviso con il Consiglio dei nove cardinali e approvato poi dal Santo Padre. Quindi, tendenzialmente gli Statuti – al di là della formula che ha atteso molti mesi per individuare anche aspetti formali molto importanti – di fatto sanciscono quello che era il progetto presentato e approvato. Certo, è un atto di nascita importante dal punto di vista giuridico: c’è una paternità legale, diciamo così, in questo momento, che ci permette di attuare adesso anche quelle operazioni che sono importanti per un dicastero che nasce dall’accorpamento di tanti altre entità, che è quello di sviluppare i regolamenti e poi l’unica tabella dell’organico, che sarà una tabella unitaria. D. – Quello che colpisce in alcune parti è una dimensione di “Statuto aperto”, cioè pronto a guardare alla comunicazione nei suoi cambiamenti, anche dinamici e veloci, come abbiamo visto ultimamente proprio con l’irrompere della rivoluzione digitale. Cosa significa questo? R. – Vuol dire preparare uno strumento che possa accogliere quanto sarà sviluppato. Pensiamo che dal telegrafo a oggi sono passati poco più di 150 anni e c’è stata un’evoluzione tecnologica enorme, esponenziale. Quindi è importante avere uno strumento giuridico che permetta di proseguire da qui a cinque, dieci anni rispetto a ciò che apparirà sulla scena dei media. D. – Nel discorso al Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, proprio nel giorno in cui sono stati approvati e consegnati gli Statuti, il Papa ha sottolineato che la Segreteria per la comunicazione ha proprio una dimensione di “servizio” … R. – Questo credo che sia anche un po’ una vocazione: da un lato una vocazione interna alla Chiesa ma dall’altro lato anche aiutare i giornalisti a raccontare la Chiesa che, come dice Papa Francesco, non è semplicemente una entità sociologica, non possono essere utilizzate categorie politiche per raccontare la Chiesa, ma la Chiesa ha bisogno piuttosto di un’ermeneutica spirituale, cioè di una modalità che assuma uno sguardo sui fatti, sull’agire della Chiesa che sia uno sguardo innanzitutto spirituale. La Chiesa è un insieme di uomini e di donne che vivono il discepolato nei confronti di Gesù e che, con la loro azione, vogliono risignificare tutto in Cristo. E quindi, o si assume questo sguardo spirituale sulla Chiesa oppure molto spesso nascono addirittura le derive ideologiche pretestuose. Quindi, la Segreteria per la comunicazione, come ha detto il Papa, è un punto di riferimento per il mondo dell’informazione e in particolare penso ai vaticanisti, perché sempre più e sempre meglio possano raccontare a tutto il mondo il Magistero del Santo Padre e i suoi gesti. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/09/23/OSSROM131922_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Papa Francesco ha incontrato, ieri pomeriggio, mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione, il segretario mons. Lucio Adrián Ruiz e il Consiglio del nuovo dicastero. Il Papa si è intrattenuto con i presenti con grande cordialità ed ha loro consegnato lo <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/09/22/statuto_della_segreteria_per_la_comunicazione_5_direzione/1259962">Statuto</a>, pubblicato ieri e che entrerà in vigore il primo ottobre prossimo. Sull’incontro con Francesco e lo sviluppo della riforma dei media vaticani, <strong>Alessandro Gisotti</strong> ha intervistato <strong>mons. Dario Edoardo Viganò</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_8409809" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549493.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549493.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p>R. – E’ stato un incontro molto cordiale. Erano presenti il segretario del dicastero e i direttori della direzione generale, della direzione teologico-pastorale, della direzione tecnologica e della Sala Stampa. Il Papa ha voluto consegnare personalmente gli Statuti, che sono stati preparati in molti mesi di lavoro da un gruppo di lavoro misto e, soprattutto, Statuti che sono stati seguiti con particolare cura e anche importante lavoro da parte del Pontificio Consiglio dei Testi Legislativi e soprattutto dalla Segreteria di Stato. Quindi, è stato un momento molto cordiale e il Santo Padre ci ha chiesto di procedere con determinazione e secondo scelte che siano scelte irreversibili per questo nuovo scenario, che è lo scenario – appunto – della convergenza digitale.</p> <p>D. – Che cosa rappresenta, appunto, l’approvazione degli Statuti in questo percorso che chiaramente continua – si parla di un triennio che abbiamo ancora davanti?</p> <p>R. – Diciamo che il lavoro è già iniziato ed è iniziato secondo quel progetto che era stato condiviso con il Consiglio dei nove cardinali e approvato poi dal Santo Padre. Quindi, tendenzialmente gli Statuti – al di là della formula che ha atteso molti mesi per individuare anche aspetti formali molto importanti – di fatto sanciscono quello che era il progetto presentato e approvato. Certo, è un atto di nascita importante dal punto di vista giuridico: c’è una paternità legale, diciamo così, in questo momento, che ci permette di attuare adesso anche quelle operazioni che sono importanti per un dicastero che nasce dall’accorpamento di tanti altre entità, che è quello di sviluppare i regolamenti e poi l’unica tabella dell’organico, che sarà una tabella unitaria.</p> <p>D. – Quello che colpisce in alcune parti è una dimensione di “Statuto aperto”, cioè pronto a guardare alla comunicazione nei suoi cambiamenti, anche dinamici e veloci, come abbiamo visto ultimamente proprio con l’irrompere della rivoluzione digitale. Cosa significa questo?</p> <p>R. – Vuol dire preparare uno strumento che possa accogliere quanto sarà sviluppato. Pensiamo che dal telegrafo a oggi sono passati poco più di 150 anni e c’è stata un’evoluzione tecnologica enorme, esponenziale. Quindi è importante avere uno strumento giuridico che permetta di proseguire da qui a cinque, dieci anni rispetto a ciò che apparirà sulla scena dei media.</p> <p>D. – Nel discorso al Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, proprio nel giorno in cui sono stati approvati e consegnati gli Statuti, il Papa ha sottolineato che la Segreteria per la comunicazione ha proprio una dimensione di “servizio” …</p> <p>R. – Questo credo che sia anche un po’ una vocazione: da un lato una vocazione interna alla Chiesa ma dall’altro lato anche aiutare i giornalisti a raccontare la Chiesa che, come dice Papa Francesco, non è semplicemente una entità sociologica, non possono essere utilizzate categorie politiche per raccontare la Chiesa, ma la Chiesa ha bisogno piuttosto di un’ermeneutica spirituale, cioè di una modalità che assuma uno sguardo sui fatti, sull’agire della Chiesa che sia uno sguardo innanzitutto spirituale. La Chiesa è un insieme di uomini e di donne che vivono il discepolato nei confronti di Gesù e che, con la loro azione, vogliono risignificare tutto in Cristo. E quindi, o si assume questo sguardo spirituale sulla Chiesa oppure molto spesso nascono addirittura le derive ideologiche pretestuose. Quindi, la Segreteria per la comunicazione, come ha detto il Papa, è un punto di riferimento per il mondo dell’informazione e in particolare penso ai vaticanisti, perché sempre più e sempre meglio possano raccontare a tutto il mondo il Magistero del Santo Padre e i suoi gesti.