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News.vahttp://www.news.va/2016-06-27T13:30:46+00:00Sguardo positivo2016-06-27T13:30:46+00:00http://www.news.va/it/news/sguardo-positivoCon il viaggio in Armenia il Pontefice ha compiuto un’altra visita del cuore, nata già in Argentina dalla consuetudine e dall’amicizia con i figli esuli di una terra scabra come le sue pietre e dolce come le melodie dei suoi canti. E in modo analogo l’immagine del suo popolo è «una vita di pietra e una tenerezza di madre» ha sintetizzato Papa Francesco, aprendo la lunga conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma con il ricordo di quei giorni: «avevo tanti contatti con gli armeni, andavo spesso da loro alle messe», e anche «una cosa che di solito non mi piace fare» come le cene, «e voi fate cene pesanti!» ha aggiunto sorridendo. Nella visita e nella conversazione con i giornalisti si sono intrecciate la dimensione ecumenica e quella politica, ma nel senso delineato da Paolo vi in una riflessione che risale alle prime settimane di pontificato, dove appunto la «politica papale» è definita «iniziativa sempre vigilante al bene altrui». Ospite di Karekin ii, in quasi tutti i momenti della visita il Pontefice è stato accompagnato dal «supremo patriarca e catholicos di tutti gli armeni». E il viaggio è stato suggellato dalla firma di una dichiarazione, ennesimo passo di «un cammino comune già molto avanzato» verso l’unità. Che, come ha detto il Papa, non è «un vantaggio strategico», e tantomeno sottomissione o assorbimento, ma adesione alla volontà di Cristo per offrire al mondo la testimonianza del Vangelo. Lo sguardo positivo di Papa Francesco, ribadito con tranquilla determinazione nella lunga conversazione con i giornalisti, è fondato sulla fede e sa appunto che la memoria così purificata diviene «capace di incamminarsi per sentieri nuovi e sorprendenti». E sono le vie dell’incontro e della riconciliazione che il Pontefice ha chiesto ai giovani di percorrere, mentre nella dichiarazione comune la preghiera s’innalza «per un cambiamento del cuore» di chi perseguita i cristiani e le altre minoranze etniche e religiose in Medio oriente.Ed è la storia a insegnare che nei secoli la testimonianza cristiana degli armeni ha attraversato prove tremende, fino ai massacri di un secolo fa, «tragico mistero di iniquità» che Papa Francesco non ha esitato a definire «genocidio». Senza intenti offensivi o rivendicativi, ma per ripetere che le atrocità inflitte allora sono «le sofferenze delle membra del corpo mistico di Cristo», come ha scritto Giovanni Paolo ii, e dunque «ci appartengono» ha ripetuto il suo successore, sottolineando che «ricordarle non è solo opportuno», ma «doveroso». Come spiega una frase che il Pontefice ha scritto di suo pugno dopo aver reso omaggio alle vittime nel memoriale di Tzitzernakaberd: la memoria è «fonte di pace e di futuro». Sguardo positivo che nella conferenza stampa il Papa ha confermato su tutto: parlando del ruolo della donna nella Chiesa, del riconoscimento delle colpe dei cristiani per le mancanze accumulatesi nel corso della storia, del concilio ortodosso di Creta, del dialogo ecumenico con i protestanti e della situazione dell’Unione europea dopo il referendum britannico. Sostenuto dal suo predecessore che sta per festeggiare il sessantacinquesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale, definito con affetto «l’uomo che mi custodisce le spalle e la schiena con la sua preghiera». g.m.v....<p style="text-align: justify;">Con il viaggio in Armenia il Pontefice ha compiuto un’altra visita del cuore, nata già in Argentina dalla consuetudine e dall’amicizia con i figli esuli di una terra scabra come le sue pietre e dolce come le melodie dei suoi canti. E in modo analogo l’immagine del suo popolo è «una vita di pietra e una tenerezza di madre» ha sintetizzato Papa Francesco, aprendo la lunga conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma con il ricordo di quei giorni: «avevo tanti contatti con gli armeni, andavo spesso da loro alle messe», e anche «una cosa che di solito non mi piace fare» come le cene, «e voi fate cene pesanti!» ha aggiunto sorridendo.</p><p><img alt="" src="http://admin.news.va/vaticanresources/images/96b09a84be761438014de70837beb910.jpg" style="float: right; margin: 0px 0px 10px 10px;" title=""/> </p><p style="text-align: justify;">Nella visita e nella conversazione con i giornalisti si sono intrecciate la dimensione ecumenica e quella politica, ma nel senso delineato da Paolo vi in una riflessione che risale alle prime settimane di pontificato, dove appunto la «politica papale» è definita «iniziativa sempre vigilante al bene altrui». Ospite di Karekin ii, in quasi tutti i momenti della visita il Pontefice è stato accompagnato dal «supremo patriarca e catholicos di tutti gli armeni». E il viaggio è stato suggellato dalla firma di una dichiarazione, ennesimo passo di «un cammino comune già molto avanzato» verso l’unità. Che, come ha detto il Papa, non è «un vantaggio strategico», e tantomeno sottomissione o assorbimento, ma adesione alla volontà di Cristo per offrire al mondo la testimonianza del Vangelo.</p><p style="text-align: justify;">Lo sguardo positivo di Papa Francesco, ribadito con tranquilla determinazione nella lunga conversazione con i giornalisti, è fondato sulla fede e sa appunto che la memoria così purificata diviene «capace di incamminarsi per sentieri nuovi e sorprendenti». E sono le vie dell’incontro e della riconciliazione che il Pontefice ha chiesto ai giovani di percorrere, mentre nella dichiarazione comune la preghiera s’innalza «per un cambiamento del cuore» di chi perseguita i cristiani e le altre minoranze etniche e religiose in Medio oriente.Ed è la storia a insegnare che nei secoli la testimonianza cristiana degli armeni ha attraversato prove tremende, fino ai massacri di un secolo fa, «tragico mistero di iniquità» che Papa Francesco non ha esitato a definire «genocidio». Senza intenti offensivi o rivendicativi, ma per ripetere che le atrocità inflitte allora sono «le sofferenze delle membra del corpo mistico di Cristo», come ha scritto Giovanni Paolo ii, e dunque «ci appartengono» ha ripetuto il suo successore, sottolineando che «ricordarle non è solo opportuno», ma «doveroso». Come spiega una frase che il Pontefice ha scritto di suo pugno dopo aver reso omaggio alle vittime nel memoriale di Tzitzernakaberd: la memoria è «fonte di pace e di futuro».