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/09/23/viganò_papa_incoraggia_riforma_media_processo_irreversibile/1260144">(Da Radio Vaticana)</a>Papa ai giornalisti: onesti e rispettosi della dignità umana2016-09-22T12:56:18+00:00http://www.news.va/it/news/papa-ai-giornalisti-onesti-e-rispettosi-della-dign Il giornalismo contribuisca a far crescere la dimensione sociale delle persone, rispettandone la dignità e amando la verità dei fatti. Sono alcuni dei punti sui quali Papa Francesco ha sollecitato il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti italiano, ricevuto in udienza in Sala Clementina. Il servizio di Alessandro De Carolis : Il bianco e il nero, nettamente suddivisi, sono colori difficilmente rintracciabili nel “pezzo” di un giornalista. Un articolo di cronaca è più spesso il racconto di infinite sfumature di grigi, perché “dibattiti politici e perfino molti conflitti sono raramente l’esito di dinamiche distintamente chiare, in cui riconoscere in modo netto e inequivocabile chi ha torto e chi ha ragione”. Amore per la verità Papa Francesco dimostra di comprendere a fondo il mestiere del cronista. E tuttavia, davanti ai circa 400 membri del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, non rinuncia ad alzare l’asticella del mestiere verso i suoi valori più nobili. Anche se il flusso mediatico va di corsa tra “tempi di consegna” scadenze, “è indispensabile – dice – fermarci a riflettere su ciò che stiamo facendo e come lo stiamo facendo”. Cominciando, indica, dall’amore per la “verità”, “fondamentale” – sostiene il Papa – per chi, pubblicando notizie, scrive in certo senso ogni giorno “la prima bozza della storia”: “Amare la verità vuol dire non solo affermare, ma vivere la verità, testimoniarla con il proprio lavoro (...) La questione qui non è essere o non essere un credente. La questione qui è essere o non essere onesto con sé stesso e con gli altri. La relazione è il cuore di ogni comunicazione. Questo è tanto più vero per chi della comunicazione fa il proprio mestiere. E nessuna relazione può reggersi e durare nel tempo se poggia sulla disonestà”. Giornalismo e dimensione sociale C’è poi un secondo atteggiamento che sta a cuore a Francesco, che sprona i giornalisti a “vivere con professionalità”. Non si tratta, precisa, di fermarsi al recinto della deontologia, ai doveri scritti nei codici, ma di “interiorizzare il senso profondo del proprio lavoro”: “Da qui deriva la necessità di non sottomettere la propria professione alle logiche degli interessi di parte, siano essi economici o politici. Compito del giornalismo, oserei dire la sua vocazione, è dunque – attraverso l’attenzione, la cura per la ricerca della verità – far crescere la dimensione sociale dell’uomo, favorire la costruzione di una vera cittadinanza”. Rispettare la dignità delle persone Tutto quanto del Papa è un appello alla coscienza del giornalismo, che nella sua lunghissima storia ha annoverato tante “schiene dritte”, come quella di Giancarlo Siani, giovane cronista ammazzato 31 anni fa dalla camorra e ricordato dal presidente dell’Ordine, Enzo Iacopino, che ha donato al Papa un assegno per le vittime del terremoto. Un giornalismo sano, afferma Francesco, è quello che evita le chiacchiere ma informa sempre rispettando la “dignità umana”: “Un articolo viene pubblicato oggi e domani verrà sostituito da un altro, ma la vita di una persona ingiustamente diffamata può essere distrutta per sempre. Certo la critica è legittima e dirò di più: necessaria, così come la denuncia del male, ma questo deve sempre essere fatto rispettando l’altro, la sua vita, i suoi affetti. Il giornalismo non può diventare un’’arma di distruzione’ di persone e addirittura di popoli. Né deve alimentare la paura davanti a cambiamenti o fenomeni come le migrazioni forzate dalla guerra o dalla fame”. “Fattore di bene comune” “Quanto sarebbe bello che il giornalismo sapesse raccontare le vicende di tante donne e tanti uomini che giorno dopo giorno, con dignità e fierezza, affrontano le questioni della malattia, della mancanza del lavoro, dell’impossibilità a costruire un futuro”, aveva detto mons. Dario Viganò, prefetto della Segreteria della Comunicazione in apertura di incontro. “Perché – aveva proseguito – non coltivare il gusto per le notizie buone, quelle che non fanno mai capolino tra i grandi titoli dei giornali e della Tv che sembrano preferire tutto ciò che è segnato da violenza e da sopraffazione?”. Nella stessa direzione, va l’augurio finale di Francesco: “Auspico che sempre più e dappertutto il giornalismo sia uno strumento di costruzione, un fattore di bene comune, un acceleratore di processi di riconciliazione; che sappia respingere la tentazione di fomentare lo scontro, con un linguaggio che soffia sul fuoco delle divisioni, e piuttosto favorisca la cultura dell’incontro”.  (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/09/22/OSSROM131906_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Il giornalismo contribuisca a far crescere la dimensione sociale delle persone, rispettandone la dignità e amando la verità dei fatti. Sono alcuni dei punti sui quali Papa Francesco ha sollecitato il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti italiano, ricevuto in udienza in Sala Clementina. Il servizio di <strong>Alessandro De Carolis</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_8402826" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549378.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549378.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p>Il bianco e il nero, nettamente suddivisi, sono colori difficilmente rintracciabili nel “pezzo” di un giornalista. Un articolo di cronaca è più spesso il racconto di infinite sfumature di grigi, perché “dibattiti politici e perfino molti conflitti sono raramente l’esito di dinamiche distintamente chiare, in cui riconoscere in modo netto e inequivocabile chi ha torto e chi ha ragione”.</p> <p><strong>Amore per la verità</strong><br/> Papa Francesco dimostra di comprendere a fondo il mestiere del cronista. E tuttavia, davanti ai circa 400 membri del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, non rinuncia ad alzare l’asticella del mestiere verso i suoi valori più nobili. Anche se il flusso mediatico va di corsa tra “tempi di consegna” scadenze, “è indispensabile – dice – fermarci a riflettere su ciò che stiamo facendo e come lo stiamo facendo”. Cominciando, indica, dall’amore per la “verità”, “fondamentale” – sostiene il Papa – per chi, pubblicando notizie, scrive in certo senso ogni giorno “la prima bozza della storia”:</p> <p>“Amare la verità vuol dire non solo affermare, ma vivere la verità, testimoniarla con il proprio lavoro (...) La questione qui non è essere o non essere un credente. La questione qui è essere o non essere onesto con sé stesso e con gli altri. La relazione è il cuore di ogni comunicazione. Questo è tanto più vero per chi della comunicazione fa il proprio mestiere. E nessuna relazione può reggersi e durare nel tempo se poggia sulla disonestà”.</p> <p><strong>Giornalismo e dimensione sociale</strong><br/> C’è poi un secondo atteggiamento che sta a cuore a Francesco, che sprona i giornalisti a “vivere con professionalità”. Non si tratta, precisa, di fermarsi al recinto della deontologia, ai doveri scritti nei codici, ma di “interiorizzare il senso profondo del proprio lavoro”:</p> <p>“Da qui deriva la necessità di non sottomettere la propria professione alle logiche degli interessi di parte, siano essi economici o politici. Compito del giornalismo, oserei dire la sua vocazione, è dunque – attraverso l’attenzione, la cura per la ricerca della verità – far crescere la dimensione sociale dell’uomo, favorire la costruzione di una vera cittadinanza”.</p> <p><strong>Rispettare la dignità delle persone</strong><br/> Tutto quanto del Papa è un appello alla coscienza del giornalismo, che nella sua lunghissima storia ha annoverato tante “schiene dritte”, come quella di Giancarlo Siani, giovane cronista ammazzato 31 anni fa dalla camorra e ricordato dal presidente dell’Ordine, Enzo Iacopino, che ha donato al Papa un assegno per le vittime del terremoto. Un giornalismo sano, afferma Francesco, è quello che evita le chiacchiere ma informa sempre rispettando la “dignità umana”:</p> <p>“Un articolo viene pubblicato oggi e domani verrà sostituito da un altro, ma la vita di una persona ingiustamente diffamata può essere distrutta per sempre. Certo la critica è legittima e dirò di più: necessaria, così come la denuncia del male, ma questo deve sempre essere fatto rispettando l’altro, la sua vita, i suoi affetti. Il giornalismo non può diventare un’’arma di distruzione’ di persone e addirittura di popoli. Né deve alimentare la paura davanti a cambiamenti o fenomeni come le migrazioni forzate dalla guerra o dalla fame”.</p> <p><strong>“Fattore di bene comune”</strong><br/> “Quanto sarebbe bello che il giornalismo sapesse raccontare le vicende di tante donne e tanti uomini che giorno dopo giorno, con dignità e fierezza, affrontano le questioni della malattia, della mancanza del lavoro, dell’impossibilità a costruire un futuro”, aveva detto mons. Dario Viganò, prefetto della Segreteria della Comunicazione in apertura di incontro. “Perché – aveva proseguito – non coltivare il gusto per le notizie buone, quelle che non fanno mai capolino tra i grandi titoli dei giornali e della Tv che sembrano preferire tutto ciò che è segnato da violenza e da sopraffazione?”. Nella stessa direzione, va l’augurio finale di Francesco:</p> <p>“Auspico che sempre più e dappertutto il giornalismo sia uno strumento di costruzione, un fattore di bene comune, un acceleratore di processi di riconciliazione; che sappia respingere la tentazione di fomentare lo scontro, con un linguaggio che soffia sul fuoco delle divisioni, e piuttosto favorisca la cultura dell’incontro”. </p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/09/22/il_papa_riceve_lordine_dei_giornalisti_onestà_e_rispetto/1259951">(Da Radio Vaticana)</a>Francesco: la vanità è l'osteoporosi dell'anima2016-09-22T10:58:16+00:00http://www.news.va/it/news/francesco-la-vanita-e-losteoporosi-dellanima L’inquietudine che viene dallo Spirito Santo e l’inquietudine che viene dalla coscienza sporca, la vanità che trucca la vita come un’osteoporosi dell’anima: di questo ha parlato il Papa nell’omelia della Messa del mattino a Santa Marta. Il servizio di Sergio Centofanti : Le due inquietudini Il Vangelo del giorno presenta il re Erode inquieto perché, dopo aver ucciso Giovanni il Battista, ora si sente minacciato da Gesù. Era preoccupato come il padre, Erode il Grande,  dopo la visita dei Magi. “C’è nell’anima nostra – ha affermato il Papa - la possibilità di avere due inquietudini: quella buona, che è l’inquietudine” che “ci dà lo Spirito Santo e fa che l’anima sia inquieta per fare cose buone” e c’è “la cattiva inquietudine, quella che nasce da una coscienza sporca”. E i due Erode risolvevano la loro inquietudine uccidendo, andavano avanti passando “sopra i cadaveri della gente”: “Questa gente che ha fatto tanto male, che fa del male e ha la coscienza sporca e non può vivere in pace, perché vive in un prurito continuo, in una orticaria che non li lascia in pace… Questa gente ha fatto il male, ma il male ha sempre la stessa radice, qualsiasi male: la cupidigia, la vanità e l’orgoglio. E tutti e tre non ti lasciano la coscienza in pace; tutti e tre non lasciano entrare la sana inquietudine dello Spirito Santo, ma ti portano a vivere così: inquieti, con paura. Cupidigia, vanità e orgoglio  sono la radice di tutti i mali”. La vanità, osteoporosi dell'anima La prima Lettura del giorno, tratta dal Qoèlet, parla della vanità: “La vanità che ci gonfia. La vanità che non ha lunga vita, perché è come una bolla di sapone. La vanità che non ci dà un vero guadagno. Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna? Si affanna per apparire, per fingere, per sembrare. Questa è la vanità. Se vogliamo dirlo semplicemente: la vanità è truccare la propria vita. E questo ammala l’anima, perché uno se trucca la propria vita per apparire, per sembrare, e tutte le cose che fa sono per fingere, per vanità, ma alla fine cosa guadagna? La vanità è come una osteoporosi dell’anima: le ossa di fuori sembrano buone, ma dentro sono tutte rovinate. La vanità ci porta alla truffa”. Faccia da immaginetta, ma la verità è un'altra Come i truffatori “segnano le carte” per vincere – ha aggiunto - e poi “questa vittoria è finta, non è vera. Questa è la vanità: vivere per fingere, vivere per sembrare, vivere per apparire. E questo inquieta l’anima”. San Bernardo – ricorda il Papa - dice una parola forte ai vanitosi: “Ma pensa a quello che tu sarai. Sarai pasto dei vermi. E tutto questo truccarti la vita è una bugia, perché ti mangeranno i vermi e non sarai niente”. Ma dov’è la forza della vanità? Spinti dalla superbia verso le cattiverie, "non permettere che si veda uno sbaglio, coprire tutto, tutto si copre”: “Quanta gente noi conosciamo che sembra… ‘Ma che buona persona! Va a Messa tutte le domeniche. Fa grosse offerte alla Chiesa’. Questo è quello che si vede, ma l’osteoporosi è la corruzione che hanno dentro. C’è gente così - ma c’è gente santa pure! – che fa questo. La vanità è questo: ti fa apparire con una faccia di immaginetta e poi la tua verità è un’altra. E dov’è la nostra forza e la sicurezza, il nostro rifugio? Lo abbiamo letto nel salmo interlezionale: ‘Signore tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione'. E prima del Vangelo abbiamo ricordato le parole di Gesù: 'Io sono la via, la verità e la vita’. Questa è la verità, non il trucco della vanità. Che il Signore ci liberi da queste tre radici di tutti i mali: la cupidigia, la vanità e l’orgoglio. Ma soprattutto della vanità, che ci fa tanto male”.  (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/09/22/OSSROM131857_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>L’inquietudine che viene dallo Spirito Santo e l’inquietudine che viene dalla coscienza sporca, la vanità che trucca la vita come un’osteoporosi dell’anima: di questo ha parlato il Papa nell’omelia della Messa del mattino a Santa Marta. Il servizio di <strong>Sergio Centofanti</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_8402300" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549353.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549353.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p><strong>Le due inquietudini</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Il Vangelo del giorno presenta il re Erode inquieto perché, dopo aver ucciso Giovanni il Battista, ora si sente minacciato da Gesù. Era preoccupato come il padre, Erode il Grande,  dopo la visita dei Magi. “C’è nell’anima nostra – ha affermato il Papa - la possibilità di avere due inquietudini: quella buona, che è l’inquietudine” che “ci dà lo Spirito Santo e fa che l’anima sia inquieta per fare cose buone” e c’è “la cattiva inquietudine, quella che nasce da una coscienza sporca”. E i due Erode risolvevano la loro inquietudine uccidendo, andavano avanti passando “sopra i cadaveri della gente”:</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">“Questa gente che ha fatto tanto male, che fa del male e ha la coscienza sporca e non può vivere in pace, perché vive in un prurito continuo, in una orticaria che non li lascia in pace… Questa gente ha fatto il male, ma il male ha sempre la stessa radice, qualsiasi male: la cupidigia, la vanità e l’orgoglio. E tutti e tre non ti lasciano la coscienza in pace; tutti e tre non lasciano entrare la sana inquietudine dello Spirito Santo, ma ti portano a vivere così: inquieti, con paura. Cupidigia, vanità e orgoglio  sono la radice di tutti i mali”.</span></p> <p><strong>La vanità, osteoporosi dell'anima</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">La prima Lettura del giorno, tratta dal Qoèlet, parla della vanità:</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">“La vanità che ci gonfia. La vanità che non ha lunga vita, perché è come una bolla di sapone. La vanità che non ci dà un vero guadagno. Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna? Si affanna per apparire, per fingere, per sembrare. Questa è la vanità. Se vogliamo dirlo semplicemente: la vanità è truccare la propria vita. E questo ammala l’anima, perché uno se trucca la propria vita per apparire, per sembrare, e tutte le cose che fa sono per fingere, per vanità, ma alla fine cosa guadagna? La vanità è come una osteoporosi dell’anima: le ossa di fuori sembrano buone, ma dentro sono tutte rovinate. La vanità ci porta alla truffa”.