</p><p style="text-align: justify;">Sguardo positivo che nella conferenza stampa il Papa ha confermato su tutto: parlando del ruolo della donna nella Chiesa, del riconoscimento delle colpe dei cristiani per le mancanze accumulatesi nel corso della storia, del concilio ortodosso di Creta, del dialogo ecumenico con i protestanti e della situazione dell’Unione europea dopo il referendum britannico. Sostenuto dal suo predecessore che sta per festeggiare il sessantacinquesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale, definito con affetto «l’uomo che mi custodisce le spalle e la schiena con la sua preghiera».</p><p style="text-align: justify;"></p><p style="text-align: right;">g.m.v.</p>Viganò: vi racconto il primo anno del dicastero per la Comunicazione2016-06-27T12:31:09+00:00http://www.news.va/it/news/vigano-vi-racconto-il-primo-anno-del-dicastero-per Ricorre oggi il primo anno del Motu Proprio con il quale Papa Francesco ha istituito la Segreteria per la Comunicazione. Al microfono di Alessandro Gisotti , il prefetto del dicastero, mons. Dario Edoardo Viganò , ripercorre questi 12 mesi e indica i prossimi passi nella riforma dei media vaticani: R. – Io raccolgo le riflessioni intorno a tre punti. Anzitutto un piccolo lavoro ordinario nella costruzione del nucleo iniziale della Segreteria per la Comunicazione: quindi penso all’organizzazione propria di un dicastero nuovo, quel lavoro che va dalla stesura degli Statuti all’organizzazione degli uffici. Questo è stato il primo lavoro. Il secondo è l’analisi dell’esistente: sono 9 le istituzioni coinvolte ed era importante conoscere il loro modello di lavoro, le persone e quindi non tanto una storia di quanto già esiste e ancora meno un giudizio sulla storia dei media vaticani. Un’analisi, invece, per cogliere le professionalità presenti; individuare quelle da far crescere, nella logica della valorizzazione del personale e, soprattutto, nella costruzione di gruppi misti di lavoro. Il terzo aspetto è comunicare: comunicare alle istituzioni. Io personalmente ho girato tutte le istituzioni per raccontare un po’ – a grandi linee – il processo della riforma e poi comunicare ai gruppi la logica di lavoro della riforma, le motivazioni, quali sono i criteri che guidano questo cammino. Un lavoro affascinante, certo anche con quale difficoltà e qualche fatica ma un lavoro decisamente affascinante, che oggi ha visto coinvolte circa 400 persone, per un totale di oltre 140 riunioni. E siamo all’inizio…. Verso fino luglio e certamente a partire da settembre inizieranno dei seminari - seminari che abbiamo organizzato insieme alla Business School della Luiss e alla Facoltà di Management e di Economia della stessa università - e lì alcune persone cresceranno per capire cosa vuol dire lavorare in team, qual è il processo motivazionale… Insomma tutto quel lavoro che è un importante accompagnamento nei processi di riforma. D. – All’inizio di questo mese, all’inizio di giugno, nella sessione del C9 lei ha potuto aggiornare il Papa e il Consiglio dei Cardinali, che hanno espresso grande soddisfazione sullo stato di attuazione della riforma. Può condividere qualche elemento di questo incontro, oltre a quello che abbiamo potuto leggere nel comunicato pubblicato dalla Sala Stampa nell’occasione? R. – Anzitutto lo stile di lavoro: io credevo di dover essere presente per un’ora nel pomeriggio, invece - da prima delle 16 fino alle 19 - sono state tre ore di lavoro insieme al Santo Padre e ai nove cardinali. Un lavoro che è stato anzitutto quello di ascolto dei passi che io ho raccontato, che abbiamo fatto tutti insieme, e delle prossime tappe. E poi i cardinali hanno preso la parola e hanno fatto molte, moltissime domande e anche molto concrete, molto tecniche. E’ stato un momento molto importante di conoscenza delle realtà stesse. Penso, ad esempio, quando ho raccontato loro alcuni numeri e questo è importante perché loro devono assumersi l’onore di alcune decisioni. Oltre a questo metodo, prima di concludere, c’è stata l’occasione per sintonizzarsi su alcune questioni molto concrete, in cui ho chiesto l’assunzione di una responsabilità condivisa. D. – Lei ha più volte sottolineato che la riforma dei media vaticani riguarda non solo le strutture, ma anche i processi di comunicazione. Perché è così importante per lei? R. – Direi che è la parte vera: è la vera riforma. Qualcuno, in fondo, mi dice: “Certo, fare un portale multimediale è come scoprire l’acqua calda”… E un po’ è anche vero questo, se uno si fermasse su ciò che appare: sì, può essere un portale più bello, costruito meglio, però tutto sommato quello che si vede è quello che si vede già ora pressappoco... La riforma sta in tutto ciò che non si vede e cioè nel sistema attraverso il quale verranno processate le notizie e soprattutto nel sistema di un nuovo workflow del lavoro. I lavori non saranno più individuali, singoli, ma saranno lavori di team – questo lavoro di team è importante – sapendo che nessuno ha la verità in tasca, soprattutto nel mondo della comunicazione. Impariamo a mettere da parte le proprie esperienze per disporsi ad apprendere, perché questa umiltà è l’elemento necessario di ogni riforma. Le strutture sono strutture e come si vede dall’analisi che è stata fatta delle nove realtà, ciò che è penalizzato è il lavoro, il processo appunto: è come se un motore, che ha tutto, non funziona bene e anziché produrre energia producesse solo calore; la macchina si surriscalda e ad un certo punto si blocca. Qui c’è un motore e il problema è che tutto ruoti bene perché funzioni e possa andare veloce, sappia frenare, sappia accelerare quando c’è da superare… Quando c’è qualcosa che non funziona, la macchina si surriscalda ed è un disastro! D. – Fin dalla prima riga del Motu Proprio , con il quale è stata istituita la Segreteria per la Comunicazione, si sottolinea che il contesto comunicativo è oggi caratterizzato dalla presenza e dallo sviluppo dei media digitali. Come influisce questo dato così forte sulla visione e sulla realizzazione anche della riforma dei media vaticani? R. – Mettere in relazione, come ha fatto il Santo Padre, il contesto attuale e la necessità della riforma di un sistema comunicativo è quanto di più nuovo e quanto di più proprio della riforma che ci possa essere. Perché? Perché l’attenzione al contesto storico e culturale non è una concessione delle piccole élite culturali, piuttosto è l’elemento centrale nella logica della fede cristiana, perché non dimentichiamo che la fede cristiana è una fede che vive propriamente della dinamica della legge dell’incarnazione e quindi non è pensabile lasciar fuori il contesto. In Italia, nel Secondo Dopoguerra, le modalità di annuncio del Vangelo e di catechesi erano modalità che la Chiesa assumeva molto diverse da quelle che oggi sono le forme attestabili della comunità cristiana in Italia. Quindi, il contesto determina la prassi della Chiesa, nel senso che la comunità, la comunità cristiana, discerne come essere comunità fedele al Vangelo in un contesto culturale oggi mutato. In questo senso l’attenzione al contesto digitale è quella che ci fa assumere come prospettiva quella che io chiamo “User first”: cioè cercare di smetterla di guardarci l’ombelico, nella certezza che gli altri ci ascoltino e ci guardino. Questo non è un presupposto possibile! E’ piuttosto l’atteggiamento di cercare chi sono i nostri interlocutori, ascoltarli, ascoltare il loro cuore, le loro domande; comprendere la modalità di fruizione dei media che oggi loro hanno: se penso ai media oggi, l’85 per cento sono fruiti in mobilità. Se noi facciamo una radio di programmi, già siamo penalizzati da questo punto di vista… Quindi credo che sia un invito – il Motu Proprio - ad uscire dall’arroganza di una comunicazione unidirezionale e sapere che siamo chiamati a raccontare, a narrare il Vangelo della Misericordia a uomini e donne concreti, a uomini e donne che vivono, giorno dopo giorno, immersi nei media. D. – Nel primo anno della Segreteria per la Comunicazione è nato anche l’account Instagram di Papa Francesco e il successo è stato immediato. Quale lezione si può trarre da un risultato così? R. – Certamente Instagram è stato una caso di studio, vista la crescita esponenziale. Devo anche dire che è un caso di studio per il fatto che gli elementi di commento maggiori sono gli elementi più di tratto spirituale, di vicinanza, di condivisione. E anche questo è un elemento interessante, perché quando abbiamo avuto gli incontri con i responsabili di Instagram , uno dei suggerimenti fatti dalla loro équipe era quello di postare foto molto "backstage". La scelta è stata diversa, ma non ha assolutamente penalizzato: sembra invece una strada che è particolarmente apprezzata. La lezione non lo so...  i social media permettono di dire qualcosa, di raccontare: un po’ come quelle frecce scoccate al cuore di Dio, che durano un istante; o come quando una persona viaggia per strada, a piedi o in macchina, vede una edicola della Madonna, dice una giaculatoria… E’ un po’ come un mantenere viva nel cuore una dinamica di visione spirituale della propria esistenza. D. – Il portale unico dei media vaticani è uno dei grande progetti in programma per questo anno. Cosa cambierà per il navigatore interessato all’informazione riguardante il Papa e la Chiesa rispetto a quanto succede oggi? R. – Il Portale sarà l’assetto visibile di quel processo di cui parlavo: noi vedremo un nuovo portale. L’idea è quella dell’iceberg: noi vedremo una punta, ma è importante tutto ciò che sta sotto. E quindi sarà un portale che avrà video, podcast, immagini, notizie scritte, possibilità di ascoltare live – ad esempio – la radio… Insomma un portale che non sia “molti-mediale”, ma multimediale, pensato perché immediatamente una notizia possa essere processata secondo i linguaggi propri dei vari media. Il vantaggio qual è? Il vantaggio è che non ci sarà più la cannibalizzazione degli utenti, che oggi invece sono utenti basiti, se non addirittura spaesati di fronte a una pletora di portali, di siti e anche di App. Io penso, ad esempio, quanto il portale vaticano non sia stato minimamente visitato il giorno della elezione di Papa Francesco… Siamo stati di fatto inesistenti per il pubblico, che ha preferito il portale di Wikipedia per capire chi era Jorge Mario Bergoglio. Quindi c’è un lavoro da fare molto importante sia di web reputation che di posizionamento. E questo credo che sia molto interessante: cioè diventare noi non una tra le fonti, ma diventare noi la fonte! Non certo la fonte ufficiale, perché questa è la Sala Stampa, ma certamente una fonte importante. D. – Altro punto forte della riforma dei media vaticani – come è noto – in questo 2016 è l’integrazione della Radio Vaticana e del Centro Televisivo Vaticano. Cosa cambierà per l’ascoltatore e il telespettatore? Cosa migliorerà, secondo lei, per l’utente proprio su quel tema dello “User first”? R. – C’è un aspetto broadcast anzitutto: quindi certamente ci sarà l’unificazione della Radiotelevisione vaticana, chiamiamola così… poter proseguire in quelle sperimentazioni che già facciamo, soprattutto penso nelle grandi celebrazioni del Santo Padre. Certamente c’è un ripensamento, un riposizionamento e un ampliamento – spero – della copertura di 105, la Radio Vaticana Italiana, perché credo che questa sia molto importante che rimanga radio: è una radio! Quindi è importante che possa venir raccontato, è importante che le persone possano ascoltare la Radio Vaticana, in italiano, probabilmente con molte news, anche in altre lingue. Un radio di flusso su cui bisogna lavorare molto, ma credo che ci siano delle grandi professionalità e si potrà procedere da questo punto di vista. Da ultimo, invece, come diceva già padre Federico Lombardi in occasione dell’80.mo della Radio, quella che noi comunemente chiamiamo “Radio Vaticana” non è più una radio: cioè le redazioni linguistiche sono redazioni che saranno il cuore pulsante, che saranno i protagonisti dell’ hub content dell’unico portale: l’unico portale avrà delle redazioni multilinguistiche e multiculturali, in cui ciascuno non solo avrà un approccio testuale, ma anche – per esempio – proseguirà a fare o a fare meglio o fare differentemente quel momento breve – che va dai 12 minuti e in altre redazioni molto di più - di audio, che diventeranno dei podcast , che verranno poi scaricati e messi a disposizione. Quindi questo credo che sia un po’ il cammino che ci attende in questi mesi: un cammino che vede sempre più gente entusiasta di essere protagonista di questo cambiamento e di essere protagonista all’interno di un cambiamento che il Santo Padre, Papa Francesco, ci ha chiesto. Mi accorgo da tutte le email che ricevo e dagli incontri che faccio che c’è davvero grande entusiasmo. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2013/01/22/OTHER1158568_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Ricorre oggi il primo anno del <em>Motu Proprio</em> con il quale Papa Francesco ha istituito la Segreteria per la Comunicazione. Al microfono di <strong>Alessandro Gisotti</strong>, il prefetto del dicastero, <strong>mons. Dario Edoardo Viganò</strong>, ripercorre questi 12 mesi e indica i prossimi passi nella riforma dei media vaticani:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_7526697" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00536931.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00536931.