</span></p> <p><strong>Faccia da immaginetta, ma la verità è un'altra</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Come i truffatori “segnano le carte” per vincere – ha aggiunto - e poi “questa vittoria è finta, non è vera. Questa è la vanità: vivere per fingere, vivere per sembrare, vivere per apparire. E questo inquieta l’anima”. San Bernardo – ricorda il Papa - dice una parola forte ai vanitosi: “Ma pensa a quello che tu sarai. Sarai pasto dei vermi. E tutto questo truccarti la vita è una bugia, perché ti mangeranno i vermi e non sarai niente”. Ma dov’è la forza della vanità? Spinti dalla superbia verso le cattiverie, "non permettere che si veda uno sbaglio, coprire tutto, tutto si copre”:</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">“Quanta gente noi conosciamo che sembra… ‘Ma che buona persona! Va a Messa tutte le domeniche. Fa grosse offerte alla Chiesa’. Questo è quello che si vede, ma l’osteoporosi è la corruzione che hanno dentro. C’è gente così - ma c’è gente santa pure! – che fa questo. La vanità è questo: ti fa apparire con una faccia di immaginetta e poi la tua verità è un’altra. E dov’è la nostra forza e la sicurezza, il nostro rifugio? Lo abbiamo letto nel salmo interlezionale: ‘Signore tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione'. E prima del Vangelo abbiamo ricordato le parole di Gesù: 'Io sono la via, la verità e la vita’. Questa è la verità, non il trucco della vanità. Che il Signore ci liberi da queste tre radici di tutti i mali: la cupidigia, la vanità e l’orgoglio. Ma soprattutto della vanità, che ci fa tanto male”. </span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/09/22/lomelia_del_papa_durante_la_messa_a_santa_marta/1259908">(Da Radio Vaticana)</a>Accogliere e accompagnare: la via pastorale della diocesi di Roma, in cammino con le famiglie2016-09-22T05:37:03+00:00http://www.news.va/it/news/accogliere-e-accompagnare-la-via-pastorale-della-d Nella Chiesa a Roma serve una pastorale che ripensi la via del matrimonio cristiano e riproponga le giuste tappe, con la giusta fermezza e senza eccessi rigoristi o lassisti e dunque con gradualità, all’insegna di una capacità rinnovata di accogliere e saper inventare un accompagnamento adatto alle diverse situazioni. In questa puntata, condotta da Fabrizio mastrofini, si parla di lunedì 19 settembre, il giorno in cui il cardinale Agostino Vallini, Vicario del Ppa per la diocesi di Roma, davanti ai parroci ed ai sacerdoti e davanti agli operatori pastorali, in due distinti momenti ha tenuto la relazione conclusiva del Convegno pastorale 2016 sul tema: la Letizia dell’amore: il cammino delle famiglie a Roma. Il convegno era stato aperto da Papa Francesco a giugno, poi nelle settimane seguenti si è lavorato per gruppi, sul tema della pastorale familiare nella diocesi. Con la sua ampia relazione il cardinale Vallini ha riassunto le tematiche ed ha fatto il punto con delle indicazioni per il futuro. Vi ricordo la nostra pagina FB: Roma la Chiesa nella Città.  https://www.facebook.com/ChiesadiRoma/ Possiamo sintetizzare e dividere la relazione in tre parti. Nella prima il cardinale ha ribadito l’importanza della dottrina cristiana sulla famiglia, di fronte alle grandi sfide. Sfide che non riguardano solo la tenuta della famiglia ma hanno a che fare con una realtà sociale e culturale che svalorizza l’amore, relegandolo a bene di consumo, cui si aggiunge la difficoltà del dialogo tra genitori e figli. Da qui l’importanza di una pastorale per giovani, di una pastorale attenta verso la preparazione al matrimonio e un dialogo costante per aiutare le famiglie nel loro compito educativo. Nella seconda parte il cardinale ha elencato le sfide portate dalle situazioni di divisione delle famiglie: separazioni, divorzi, nuove convivenze, ed ha indicato vie possibili sulla scia del documento post sinodale Amoris Laetitia. Nella terza parte il cardinale Vallini ha parlato più in breve di altre situazioni di disagio che sfidano le famiglie. Su tutto deve dominare un atteggiamento di dialogo da parte del clero, di ascolto attento, di compassione e misericordia, evitando i rischi della rigidità e dell’arbitarietà. Messi peraltro in evidenza dal Papa stesso nel suo intervento del 16 giugno e nel successivo dialogo con alcuni dei partecipanti. L’intervento del Papa, e le risposte date a braccio nel dialogo, le abbiamo ascoltate nella scorsa puntata del 14 settembre. Le ho riproposte come preparazione all’incontro del 19 con la relazione del cardinale Vallini. In questa puntata ascoltiamo alcuni passaggi salienti della sua relazione dalla viva voce del cardinale. Cominciamo però dalla parte centrale, laddove si parla della necessità di un’azione pastorale paziente, compassionevole, misericordiosa, verso chi ha compiuto scelte dissonanti rispetto alla morale cristiana. CARDINALE VALLINI: Un’azione pastorale paziente, compassionevole e misericordiosa. Io penso sinceramente che l’atteggiamento pastorale di noi sacerdoti romani verso le persone che hanno fatto scelte di vita dissonanti con la morale matrimoniale cristiana sia stato sempre improntato a comprensione e rispetto. (...) E’ necessario distinguere le varie situazioni. I casi più delicati sono quelli dei divorziati risposati legati da un precedente vincolo sacramentale. Il primo aiuto da offrire è di prodigarci per mettere a loro disposizione un servizio d’informazione e di consiglio in vista di una verifica della validità del matrimonio. Come sapete, il Papa ha emanato delle norme che hanno parzialmente riformato la procedura delle cause di nullità matrimoniale, prevedendo in alcuni casi una via brevior (una procedura più rapida) . Come muoverci in concreto? Il parroco (gli operatori pastorali o chiunque) prenda l’iniziativa di parlarne con gli interessati, li incoraggi a far esaminare il loro caso e proponga un colloquio con gli addetti del Tribunale del Vicariato per accertare l’esistenza o meno del fondamento per una causa di nullità. Basta rivolgersi al Vicario giudiziale del Tribunale di I° grado, che metterà a disposizione i ministri per una consulenza. Ma possiamo fare un passo avanti, avvicinando il Tribunale alla gente. E’ nostro desiderio organizzare in ogni Prefettura, o in Prefetture vicine, la presenza di un servizio periodico del Tribunale per ascoltare chi è interessato. Quando la via processuale non è percorribile, perché il matrimonio è stato celebrato validamente ed è naufragato per altre ragioni, dunque la nullità matrimoniale non può essere né dimostrata, né dichiarata, è necessario sviluppare un’azione pastorale, che preveda un lungo “accompagnamento”, nella linea del principio morale del “primato della persona sulla legge”. (...) Nel caso dei divorziati risposati, bisogna distinguere: una cosa è “una unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa… e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. (...) Analogamente vanno considerati i casi di matrimoni civili o di convivenze prolungate negli anni e con figli. Anche per questi c’è bisogno di un paziente accompagnamento fino a condurli alla libera decisione di celebrare il sacramento. (...) Non si tratta di arrivare necessariamente ai sacramenti, ma di orientarle a vivere forme di integrazione alla vita ecclesiale. Ma quando le circostanze concrete di una coppia lo rendono fattibile, vale a dire quando il loro cammino di fede è stato lungo, sincero e progressivo, si proponga di vivere in continenza; se poi questa scelta è difficile da praticare per la stabilità della coppia, Amoris laetitia non esclude la possibilità di accedere alla Penitenza e all’Eucarestia . Ciò significa una qualche apertura, come nel caso in cui vi è la certezza morale che il primo matrimonio era nullo, ma non ci sono le prove per dimostrarlo in sede giudiziaria; ma non invece nel caso in cui, ad esempio, viene ostentata la propria condizione come se facesse parte dell’ideale cristiano, ecc. (...) Dobbiamo metterci a studiare, parlare tra di noi, approfondire lo stile misericordioso di Amoris laetitia e rivedere il nostro abituale atteggiamento portato ad applicare la norma morale. (...) Un piano diocesano di rinnovata pastorale familiare non può non volgere lo sguardo anche alle famiglie segnate da due altre sofferenze: la disabilità e la piaga della droga. Inoltre, vorrei invitare le comunità parrocchiale a dare qualche attenzione nella celebrazione eucaristica domenicale alle famiglie che hanno figli con disabilità. L’appuntamento domenicale, che fa incontrare tutti i genitori – ognuno con le proprie fatiche e le sue gioie – è occasione per conoscersi e imparare a condividere la crescita dei figli. La bellezza del rito, il canto, i gesti, aiutano tutti, anche i bambini con disabilità, a scoprire quanto la vita di ognuno sia preziosa non solo agli occhi di Dio, ma anche dei fratelli. L’assemblea liturgica si abituerà a qualche parola o gesto imprevisti e ad apprezzare quella presenza per essere ancor più comunità che cammina insieme. Il discorso sulle famiglie afflitte dal flagello della droga sarebbe molto lungo; esistono in diocesi varie e apprezzate attività. Per fare un passo avanti è mia intenzione istituire un gruppo di lavoro dove, con il supporto degli Uffici Famiglia e di Pastorale sanitaria, collaborino esperti psicologi, psicoterapeuti, avvocati, per promuovere una rete di servizi mediante l’apertura di “sportelli di ascolto” per le famiglie che non sanno affrontare da sole le problematiche dei loro figli vittime della droga e di altre dipendenze. In precedenza il cardinale Vallini ha passato in rassegna le sfide portate dalla società di oggi: prima di tutto la fragilità del soggetto famiglia di fronte