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p>R. – Io raccolgo le riflessioni intorno a tre punti. Anzitutto un piccolo lavoro ordinario nella costruzione del nucleo iniziale della Segreteria per la Comunicazione: quindi penso all’organizzazione propria di un dicastero nuovo, quel lavoro che va dalla stesura degli Statuti all’organizzazione degli uffici. Questo è stato il primo lavoro. Il secondo è l’analisi dell’esistente: sono 9 le istituzioni coinvolte ed era importante conoscere il loro modello di lavoro, le persone e quindi non tanto una storia di quanto già esiste e ancora meno un giudizio sulla storia dei media vaticani. Un’analisi, invece, per cogliere le professionalità presenti; individuare quelle da far crescere, nella logica della valorizzazione del personale e, soprattutto, nella costruzione di gruppi misti di lavoro. Il terzo aspetto è comunicare: comunicare alle istituzioni. Io personalmente ho girato tutte le istituzioni per raccontare un po’ – a grandi linee – il processo della riforma e poi comunicare ai gruppi la logica di lavoro della riforma, le motivazioni, quali sono i criteri che guidano questo cammino. Un lavoro affascinante, certo anche con quale difficoltà e qualche fatica ma un lavoro decisamente affascinante, che oggi ha visto coinvolte circa 400 persone, per un totale di oltre 140 riunioni. E siamo all’inizio…. Verso fino luglio e certamente a partire da settembre inizieranno dei seminari - seminari che abbiamo organizzato insieme alla <em>Business School</em> della Luiss e alla Facoltà di Management e di Economia della stessa università - e lì alcune persone cresceranno per capire cosa vuol dire lavorare in team, qual è il processo motivazionale… Insomma tutto quel lavoro che è un importante accompagnamento nei processi di riforma.</p> <p>D. – All’inizio di questo mese, all’inizio di giugno, nella sessione del C9 lei ha potuto aggiornare il Papa e il Consiglio dei Cardinali, che hanno espresso grande soddisfazione sullo stato di attuazione della riforma. Può condividere qualche elemento di questo incontro, oltre a quello che abbiamo potuto leggere nel comunicato pubblicato dalla Sala Stampa nell’occasione?</p> <p>R. – Anzitutto lo stile di lavoro: io credevo di dover essere presente per un’ora nel pomeriggio, invece - da prima delle 16 fino alle 19 - sono state tre ore di lavoro insieme al Santo Padre e ai nove cardinali. Un lavoro che è stato anzitutto quello di ascolto dei passi che io ho raccontato, che abbiamo fatto tutti insieme, e delle prossime tappe. E poi i cardinali hanno preso la parola e hanno fatto molte, moltissime domande e anche molto concrete, molto tecniche. E’ stato un momento molto importante di conoscenza delle realtà stesse. Penso, ad esempio, quando ho raccontato loro alcuni numeri e questo è importante perché loro devono assumersi l’onore di alcune decisioni. Oltre a questo metodo, prima di concludere, c’è stata l’occasione per sintonizzarsi su alcune questioni molto concrete, in cui ho chiesto l’assunzione di una responsabilità condivisa.</p> <p>D. – Lei ha più volte sottolineato che la riforma dei media vaticani riguarda non solo le strutture, ma anche i processi di comunicazione. Perché è così importante per lei?</p> <p>R. – Direi che è la parte vera: è la vera riforma. Qualcuno, in fondo, mi dice: “Certo, fare un portale multimediale è come scoprire l’acqua calda”… E un po’ è anche vero questo, se uno si fermasse su ciò che appare: sì, può essere un portale più bello, costruito meglio, però tutto sommato quello che si vede è quello che si vede già ora pressappoco... La riforma sta in tutto ciò che non si vede e cioè nel sistema attraverso il quale verranno processate le notizie e soprattutto nel sistema di un nuovo <em>workflow</em> del lavoro. I lavori non saranno più individuali, singoli, ma saranno lavori di team – questo lavoro di team è importante – sapendo che nessuno ha la verità in tasca, soprattutto nel mondo della comunicazione. Impariamo a mettere da parte le proprie esperienze per disporsi ad apprendere, perché questa umiltà è l’elemento necessario di ogni riforma. Le strutture sono strutture e come si vede dall’analisi che è stata fatta delle nove realtà, ciò che è penalizzato è il lavoro, il processo appunto: è come se un motore, che ha tutto, non funziona bene e anziché produrre energia producesse solo calore; la macchina si surriscalda e ad un certo punto si blocca. Qui c’è un motore e il problema è che tutto ruoti bene perché funzioni e possa andare veloce, sappia frenare, sappia accelerare quando c’è da superare… Quando c’è qualcosa che non funziona, la macchina si surriscalda ed è un disastro!</p> <p>D. – Fin dalla prima riga del <em>Motu Proprio</em>, con il quale è stata istituita la Segreteria per la Comunicazione, si sottolinea che il contesto comunicativo è oggi caratterizzato dalla presenza e dallo sviluppo dei media digitali. Come influisce questo dato così forte sulla visione e sulla realizzazione anche della riforma dei media vaticani?</p> <p>R. – Mettere in relazione, come ha fatto il Santo Padre, il contesto attuale e la necessità della riforma di un sistema comunicativo è quanto di più nuovo e quanto di più proprio della riforma che ci possa essere. Perché? Perché l’attenzione al contesto storico e culturale non è una concessione delle piccole élite culturali, piuttosto è l’elemento centrale nella logica della fede cristiana, perché non dimentichiamo che la fede cristiana è una fede che vive propriamente della dinamica della legge dell’incarnazione e quindi non è pensabile lasciar fuori il contesto. In Italia, nel Secondo Dopoguerra, le modalità di annuncio del Vangelo e di catechesi erano modalità che la Chiesa assumeva molto diverse da quelle che oggi sono le forme attestabili della comunità cristiana in Italia. Quindi, il contesto determina la prassi della Chiesa, nel senso che la comunità, la comunità cristiana, discerne come essere comunità fedele al Vangelo in un contesto culturale oggi mutato. In questo senso l’attenzione al contesto digitale è quella che ci fa assumere come prospettiva quella che io chiamo “User first”: cioè cercare di smetterla di guardarci l’ombelico, nella certezza che gli altri ci ascoltino e ci guardino. Questo non è un presupposto possibile! E’ piuttosto l’atteggiamento di cercare chi sono i nostri interlocutori, ascoltarli, ascoltare il loro cuore, le loro domande; comprendere la modalità di fruizione dei media che oggi loro hanno: se penso ai media oggi, l’85 per cento sono fruiti in mobilità. Se noi facciamo una radio di programmi, già siamo penalizzati da questo punto di vista… Quindi credo che sia un invito – il <em>Motu Proprio</em> - ad uscire dall’arroganza di una comunicazione unidirezionale e sapere che siamo chiamati a raccontare, a narrare il Vangelo della Misericordia a uomini e donne concreti, a uomini e donne che vivono, giorno dopo giorno, immersi nei media.</p> <p>D. – Nel primo anno della Segreteria per la Comunicazione è nato anche l’account <em>Instagram</em> di Papa Francesco e il successo è stato immediato. Quale lezione si può trarre da un risultato così?