ad una mentalità che esaspera i diritti delle persone. CARDINALE VALLINI: Siamo dinanzi a trasformazioni epocali e a stili di vita che investono la famiglia, in nome dei diritti individuali della persona. Sono sfide che destrutturano di fatto i vincoli familiari naturali, modificano profondamente il concetto di famiglia, di genitorialità biologica, dando spazio ad un crescente relativismo affettivo e procreativo, così che la famiglia quale struttura antro-pologica primaria della società e paradigma di beni relazionali fondamentali perde forza ed importanza. Dentro questa crisi di valori, un volta comunemente condivisi, e di una diffusa “anemia spirituale” di tante persone, la famiglia è diventata un soggetto fragile e ogni desiderio individuale è considerato e agognato come un diritto da raggiungere ad ogni costo. Pensiamo – per fare un solo esempio – alle distorte relazioni affettive che tanto frequentemente sfociano in tragici fatti di violenza e in omicidi di donne nelle famiglie, maturati in una cultura del possesso e della vendetta. Ed in secondo luogo ha evidenziato il ruolo di primo piano degli operatori pastorali, che agiscono in sinergia con parroci e sacerdoti. CARDINALE VALLINI: Nel proporre gli orientamenti pastorali, dichiaro in partenza che tutto sarà condizionato da quanto saremo audaci e lungimiranti, e capaci di aggregare e formare nuovi operatori pastorali, che entrino nello spirito e nella lettera di Amoris laetitia, senza i quali tutto rischia di rimanere un libro di sogni. Sono anche consapevole che ci prefiggiamo mete ambiziose; ma non dobbiamo essere rinunciatari, se non vogliamo che la vita cristiana familiare finisca nell’insignificanza di una cultura laicista e secolarista sempre più invasiva. Infine, da tutti i Laboratori è stato suggerito di lavorare “in rete” tra parrocchie e di intensificare la collaborazione nelle Prefetture: mi sembra una proposta opportuna; dove viene praticata i frutti si vedono Se il matrimonio cristiano è un bene irrinunciabile, che proietta ognuno in una dimensione di trascendenza, occorre rispondere alle richieste dei ragazzi e dei giovani, che cercano risposte e le trovano troppo spesso non in casa ma in un mondo che li vuole condizionare proponendo falsi miti o una visione strumentale dell’amore e dell’affettività. Gli sposi hanno bisogno di incontrare Dio, di unirsi definitivamente in Lui e vivere di Lui. Senza la grazia sacramentale, soprattutto oggi, è impossibile che l’uomo si mantenga fedele all’amore vero. La Chiesa dunque non difende “una dottrina fredda e senza vita”, ma annuncia il mistero della famiglia alla luce dell’amore infinito di Dio (cf. AL, n. 58-59). Questo è il messaggio di fondo di Amoris laetitia. (...) La famiglia – scrive un Laboratorio – “è spesso assente, per essere una coabitazione di individui solitari”. Molti ragazzi sono figli di separati, lontani dalla fede e dalla vita ecclesiale, e quando i genitori ci sono, sono in imbarazzo per la difficoltà di entrare in rapporto con i figli per i linguaggi totalmente diversi dai loro, così nell’assenza di una vera guida i figli diventano quasi sconosciuti ai genitori, o al massimo i genitori consigliano i figli di prendere le dovute cautele. (...) Essi, invece, desiderano sapere se esiste un amore vero, se l’amore può vincere il tempo o se non c’è scampo alla fine dell’amore, e vedere incarnati da testimoni credibili i valori essenziali della vita di coppia e familiare: la fedeltà, l’unicità, la relazione personale e la donazione reciproca. Bisogna partire dal fatto che ai ragazzi è sconosciuta la dottrina della Chiesa sull’amore e che dell’amore vero prima si fa esperienza e poi se ne può sentire parlare con frutto. Si tratta di una grande sfida educativa da affrontare su tre fronti: una solida formazione degli educatori; la presenza di testimoni credibili; il difficile rapporto tra famiglia, scuola e parrocchia. (...) Abbiamo bisogno dunque di preparare bene i catechisti, aiutandoli a scoprire il loro servizio come una vocazione, a dedicare (possibilmente) più tempo ai ragazzi e ad affrontare, con l’aiuto anche di esperti, questo tema; spesso invece sono gli stessi catechisti a dichiararsi inadeguati. Molte volte poi sono o troppo adulti o troppo giovani. In un Laboratorio è stato suggerito di affiancare ai catechisti giovani una coppia di sposi, così che i ragazzi possano guardare ad una famiglia spesso diversa dalla loro. Dovremmo anche puntare, nelle forme opportune, a interessare e coinvolgere i genitori in questo processo educativo dei figli. Un altro Laboratorio chiede di preparare un sussidio che aiuti i genitori ad affrontare il dialogo formativo con i figli. Infine sarà bene promuovere in ogni Prefettura un gruppo interparrocchiale che si interessi stabilmente dell’argomento. Pertanto si impone una pastorale che sappia ripensare la via del matrimonio cristiano e ne sappia riproporre le giuste tappe, con fermezza pastorale e teologica ed anhce con gradualità, all’insegna di una svolta pastorale che sappia accogliere e sappia inventare un accompagnamento adatto alle diverse situazioni. Accogliere e accompagnare verso il matrimonio. Dai Laboratori è emerso ripetutamente che è da ripensare a fondo la preparazione al matrimonio , superando la prassi del cosiddetto “corso per i fidanzati”, insufficiente e da molti piuttosto sopportato (una sorta di tassa da pagare per poter celebrare il sacramento). A questo importante tema pastorale AL dedica ben 12 numeri (nn. 205-216) e ne parla come di una “iniziazione al sacramento del matrimonio” (AL, 207), una specie di catecumenato che accompagni alla scoperta della fede per giungere alla comprensione del mistero santo delle nozze. Cosa possiamo prevedere al riguardo? 1) Dobbiamo essere realisti, accettando ancora un itinerario breve per chi non è disposto ad un itinerario lungo, sapendo però che una dozzina di incontri non bastano a riaccendere la fede e sperando in un possibile rapporto che continui dopo. La parrocchia offra, con il metodo del dialogo, un cammino su alcuni temi fondamentali: vita di fede, esperienza sacramentale, appartenenza alla Chiesa, la famiglia nel progetto di Dio, le motivazioni per l’amore matrimoniale, la famiglia vive di Dio, i ruoli nella coppia, la generazione e l’educazione dei figli, i rapporti con le famiglie di origine. Utilmente si proponga anche un ritiro spirituale, come già è praticato. Non dimentichiamo che la preparazione è una occasione speciale per riprendere i contatti con la Chiesa e un cammino di fede. 2) Ma la sfida che vogliano affrontare – all’inizio pensiamo a livello di prefetture, non di parrocchie – è di proporre un itinerario diocesano lungo, che duri almeno due anni, cominci all’inizio del fidanzamento o quando la coppia di conviventi si orienta al matrimonio. (...) Col matrimonio tutto comincia: accompagniamo le famiglie E’ necessario superare l’idea di una pastorale familiare impegnata soltanto a preparare la celebrazione dei sacramenti: matrimonio, battesimi, prime comunioni e cresime; passati i quali il compito è finito o quasi. Così pure che debbano essere i sacerdoti gli unici ad occuparsi delle famiglie. La svolta pastorale consiste nell’inventare un accompagnamento adatto a tutte le situazioni e che, insieme ai sacerdoti, “le famiglie accompagnino le famiglie”. Il Papa nell’Esortazione Apostolica ha elencato molti suggerimenti per dare vita ad una pastorale delle famiglie in ogni parrocchia e realtà ecclesiale . Nella nostra diocesi non mancano esperienze significative al riguardo . Si tratta ora di sviluppare e fortificare ciò che abbiamo e cominciare a lavorare dove siamo scoperti. A me pare tanto importante che le giovani famiglie nei primi anni di matrimonio siano accolte e accompagnate con la pastorale di accoglienza della vita e di quella post-battesimale, che – come sappiamo – ha come destinatari i genitori. Ripeto una cosa di cui sono profondamente convinto: le giovani famiglie sono il futuro della Chiesa, e sono abbastanza aperte, chi più chi meno, ad un cammino ecclesiale a partire dalla richiesta del Battesimo dei loro bambini. A don Andrea Manto, incaricato diocesano della Pastorale familiare per la diocesi, abbiamo chiesto di spiegarci quali sono in concreto le esperienze in atto nelle. (don Andrea risponde) È tutto. Ricordo la pagina FB Roma la Chiesa nella città. Alla prossima...