</p> <p>R. – Certamente Instagram è stato una caso di studio, vista la crescita esponenziale. Devo anche dire che è un caso di studio per il fatto che gli elementi di commento maggiori sono gli elementi più di tratto spirituale, di vicinanza, di condivisione. E anche questo è un elemento interessante, perché quando abbiamo avuto gli incontri con i responsabili di<em> Instagram</em>, uno dei suggerimenti fatti dalla loro équipe era quello di postare foto molto "backstage". La scelta è stata diversa, ma non ha assolutamente penalizzato: sembra invece una strada che è particolarmente apprezzata. La lezione non lo so...  i social media permettono di dire qualcosa, di raccontare: un po’ come quelle frecce scoccate al cuore di Dio, che durano un istante; o come quando una persona viaggia per strada, a piedi o in macchina, vede una edicola della Madonna, dice una giaculatoria… E’ un po’ come un mantenere viva nel cuore una dinamica di visione spirituale della propria esistenza.</p> <p>D. – Il portale unico dei media vaticani è uno dei grande progetti in programma per questo anno. Cosa cambierà per il navigatore interessato all’informazione riguardante il Papa e la Chiesa rispetto a quanto succede oggi?</p> <p>R. – Il Portale sarà l’assetto visibile di quel processo di cui parlavo: noi vedremo un nuovo portale. L’idea è quella dell’iceberg: noi vedremo una punta, ma è importante tutto ciò che sta sotto. E quindi sarà un portale che avrà video, podcast, immagini, notizie scritte, possibilità di ascoltare live – ad esempio – la radio… Insomma un portale che non sia “molti-mediale”, ma multimediale, pensato perché immediatamente una notizia possa essere processata secondo i linguaggi propri dei vari media. Il vantaggio qual è? Il vantaggio è che non ci sarà più la cannibalizzazione degli utenti, che oggi invece sono utenti basiti, se non addirittura spaesati di fronte a una pletora di portali, di siti e anche di App. Io penso, ad esempio, quanto il portale vaticano non sia stato minimamente visitato il giorno della elezione di Papa Francesco… Siamo stati di fatto inesistenti per il pubblico, che ha preferito il portale di Wikipedia per capire chi era Jorge Mario Bergoglio. Quindi c’è un lavoro da fare molto importante sia di <em>web reputation</em> che di posizionamento. E questo credo che sia molto interessante: cioè diventare noi non una tra le fonti, ma diventare noi <em>la</em> fonte! Non certo la fonte ufficiale, perché questa è la Sala Stampa, ma certamente una fonte importante.</p> <p>D. – Altro punto forte della riforma dei media vaticani – come è noto – in questo 2016 è l’integrazione della Radio Vaticana e del Centro Televisivo Vaticano. Cosa cambierà per l’ascoltatore e il telespettatore? Cosa migliorerà, secondo lei, per l’utente proprio su quel tema dello “User first”?</p> <p>R. – C’è un aspetto broadcast anzitutto: quindi certamente ci sarà l’unificazione della Radiotelevisione vaticana, chiamiamola così… poter proseguire in quelle sperimentazioni che già facciamo, soprattutto penso nelle grandi celebrazioni del Santo Padre. Certamente c’è un ripensamento, un riposizionamento e un ampliamento – spero – della copertura di 105, la Radio Vaticana Italiana, perché credo che questa sia molto importante che rimanga radio: è una radio! Quindi è importante che possa venir raccontato, è importante che le persone possano ascoltare la Radio Vaticana, in italiano, probabilmente con molte news, anche in altre lingue. Un radio di flusso su cui bisogna lavorare molto, ma credo che ci siano delle grandi professionalità e si potrà procedere da questo punto di vista. Da ultimo, invece, come diceva già padre Federico Lombardi in occasione dell’80.mo della Radio, quella che noi comunemente chiamiamo “Radio Vaticana” non è più una radio: cioè le redazioni linguistiche sono redazioni che saranno il cuore pulsante, che saranno i protagonisti dell’<em>hub content</em> dell’unico portale: l’unico portale avrà delle redazioni multilinguistiche e multiculturali, in cui ciascuno non solo avrà un approccio testuale, ma anche – per esempio – proseguirà a fare o a fare meglio o fare differentemente quel momento breve – che va dai 12 minuti e in altre redazioni molto di più - di audio, che diventeranno dei <em>podcast</em>, che verranno poi scaricati e messi a disposizione. Quindi questo credo che sia un po’ il cammino che ci attende in questi mesi: un cammino che vede sempre più gente entusiasta di essere protagonista di questo cambiamento e di essere protagonista all’interno di un cambiamento che il Santo Padre, Papa Francesco, ci ha chiesto. Mi accorgo da tutte le email che ricevo e dagli incontri che faccio che c’è davvero grande entusiasmo.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/06/27/viganò_vi_racconto_primo_anno_segreteria_comunicazione/1240365">(Da Radio Vaticana)</a>Papa: Armenia, croci e coraggio. Nuova unità per l'Europa dopo la Brexit2016-06-27T12:08:16+00:00http://www.news.va/it/news/papa-armenia-croci-e-coraggio-nuova-unita-per-leur Al popolo armeno auguro di avere “giustizia e pace”, all’Europa di ritrovare una nuova “unità” dopo la “Brexit”. È stato un nuovo dialogo a tutto campo quello intavolato da Papa Francesco con i giornalisti che erano a bordo con lui sul volo di rientro dall’Armenia . Tanti i temi toccati, dai rapporti ecumenici alla presenza del Papa emerito in Vaticano, dall’istituzione di una commissione sulle diaconesse alla scelta di usare il termine “genocidio” circa lo sterminio armeno del secolo scorso. Il servizio di Alessandro De Carolis : “Non conoscevo un’altra parola”. E soprattutto non aveva senso tacerla dopo averla già utilizzata. Francesco, il Papa della schiettezza, soddisfa la curiosità dei giornalisti che inevitabilmente vogliono sapere le ragioni del "vocabolo-tabù", sempre al centro di questioni ogni volta che si parli dell’uccisione di massa degli armeni del primo Novecento e delle responsabilità turche nella vicenda: “Io non conoscevo un’altra parola. Io vengo con questa parola. Quando arrivo a Roma, sento l’altra parola, ‘Il Grande Male’ o ‘la tragedia terribile’ (…) e mi dicono che no, che quella è offensiva – quella del 'genocidio' – che si deve dire questa (…) Ma, dopo aver sentito il tono del discorso del presidente e anche con il mio passato con questa parola e aver detto questa parola l’anno scorso a San Pietro, pubblicamente, sarebbe suonato molto strano non dire lo stesso, almeno. Ma lì io volevo sottolineare un’altra cosa, e credo – che non sbaglio – che ho detto: in questo genocidio, come negli altri due, le grandi potenze internazionali guardavano da un’altra parte”. La pietra e la tenerezza Degli armeni, Francesco celebra il coraggio e la fedeltà secolare alla fede cristiana, la capacità di non aver smarrito la “tenerezza”, la bellezza dell’“arte”, in mezzo a una vita costellata di “croci di pietra”. “Prego – dice – perché trovi la giustizia e la pace”: “Io so che tanti lavorano per questo e anche io sono stato molto contento, la settimana scorsa, quando ho visto una fotografia del presidente Putin con i due presidenti armeno e azero: almeno parlano… E anche con la Turchia: il presidente della Repubblica nel suo discorso di benvenuto ha parlato chiaro. Ha avuto il coraggio di dire ‘mettiamoci d’accordo, perdoniamoci e guardiamo al futuro’. Ma questo è un coraggio grande!”