<p> <img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2014/05/04/AFP3178968_LancioGrande.jpg" title=""/></p><p> Nella Chiesa a Roma serve una pastorale che ripensi la via del matrimonio cristiano e riproponga le giuste tappe, con la giusta fermezza e senza eccessi rigoristi o lassisti e dunque con gradualità, all’insegna di una capacità rinnovata di accogliere e saper inventare un accompagnamento adatto alle diverse situazioni. In questa puntata, condotta da Fabrizio mastrofini, si parla di lunedì 19 settembre, il giorno in cui il cardinale Agostino Vallini, Vicario del Ppa per la diocesi di Roma, davanti ai parroci ed ai sacerdoti e davanti agli operatori pastorali, in due distinti momenti ha tenuto la relazione conclusiva del Convegno pastorale 2016 sul tema: la Letizia dell’amore: il cammino delle famiglie a Roma. Il convegno era stato aperto da Papa Francesco a giugno, poi nelle settimane seguenti si è lavorato per gruppi, sul tema della pastorale familiare nella diocesi. Con la sua ampia relazione il cardinale Vallini ha riassunto le tematiche ed ha fatto il punto con delle indicazioni per il futuro. Vi ricordo la nostra pagina FB: Roma la Chiesa nella Città. <a href="https://www.facebook.com/ChiesadiRoma/" style="font-size: 15px;">https://www.facebook.com/ChiesadiRoma/</a></p><p> <span style="line-height: 1.6;"><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_8058168" width="245"><source src="http://media01.vatiradio.va/podcast/feed/chiesa_nella_citta_210916.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media01.vatiradio.va/podcast/feed/chiesa_nella_citta_210916.mp3" title="Download audio"><img src="http://es.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></span></p><p> Possiamo sintetizzare e dividere la relazione in tre parti. Nella prima il cardinale ha ribadito l’importanza della dottrina cristiana sulla famiglia, di fronte alle grandi sfide. Sfide che non riguardano solo la tenuta della famiglia ma hanno a che fare con una realtà sociale e culturale che svalorizza l’amore, relegandolo a bene di consumo, cui si aggiunge la difficoltà del dialogo tra genitori e figli. Da qui l’importanza di una pastorale per giovani, di una pastorale attenta verso la preparazione al matrimonio e un dialogo costante per aiutare le famiglie nel loro compito educativo. Nella seconda parte il cardinale ha elencato le sfide portate dalle situazioni di divisione delle famiglie: separazioni, divorzi, nuove convivenze, ed ha indicato vie possibili sulla scia del documento post sinodale Amoris Laetitia. Nella terza parte il cardinale Vallini ha parlato più in breve di altre situazioni di disagio che sfidano le famiglie. Su tutto deve dominare un atteggiamento di dialogo da parte del clero, di ascolto attento, di compassione e misericordia, evitando i rischi della rigidità e dell’arbitarietà. Messi peraltro in evidenza dal Papa stesso nel suo intervento del 16 giugno e nel successivo dialogo con alcuni dei partecipanti. L’intervento del Papa, e le risposte date a braccio nel dialogo, le abbiamo ascoltate nella scorsa puntata del 14 settembre. Le ho riproposte come preparazione all’incontro del 19 con la relazione del cardinale Vallini. In questa puntata ascoltiamo alcuni passaggi salienti della sua relazione dalla viva voce del cardinale. Cominciamo però dalla parte centrale, laddove si parla della necessità di un’azione pastorale paziente, compassionevole, misericordiosa, verso chi ha compiuto scelte dissonanti rispetto alla morale cristiana.</p><p> CARDINALE VALLINI: Un’azione pastorale paziente, compassionevole e misericordiosa. Io penso sinceramente che l’atteggiamento pastorale di noi sacerdoti romani verso le persone che hanno fatto scelte di vita dissonanti con la morale matrimoniale cristiana sia stato sempre improntato a comprensione e rispetto. (...) E’ necessario distinguere le varie situazioni. I casi più delicati sono quelli dei divorziati risposati legati da un precedente vincolo sacramentale. Il primo aiuto da offrire è di prodigarci per mettere a loro disposizione un servizio d’informazione e di consiglio in vista di una verifica della validità del matrimonio. Come sapete, il Papa ha emanato delle norme che hanno parzialmente riformato la procedura delle cause di nullità matrimoniale, prevedendo in alcuni casi una via brevior (una procedura più rapida) . Come muoverci in concreto? Il parroco (gli operatori pastorali o chiunque) prenda l’iniziativa di parlarne con gli interessati, li incoraggi a far esaminare il loro caso e proponga un colloquio con gli addetti del Tribunale del Vicariato per accertare l’esistenza o meno del fondamento per una causa di nullità. Basta rivolgersi al Vicario giudiziale del Tribunale di I° grado, che metterà a disposizione i ministri per una consulenza. Ma possiamo fare un passo avanti, avvicinando il Tribunale alla gente. E’ nostro desiderio organizzare in ogni Prefettura, o in Prefetture vicine, la presenza di un servizio periodico del Tribunale per ascoltare chi è interessato. Quando la via processuale non è percorribile, perché il matrimonio è stato celebrato validamente ed è naufragato per altre ragioni, dunque la nullità matrimoniale non può essere né dimostrata, né dichiarata, è necessario sviluppare un’azione pastorale, che preveda un lungo “accompagnamento”, nella linea del principio morale del “primato della persona sulla legge”. (...) Nel caso dei divorziati risposati, bisogna distinguere: una cosa è “una unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa… e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. (...) Analogamente vanno considerati i casi di matrimoni civili o di convivenze prolungate negli anni e con figli. Anche per questi c’è bisogno di un paziente accompagnamento fino a condurli alla libera decisione di celebrare il sacramento. (...) Non si tratta di arrivare necessariamente ai sacramenti, ma di orientarle a vivere forme di integrazione alla vita ecclesiale. Ma quando le circostanze concrete di una coppia lo rendono fattibile, vale a dire quando il loro cammino di fede è stato lungo, sincero e progressivo, si proponga di vivere in continenza; se poi questa scelta è difficile da praticare per la stabilità della coppia, Amoris laetitia non esclude la possibilità di accedere alla Penitenza e all’Eucarestia . Ciò significa una qualche apertura, come nel caso in cui vi è la certezza morale che il primo matrimonio era nullo, ma non ci sono le prove per dimostrarlo in sede giudiziaria; ma non invece nel caso in cui, ad esempio, viene ostentata la propria condizione come se facesse parte dell’ideale cristiano, ecc. (...) Dobbiamo metterci a studiare, parlare tra di noi, approfondire lo stile misericordioso di Amoris laetitia e rivedere il nostro abituale atteggiamento portato ad applicare la norma morale. (...) Un piano diocesano di rinnovata pastorale familiare non può non volgere lo sguardo anche alle famiglie segnate da due altre sofferenze: la disabilità e la piaga della droga. Inoltre, vorrei invitare le comunità parrocchiale a dare qualche attenzione nella celebrazione eucaristica domenicale alle famiglie che hanno figli con disabilità. L’appuntamento domenicale, che fa incontrare tutti i genitori – ognuno con le proprie fatiche e le sue gioie – è occasione per conoscersi e imparare a condividere la crescita dei figli. La bellezza del rito, il canto, i gesti, aiutano tutti, anche i bambini con disabilità, a scoprire quanto la vita di ognuno sia preziosa non solo agli occhi di Dio, ma anche dei fratelli. L’assemblea liturgica si abituerà a qualche parola o gesto imprevisti e ad apprezzare quella presenza per essere ancor più comunità che cammina insieme. Il discorso sulle famiglie afflitte dal flagello della droga sarebbe molto lungo; esistono in diocesi varie e apprezzate attività. Per fare un passo avanti è mia intenzione istituire un gruppo di lavoro dove, con il supporto degli Uffici Famiglia e di Pastorale sanitaria, collaborino esperti psicologi, psicoterapeuti, avvocati, per promuovere una rete di servizi mediante l’apertura di “sportelli di ascolto” per le famiglie che non sanno affrontare da sole le problematiche dei loro figli vittime della droga e di altre dipendenze.</p><p> In precedenza il cardinale Vallini ha passato in rassegna le sfide portate dalla società di oggi: prima di tutto la fragilità del soggetto famiglia di fronte ad una mentalità che esaspera i diritti delle persone.</p><p> CARDINALE VALLINI: Siamo dinanzi a trasformazioni epocali e a stili di vita che investono la famiglia, in nome dei diritti individuali della persona. Sono sfide che destrutturano di fatto i vincoli familiari naturali, modificano profondamente il concetto di famiglia, di genitorialità biologica, dando spazio ad un crescente relativismo affettivo e procreativo, così che la famiglia quale struttura antro-pologica primaria della società e paradigma di beni relazionali fondamentali perde forza ed importanza. Dentro questa crisi di valori, un volta comunemente condivisi, e di una diffusa “anemia spirituale” di tante persone, la famiglia è diventata un soggetto fragile e ogni desiderio individuale è considerato e agognato come un diritto da raggiungere ad ogni costo. Pensiamo – per fare un solo esempio – alle distorte relazioni affettive che tanto frequentemente sfociano in tragici fatti di violenza e in omicidi di donne nelle famiglie, maturati in una cultura del possesso e della vendetta.</p><p> Ed in secondo luogo ha evidenziato il ruolo di primo piano degli operatori pastorali, che agiscono in sinergia con parroci e sacerdoti.</p><p> CARDINALE VALLINI: Nel proporre gli orientamenti pastorali, dichiaro in partenza che tutto sarà condizionato da quanto saremo audaci e lungimiranti, e capaci di aggregare e formare nuovi operatori pastorali, che entrino nello spirito e nella lettera di Amoris laetitia, senza i quali tutto rischia di rimanere un libro di sogni. Sono anche consapevole che ci prefiggiamo mete ambiziose; ma non dobbiamo essere rinunciatari, se non vogliamo che la vita cristiana familiare finisca nell’insignificanza di una cultura laicista e secolarista sempre più invasiva. Infine, da tutti i Laboratori è stato suggerito di lavorare “in rete” tra parrocchie e di intensificare la collaborazione nelle Prefetture: mi sembra una proposta opportuna; dove viene praticata i frutti si vedono Se il matrimonio cristiano è un bene irrinunciabile, che proietta ognuno in una dimensione di trascendenza, occorre rispondere alle richieste dei ragazzi e dei giovani, che cercano risposte e le trovano troppo spesso non in casa ma in un mondo che li vuole condizionare proponendo falsi miti o una visione strumentale dell’amore e dell’affettività. Gli sposi hanno bisogno di incontrare Dio, di unirsi definitivamente in Lui e vivere di Lui. Senza la grazia sacramentale, soprattutto oggi, è impossibile che l’uomo si mantenga fedele all’amore vero. La Chiesa dunque non difende “una dottrina fredda e senza vita”, ma annuncia il mistero della famiglia alla luce dell’amore infinito di Dio (cf. AL, n. 58-59). Questo è il messaggio di fondo di Amoris laetitia. (...) La famiglia – scrive un Laboratorio – “è spesso assente, per essere una coabitazione di individui solitari”. Molti ragazzi sono figli di separati, lontani dalla fede e dalla vita ecclesiale, e quando i genitori ci sono, sono in imbarazzo per la difficoltà di entrare in rapporto con i figli per i linguaggi totalmente diversi dai loro, così nell’assenza di una vera guida i figli diventano quasi sconosciuti ai genitori, o al massimo i genitori consigliano i figli di prendere le dovute cautele. (...) Essi, invece, desiderano sapere se esiste un amore vero, se l’amore può vincere il tempo o se non c’è scampo alla fine dell’amore, e vedere incarnati da testimoni credibili i valori essenziali della vita di coppia e familiare: la fedeltà, l’unicità, la relazione personale e la donazione reciproca. Bisogna partire dal fatto che ai ragazzi è sconosciuta la dottrina della Chiesa sull’amore e che dell’amore vero prima si fa esperienza e poi se ne può sentire parlare con frutto. Si tratta di una grande sfida educativa da affrontare su tre fronti: una solida formazione degli educatori; la presenza di testimoni credibili; il difficile rapporto tra famiglia, scuola e parrocchia. (...) Abbiamo bisogno dunque di preparare bene i catechisti, aiutandoli a scoprire il loro servizio come una vocazione, a dedicare (possibilmente) più tempo ai ragazzi e ad affrontare, con l’aiuto anche di esperti, questo tema; spesso invece sono gli stessi catechisti a dichiararsi inadeguati. Molte volte poi sono o troppo adulti o troppo giovani. In un Laboratorio è stato suggerito di affiancare ai catechisti giovani una coppia di sposi, così che i ragazzi possano guardare ad una famiglia spesso diversa dalla loro. Dovremmo anche puntare, nelle forme opportune, a interessare e coinvolgere i genitori in questo processo educativo dei figli. Un altro Laboratorio chiede di preparare un sussidio che aiuti i genitori ad affrontare il dialogo formativo con i figli. Infine sarà bene promuovere in ogni Prefettura un gruppo interparrocchiale che si interessi stabilmente dell’argomento. Pertanto si impone una pastorale che sappia ripensare la via del matrimonio cristiano e ne sappia riproporre le giuste tappe, con fermezza pastorale e teologica ed anhce con gradualità, all’insegna di una svolta pastorale che sappia accogliere e sappia inventare un accompagnamento adatto alle diverse situazioni. Accogliere e accompagnare verso il matrimonio. Dai Laboratori è emerso ripetutamente che è da ripensare a fondo la preparazione al matrimonio , superando la prassi del cosiddetto “corso per i fidanzati”, insufficiente e da molti piuttosto sopportato (una sorta di tassa da pagare per poter celebrare il sacramento). A questo importante tema pastorale AL dedica ben 12 numeri (nn. 205-216) e ne parla come di una “iniziazione al sacramento del matrimonio” (AL, 207), una specie di catecumenato che accompagni alla scoperta della fede per giungere alla comprensione del mistero santo delle nozze. Cosa possiamo prevedere al riguardo? 1) Dobbiamo essere realisti, accettando ancora un itinerario breve per chi non è disposto ad un itinerario lungo, sapendo però che una dozzina di incontri non bastano a riaccendere la fede e sperando in un possibile rapporto che continui dopo. La parrocchia offra, con il metodo del dialogo, un cammino su alcuni temi fondamentali: vita di fede, esperienza sacramentale, appartenenza alla Chiesa, la famiglia nel progetto di Dio, le motivazioni per l’amore matrimoniale, la famiglia vive di Dio, i ruoli nella coppia, la generazione e l’educazione dei figli, i rapporti con le famiglie di origine. Utilmente si proponga anche un ritiro spirituale, come già è praticato. Non dimentichiamo che la preparazione è una occasione speciale per riprendere i contatti con la Chiesa e un cammino di fede. 2) Ma la sfida che vogliano affrontare – all’inizio pensiamo a livello di prefetture, non di parrocchie – è di proporre un itinerario diocesano lungo, che duri almeno due anni, cominci all’inizio del fidanzamento o quando la coppia di conviventi si orienta al matrimonio. (...) Col matrimonio tutto comincia: accompagniamo le famiglie E’ necessario superare l’idea di una pastorale familiare impegnata soltanto a preparare la celebrazione dei sacramenti: matrimonio, battesimi, prime comunioni e cresime; passati i quali il compito è finito o quasi. Così pure che debbano essere i sacerdoti gli unici ad occuparsi delle famiglie. La svolta pastorale consiste nell’inventare un accompagnamento adatto a tutte le situazioni e che, insieme ai sacerdoti, “le famiglie accompagnino le famiglie”. Il Papa nell’Esortazione Apostolica ha elencato molti suggerimenti per dare vita ad una pastorale delle famiglie in ogni parrocchia e realtà ecclesiale . Nella nostra diocesi non mancano esperienze significative al riguardo . Si tratta ora di sviluppare e fortificare ciò che abbiamo e cominciare a lavorare dove siamo scoperti. A me pare tanto importante che le giovani famiglie nei primi anni di matrimonio siano accolte e accompagnate con la pastorale di accoglienza della vita e di quella post-battesimale, che – come sappiamo – ha come destinatari i genitori. Ripeto una cosa di cui sono profondamente convinto: le giovani famiglie sono il futuro della Chiesa, e sono abbastanza aperte, chi più chi meno, ad un cammino ecclesiale a partire dalla richiesta del Battesimo dei loro bambini.