. Brexit, unità e conflitto Non può mancare un nuovo commento del Papa sul tema del giorno, la “Brexit”, stavolta più articolato rispetto all’accenno fatto all’andata. Un giornalista, ovviamente inglese, gli chiede se sia preoccupato del fatto che l’uscita del Regno Unito possa comportare la disintegrazione dell’Europa e addirittura una guerra. Per Francesco, questi venti di stampo secessionistico sono da valutare “bene” per evitare il pericolo, afferma, di una “balcanizzazione” del continente: “La guerra già c’è in Europa! Poi c’è un’aria di divisione e non solo in Europa, ma negli stessi Paesi. Si ricordi della Catalogna, l’anno scorso la Scozia (…) Per me sempre l’unità è superiore al conflitto: sempre! (…) E il passo (…) che deve dare l’Unione Europea per ritrovare la forza che ha avuto nelle sue radici è un passo di creatività e anche di 'sana disunione': cioè dare più indipendenza, dare più libertà ai Paesi dell’Unione”. Il dialogo degli ortodossi I temi di attualità ecumenica abbondano, primo fra tutti il Concilio panortodosso di Creta, che dopo decenni di preparazione ha visto alcune Chiese, tra cui il Patriarcato di Mosca, rinunciare a prendervi parte. Ma il parere del Papa è positivo: “Il solo fatto che queste Chiese autocefale si siano riunite, in nome dell’ortodossia, per guardarsi in faccia, per pregare insieme e parlare e forse dire qualche battuta, ma quello è positivissimo. Io ringrazio il Signore. Al prossimo saranno di più. Benedetto sia il Signore!”. Lutero aveva delle ragioni Una domanda chiama in causa Francesco anche sui 500 anni della Riforma protestante, che vedrà il Papa volare tra quattro mesi in Svezia per una celebrazione. Lutero? Credo che le sue intenzioni “non fossero sbagliate”, opina il Papa, forse erano “alcuni metodi” a non essere “giusti”. E tuttavia, la Chiesa – ammette – ha la sua parte di responsabilità nel processo che mise in moto la Riforma: “C’era corruzione nella Chiesa, c’erano mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere. E per questo lui ha protestato. Poi era intelligente e ha fatto un passo avanti giustificando il perché faceva questo. E  oggi luterani e cattolici, protestanti e tutti, siamo d’accordo sulla dottrina della Giustificazione: su questo punto tanto importante lui non aveva sbagliato (...) Oggi il dialogo è molto buono e quel documento sulla Giustificazione credo che sia uno dei  documenti ecumenici più ricchi, più ricchi e più profondi, no? E d’accordo, ci sono divisioni, ma dipendono anche dalle Chiese”. Una Chiesa che chiede perdono Sul rispetto verso gli omosessuali – sul quale viene sollecitato a partire da una recente affermazione del cardinale Marx – Francesco ribadisce che nessuno può ergersi a giudice di queste persone e ricorda il Catechismo che invita ad accompagnarne il cammino verso Dio. Quindi soggiunge: “Io credo che la Chiesa non solo debba chiedere scusa – come ha detto quel cardinale ‘marxista’… (ride) – a questa persona che è gay, che ha offeso, ma deve chiedere scusa ai poveri anche, alle donne e ai bambini sfruttati nel lavoro; deve chiedere scusa di aver benedetto tante armi. La Chiesa deve chiedere scusa di non essersi comportata tante, tante volte – e quando dico ‘Chiesa’ intendo i cristiani: la Chiesa è santa, i peccatori siamo noi – i cristiani devono chiedere scusa di non aver accompagnato tante scelte, tante famiglie”. C'è un solo Papa Francesco conferma di avere sulla scrivania l’ipotesi di una commissione di studio per l’istituzione delle diaconesse nella Chiesa e assicura che durante la visita ad Auschwitz, il mese prossimo, vorrà come fatto al mausoleo del genocidio armeno “andare in quel posto di orrore senza discorsi”, con la preghiera del “silenzio”. Infine con la consueta, affettuosa simpatia che sempre gli riserva, Francesco torna a parlare di Benedetto XVI. Con "coraggio", "scienza" e "teologia - riconosce - "ha deciso di aprire" la porta al Papato emerito, "ma - ribadisce Francesco - c'è un solo Papa": “Lui per me è (…) il nonno saggio, è l’uomo che mi custodisce le spalle e la schiena con la sua preghiera. Mai dimentico quel discorso che ci ha fatto, ai cardinali, il 28 febbraio: ‘Fra voi sicuro ci sarà il mio successore. Prometto obbedienza’, e lo ha fatto. Poi ho sentito, ma non so se è vero questo... Sottolineo: ho sentito – forse saranno dicerie ma vanno bene con il suo carattere – che alcuni sono andati lì a lamentarsi perché questo nuovo Papa… E li ha cacciati via, con il migliore stile bavarese: educato, ma li ha cacciati via. E se non è vero, è ben trovato, perché quest’uomo è così: è un uomo di parola, un uomo retto, retto, retto”. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/06/26/REUTERS1517588_LancioGrande.JPG" title=""/> <p>Al popolo armeno auguro di avere “giustizia e pace”, all’Europa di ritrovare una nuova “unità” dopo la “Brexit”. <a href="http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/june/documents/papa-francesco_20160626_armenia-conferenza-stampa.html">È stato un nuovo dialogo a tutto campo quello intavolato da Papa Francesco con i giornalisti che erano a bordo con lui sul volo di rientro dall’Armenia</a>. Tanti i temi toccati, dai rapporti ecumenici alla presenza del Papa emerito in Vaticano, dall’istituzione di una commissione sulle diaconesse alla scelta di usare il termine “genocidio” circa lo sterminio armeno del secolo scorso. Il servizio di <strong>Alessandro De Carolis</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_7527479" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00536947.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00536947.