</p><p> A don Andrea Manto, incaricato diocesano della Pastorale familiare per la diocesi, abbiamo chiesto di spiegarci quali sono in concreto le esperienze in atto nelle. (don Andrea risponde)</p><p> È tutto. Ricordo la pagina FB Roma la Chiesa nella città. Alla prossima</p>Papa: il mondo ha bisogno di misericordia, mai condannare l’altro2016-09-21T13:08:07+00:00http://www.news.va/it/news/papa-il-mondo-ha-bisogno-di-misericordia-mai-conda Il cristiano deve sempre perdonare, “l’amore misericordioso” è “l’unica via da percorrere”. E’ quanto affermato da Francesco all’udienza generale in Piazza San Pietro, dopo aver salutato un gruppo di malati in Aula Paolo VI. Il Papa ha quindi avvertito che giudicare l’altro è sbagliato perché la condanna “disprezza la misericordia di Dio”. Il servizio di Alessandro Gisotti : "Siate Misericordiosi come il Padre”. Papa Francesco ha preso spunto dal motto del Giubileo per sottolineare che quando Gesù ci chiede di essere misericordiosi “come il Padre, non pensa alla quantità” ma chiede ai suoi discepoli di “diventare segno, canali, testimoni della sua misericordia”. La Chiesa, ha ribadito, “non può che essere sacramento della misericordia di Dio nel mondo, in ogni tempo e verso tutta l’umanità”. Tutti abbiamo bisogno del perdono di Dio e tutti dobbiamo perdonare Ma cosa significa dunque essere misericordiosi per un cristiano, si chiede il Papa? La misericordia, osserva Francesco, “si esprime anzitutto nel perdono”: “Il cristiano deve perdonare! Ma perché? Perché è stato perdonato. Tutti noi che stiamo qui, oggi, in piazza, tutti noi, siamo stati perdonati. Nessuno di noi, nella sua vita, non ha avuto bisogno del perdono di Dio. E perché noi siamo stati perdonati, dobbiamo perdonare”. Condannare il fratello è disprezzare la misericordia di Dio Bisogna “perdonare le offese – ha ripreso – perdonare tante cose, perché noi siamo stati perdonati” per tanti peccati. “Se Dio ha perdonato me – si domanda il Papa – perché non devo perdonare gli altri? Sono più grande di Dio?”: “Giudicare e condannare il fratello che pecca è sbagliato. Non perché non si voglia riconoscere il peccato, ma perché condannare il peccatore spezza il legame di fraternità con lui e disprezza la misericordia di Dio, che invece non vuole rinunciare a nessuno dei suoi figli. Non abbiamo il potere di condannare il nostro fratello che sbaglia, non siamo al di sopra di lui: abbiamo piuttosto il dovere di recuperarlo alla dignità di figlio del Padre e di accompagnarlo nel suo cammino di conversione. L’amore misericordioso è l’unica via da percorrere “Perdonare è il primo pilastro – ha detto – donare è il secondo pilastro”. Ed ha osservato che Dio dona “ben al di là dei nostri meriti, ma sarà ancora più generoso con quanti qui in terra saranno stati generosi”: “L’amore misericordioso è perciò l’unica via da percorrere. Quanto bisogno abbiamo tutti di essere un po’ più misericordiosi, di non sparlare degli altri, di non giudicare, di non “spiumare” gli altri con le critiche, con le invidie, con le gelosie. No! Perdonare, essere misericordiosi, vivere la nostra vita nell’amore e donare”. Abbiate un cuore pieno di amore, non un cuore di pietra La carità, ha detto, “permette ai discepoli di Gesù di non perdere l’identità ricevuta da Lui, e di riconoscersi come figli dello stesso Padre”. E ancora, ha esortato i pellegrini a non dimenticarsi del binomio “perdono e dono” che alimenta la misericordia: “Così il cuore si allarga, si allarga nell’amore. Invece l’egoismo, la rabbia, fa il cuore piccolo, piccolo, piccolo, piccolo e si indurisce come una pietra. Cosa preferite voi? Un cuore di pietra? Vi domando, rispondete: [rispondono: “No!”] Non sento bene… [rispondono: “No!”] Un cuore pieno di amore? [rispondono: “Sì!”] Se preferite un cuore pieno di amore, siate misericordiosi!” Al momento dei saluti ai pellegrini, il Papa ha rivolto un pensiero speciale ai pellegrini turchi, presenti in Piazza San Pietro, e in particolare i fedeli della arcidiocesi di Smirne, guidati dal loro pastore mons. Lorenzo Piretto. “Cari fratelli e sorelle – ha detto il Papa – questa esperienza di grazia vi aiuti a rimanere sempre saldi nella fede e a testimoniare il vangelo della misericordia nella vita di tutti i giorni”. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/09/21/AFP5797930_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Il cristiano deve sempre perdonare, “l’amore misericordioso” è “l’unica via da percorrere”. E’ quanto affermato da Francesco all’udienza generale in Piazza San Pietro, dopo aver salutato un gruppo di malati in Aula Paolo VI. Il Papa ha quindi avvertito che giudicare l’altro è sbagliato perché la condanna “disprezza la misericordia di Dio”. Il servizio di <strong>Alessandro Gisotti</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_8392654" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549207.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00549207.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p>"Siate Misericordiosi come il Padre”. Papa Francesco ha preso spunto dal motto del Giubileo per sottolineare che quando Gesù ci chiede di essere misericordiosi “come il Padre, non pensa alla quantità” ma chiede ai suoi discepoli di “diventare <em>segno, canali, testimoni</em> della sua misericordia”. La Chiesa, ha ribadito, “non può che essere sacramento della misericordia di Dio nel mondo, in ogni tempo e verso tutta l’umanità”.</p> <p><strong>Tutti abbiamo bisogno del perdono di Dio e tutti dobbiamo perdonare</strong><br/> Ma cosa significa dunque essere misericordiosi per un cristiano, si chiede il Papa? La misericordia, osserva Francesco, “si esprime anzitutto nel perdono”:</p> <p>“Il cristiano deve perdonare! Ma perché? Perché è stato perdonato. Tutti noi che stiamo qui, oggi, in piazza, tutti noi, siamo stati perdonati. Nessuno di noi, nella sua vita, non ha avuto bisogno del perdono di Dio. E perché noi siamo stati perdonati, dobbiamo perdonare”.</p> <p><strong>Condannare il fratello è disprezzare la misericordia di Dio</strong><br/> Bisogna “perdonare le offese – ha ripreso – perdonare tante cose, perché noi siamo stati perdonati” per tanti peccati. “Se Dio ha perdonato me – si domanda il Papa – perché non devo perdonare gli altri? Sono più grande di Dio?”:</p> <p>“Giudicare e condannare il fratello che pecca è sbagliato. Non perché non si voglia riconoscere il peccato, ma perché condannare il peccatore spezza il legame di fraternità con lui e disprezza la misericordia di Dio, che invece non vuole rinunciare a nessuno dei suoi figli. Non abbiamo il potere di condannare il nostro fratello che sbaglia, non siamo al di sopra di lui: abbiamo piuttosto il dovere di recuperarlo alla dignità di figlio del Padre e di accompagnarlo nel suo cammino di conversione.</p> <p><strong>L’amore misericordioso è l’unica via da percorrere</strong><br/> “Perdonare è il primo pilastro – ha detto – donare è il secondo pilastro”. Ed ha osservato che Dio dona “ben al di là dei nostri meriti, ma sarà ancora più generoso con quanti qui in terra saranno stati generosi”:</p> <p>“L’amore misericordioso è perciò l’unica via da percorrere. Quanto bisogno abbiamo tutti di essere un po’ più misericordiosi, di non sparlare degli altri, di non giudicare, di non “spiumare” gli altri con le critiche, con le invidie, con le gelosie. No! Perdonare, essere misericordiosi, vivere la nostra vita nell’amore e donare”.</p> <p><strong>Abbiate un cuore pieno di amore, non un cuore di pietra</strong><br/> La carità, ha detto, “permette ai discepoli di Gesù di non perdere l’identità ricevuta da Lui, e di riconoscersi come figli dello stesso Padre”. E ancora, ha esortato i pellegrini a non dimenticarsi del binomio “perdono e dono” che alimenta la misericordia:</p> <p>“Così il cuore si allarga, si allarga nell’amore. Invece l’egoismo, la rabbia, fa il cuore piccolo, piccolo, piccolo, piccolo e si indurisce come una pietra. Cosa preferite voi? Un cuore di pietra? Vi domando, rispondete: [rispondono: “No!”] Non sento bene… [rispondono: “No!”] Un cuore pieno di amore? [rispondono: “Sì!”] Se preferite un cuore pieno di amore, siate misericordiosi!”</p> <p>Al momento dei saluti ai pellegrini, il Papa ha rivolto un pensiero speciale ai pellegrini turchi, presenti in Piazza San Pietro, e in particolare i fedeli della arcidiocesi di Smirne, guidati dal loro pastore mons. Lorenzo Piretto. “Cari fratelli e sorelle – ha detto il Papa – questa esperienza di grazia vi aiuti a rimanere sempre saldi nella fede e a testimoniare il vangelo della misericordia nella vita di tutti i giorni”.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/09/21/papa_mondo_chiede_misericordia,_mai_condannare_l’altro/1259681">(Da Radio Vaticana)</a>

  
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