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">“Non conoscevo un’altra parola”. E soprattutto non aveva senso tacerla dopo averla già utilizzata. Francesco, il Papa della schiettezza, soddisfa la curiosità dei giornalisti che inevitabilmente vogliono sapere le ragioni del "vocabolo-tabù", sempre al centro di questioni ogni volta che si parli dell’uccisione di massa degli armeni del primo Novecento e delle responsabilità turche nella vicenda:</span></p> <p>“Io non conoscevo un’altra parola. Io vengo con questa parola. Quando arrivo a Roma, sento l’altra parola, ‘Il Grande Male’ o ‘la tragedia terribile’ (…) e mi dicono che no, che quella è offensiva – quella del 'genocidio' – che si deve dire questa (…) Ma, dopo aver sentito il tono del discorso del presidente e anche con il mio passato con questa parola e aver detto questa parola l’anno scorso a San Pietro, pubblicamente, sarebbe suonato molto strano non dire lo stesso, almeno. Ma lì io volevo sottolineare un’altra cosa, e credo – che non sbaglio – che ho detto: in questo genocidio, come negli altri due, le grandi potenze internazionali guardavano da un’altra parte”.</p> <p><strong>La pietra e la tenerezza</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Degli armeni, Francesco celebra il coraggio e la fedeltà secolare alla fede cristiana, la capacità di non aver smarrito la “tenerezza”, la bellezza dell’“arte”, in mezzo a una vita costellata di “croci di pietra”. “Prego – dice – perché trovi la giustizia e la pace”:</span></p> <p>“Io so che tanti lavorano per questo e anche io sono stato molto contento, la settimana scorsa, quando ho visto una fotografia del presidente Putin con i due presidenti armeno e azero: almeno parlano… E anche con la Turchia: il presidente della Repubblica nel suo discorso di benvenuto ha parlato chiaro. Ha avuto il coraggio di dire ‘mettiamoci d’accordo, perdoniamoci e guardiamo al futuro’. Ma questo è un coraggio grande!”.</p> <p><strong>Brexit, unità e conflitto</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Non può mancare un nuovo commento del Papa sul tema del giorno, la “Brexit”, stavolta più articolato rispetto all’accenno fatto all’andata. Un giornalista, ovviamente inglese, gli chiede se sia preoccupato del fatto che l’uscita del Regno Unito possa comportare la disintegrazione dell’Europa e addirittura una guerra. Per Francesco, questi venti di stampo secessionistico sono da valutare “bene” per evitare il pericolo, afferma, di una “balcanizzazione” del continente:</span></p> <p>“La guerra già c’è in Europa! Poi c’è un’aria di divisione e non solo in Europa, ma negli stessi Paesi. Si ricordi della Catalogna, l’anno scorso la Scozia (…) Per me sempre l’unità è superiore al conflitto: sempre! (…) E il passo (…) che deve dare l’Unione Europea per ritrovare la forza che ha avuto nelle sue radici è un passo di creatività e anche di 'sana disunione': cioè dare più indipendenza, dare più libertà ai Paesi dell’Unione”.</p> <p><strong>Il dialogo degli ortodossi</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">I temi di attualità ecumenica abbondano, primo fra tutti il Concilio panortodosso di Creta, che dopo decenni di preparazione ha visto alcune Chiese, tra cui il Patriarcato di Mosca, rinunciare a prendervi parte. Ma il parere del Papa è positivo:</span></p> <p>“Il solo fatto che queste Chiese autocefale si siano riunite, in nome dell’ortodossia, per guardarsi in faccia, per pregare insieme e parlare e forse dire qualche battuta, ma quello è positivissimo. Io ringrazio il Signore. Al prossimo saranno di più. Benedetto sia il Signore!”.</p> <p><strong>Lutero aveva delle ragioni</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Una domanda chiama in causa Francesco anche sui 500 anni della Riforma protestante, che vedrà il Papa volare tra quattro mesi in Svezia per una celebrazione. Lutero? Credo che le sue intenzioni “non fossero sbagliate”, opina il Papa, forse erano “alcuni metodi” a non essere “giusti”. E tuttavia, la Chiesa – ammette – ha la sua parte di responsabilità nel processo che mise in moto la Riforma:</span></p> <p>“C’era corruzione nella Chiesa, c’erano mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere. E per questo lui ha protestato. Poi era intelligente e ha fatto un passo avanti giustificando il perché faceva questo. E  oggi luterani e cattolici, protestanti e tutti, siamo d’accordo sulla dottrina della Giustificazione: su questo punto tanto importante lui non aveva sbagliato (...) Oggi il dialogo è molto buono e quel documento sulla Giustificazione credo che sia uno dei  documenti ecumenici più ricchi, più ricchi e più profondi, no? E d’accordo, ci sono divisioni, ma dipendono anche dalle Chiese”.</p> <p><b>Una Chiesa che chiede perdono</b><br/> <span style="line-height: 1.6;">Sul rispetto verso gli omosessuali – sul quale viene sollecitato a partire da una recente affermazione del cardinale Marx – Francesco ribadisce che nessuno può ergersi a giudice di queste persone e ricorda il Catechismo che invita ad accompagnarne il cammino verso Dio. Quindi soggiunge:</span></p> <p>“Io credo che la Chiesa non solo debba chiedere scusa – come ha detto quel cardinale ‘marxista’… (ride) – a questa persona che è gay, che ha offeso, ma deve chiedere scusa ai poveri anche, alle donne e ai bambini sfruttati nel lavoro; deve chiedere scusa di aver benedetto tante armi. La Chiesa deve chiedere scusa di non essersi comportata tante, tante volte – e quando dico ‘Chiesa’ intendo i cristiani: la Chiesa è santa, i peccatori siamo noi – i cristiani devono chiedere scusa di non aver accompagnato tante scelte, tante famiglie”.</p> <p><b>C'è un solo Papa</b><br/> <span style="line-height: 1.6;">Francesco conferma di avere sulla scrivania l’ipotesi di una commissione di studio per l’istituzione delle diaconesse nella Chiesa e assicura che durante la visita ad Auschwitz, il mese prossimo, vorrà come fatto al mausoleo del genocidio armeno “andare in quel posto di orrore senza discorsi”, con la preghiera del “silenzio”. Infine con la consueta, affettuosa simpatia che sempre gli riserva, Francesco torna a parlare di Benedetto XVI. Con "coraggio", "scienza" e "teologia - riconosce - "ha deciso di aprire" la porta al Papato emerito, "ma - ribadisce Francesco - c'è un solo Papa":</span></p> <p>“Lui per me è (…) il nonno saggio, è l’uomo che mi custodisce le spalle e la schiena con la sua preghiera. Mai dimentico quel discorso che ci ha fatto, ai cardinali, il 28 febbraio: ‘Fra voi sicuro ci sarà il mio successore. Prometto obbedienza’, e lo ha fatto. Poi ho sentito, ma non so se è vero questo... Sottolineo: ho sentito – forse saranno dicerie ma vanno bene con il suo carattere – che alcuni sono andati lì a lamentarsi perché questo nuovo Papa… E li ha cacciati via, con il migliore stile bavarese: educato, ma li ha cacciati via. E se non è vero, è ben trovato, perché quest’uomo è così: è un uomo di parola, un uomo retto, retto, retto”.</p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/06/27/papa_armenia,_croci_e_coraggio_brexit_lunità_vale_di_più/1240362">(Da Radio Vaticana)</a>La visita del Papa al Monastero di Khor Virap2016-06-26T17:56:05+00:00http://www.news.va/it/news/la-visita-del-papa-al-monastero-di-khor-virap "Sono felice di aver visitato l'Armenia, Paese che per primo abbracciò la fede cristiana, e ringrazio tutti per l'accoglienza": è quanto ha scritto Papa Francesco su Twitter (@Pontifex), a conclusione del suo viaggio. La cerimonia di congedo si è svolta all’aeroporto della capitale, Yerevan, alla presenza del capo di Stato armeno Serzh Sargsyan, del Catholicos Karekin II e dei vescovi cattolici. L’aereo è decollato alle 16.48 ora italiana ed è arrivato a Ciampino alle 20.30, con qualche minuto di anticipo. Prima di rientrare in Vaticano, Francesco si è recato, come di consueto, nella Basilica di Santa Maria Maggiore per ringraziare la Salus Populi Romani del felice esito del viaggio, la cui ultima suggestiva tappa è stata la visita al Monastero di Khor Virap. Ce ne parla Sergio Centofanti : Il viaggio di Papa Francesco si è concluso, tra le note di un antico canto armeno, in uno dei luoghi più sacri dell’Armenia: il Monastero di Khor Virap che significa “prigione in profondità”.  Qui, ai piedi del Monte Ararat, c’è un pozzo profondo dove San Gregorio l’Illuminatore, l’evangelizzatore di questa Nazione, venne imprigionato per 13 anni, alla fine del III secolo, da Re Tiridate III che perseguitava i cristiani. Il sovrano, colpito da una grave malattia, fu guarito proprio grazie alle preghiere di San Gregorio: si convertì e nel 301 proclamò l’Armenia “Nazione cristiana”, la prima della storia. Il Monastero è meta di pellegrinaggi da tutto il Paese. Devastato da un violento terremoto nel 1679, venne ricostruito gradualmente con vari rifacimenti ed aggiunte come la torre campanaria innalzata nel 1800. Il Monastero è sotto la diretta giurisdizione del Catholicos armeno apostolico. Papa Giovanni Paolo II lo ha visitato il 27 settembre 2001. In questo luogo, Papa Francesco e Karekin II hanno pregato insieme, poi hanno liberato due colombe bianche, emblema di pace e di purezza, verso il Monte Ararat, simbolo dell’Armenia e oggi in territorio turco, dove secondo una tradizione si posò l’Arca di Noè dopo il diluvio. Il Papa ha lasciato in dono al Monastero una lampada in argento e vetro che reca una croce armena e ricorda la prigionia di San Gregorio.  (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/06/26/ANSA1033086_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>"Sono felice di aver visitato l'Armenia, Paese che per primo abbracciò la fede cristiana, e ringrazio tutti per l'accoglienza": è quanto ha scritto Papa Francesco su Twitter (@Pontifex), a conclusione del suo viaggio. La cerimonia di congedo si è svolta all’aeroporto della capitale, Yerevan, alla presenza del capo di Stato armeno Serzh Sargsyan, del Catholicos Karekin II e dei vescovi cattolici. L’aereo è decollato alle 16.48 ora italiana ed è arrivato a Ciampino alle 20.30, con qualche minuto di anticipo. Prima di rientrare in Vaticano, Francesco si è recato, come di consueto, nella Basilica di Santa Maria Maggiore per ringraziare la Salus Populi Romani del felice esito del viaggio, la cui ultima suggestiva tappa è stata la visita al Monastero di Khor Virap. Ce ne parla <strong>Sergio Centofanti</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_7518432" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00536906.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00536906.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p>Il viaggio di Papa Francesco si è concluso, tra le note di un antico canto armeno, in uno dei luoghi più sacri dell’Armenia: il Monastero di Khor Virap che significa “prigione in profondità”.  Qui, ai piedi del Monte Ararat, c’è un pozzo profondo dove San Gregorio l’Illuminatore, l’evangelizzatore di questa Nazione, venne imprigionato per 13 anni, alla fine del III secolo, da Re Tiridate III che perseguitava i cristiani. Il sovrano, colpito da una grave malattia, fu guarito proprio grazie alle preghiere di San Gregorio: si convertì e nel 301 proclamò l’Armenia “Nazione cristiana”, la prima della storia.</p> <p>Il Monastero è meta di pellegrinaggi da tutto il Paese. Devastato da un violento terremoto nel 1679, venne ricostruito gradualmente con vari rifacimenti ed aggiunte come la torre campanaria innalzata nel 1800. Il Monastero è sotto la diretta giurisdizione del Catholicos armeno apostolico. Papa Giovanni Paolo II lo ha visitato il 27 settembre 2001.</p> <p>In questo luogo, Papa Francesco e Karekin II hanno pregato insieme, poi hanno liberato due colombe bianche, emblema di pace e di purezza, verso il Monte Ararat, simbolo dell’Armenia e oggi in territorio turco, dove secondo una tradizione si posò l’Arca di Noè dopo il diluvio. Il Papa ha lasciato in dono al Monastero una lampada in argento e vetro che reca una croce armena e ricorda la prigionia di San Gregorio. </p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/06/26/la_visita_del_papa_al_monastero_di_khor_virap/1240313">(Da Radio Vaticana)</a>Dichiarazione comune di Papa Francesco e del Catholicos Karekin II2016-06-26T14:01:30+00:00http://www.news.va/it/news/dichiarazione-comune-di-papa-francesco-e-del-catho Al termine del viaggio in Armenia, prima di recarsi al Monastero di Khor Virap, uno dei luoghi più sacri della Chiesa armena al confine con la Turchia, ai piedi del Monte Ararat, il Papa ha firmato una dichiarazione comune con il Catholicos Karekin II. Questo il testo integrale della dichiarazione Oggi nella Santa Etchmiadzin, centro spirituale di Tutti gli Armeni, noi, Papa Francesco e Karekin II, Catholicos di Tutti gli Armeni, eleviamo le nostre menti e i nostri cuori nel ringraziare l’Onnipotente per la continua e crescente vicinanza nella fede e nell’amore tra la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica nella loro comune testimonianza al messaggio del Vangelo in un mondo lacerato da conflitti e desideroso di conforto e speranza. Lodiamo la Santissima Trinità, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, per averci consentito di venire nella biblica terra dell’Ararat, che si erge come a ricordarci che Dio sarà sempre la nostra protezione e salvezza. Siamo spiritualmente compiaciuti di ricordare che nel 2001, in occasione del 1700° anniversario della proclamazione del Cristianesimo quale religione dell’Armenia, san Giovanni Paolo II visitò l’Armenia e fu testimone di una nuova pagina delle calorose e fraterne relazioni tra la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica. Siamo grati di aver avuto la grazia di essere insieme in una solenne liturgia nella Basilica di San Pietro a Roma il 12 aprile 2015, nella quale ci siamo impegnati ad opporci ad ogni forma di discriminazione e violenza, e abbiamo commemorato le vittime di quello che la Dichiarazione Comune di Sua Santità Giovanni Paolo II e Sua Santità Karekin II menzionò quale «lo sterminio di un milione e mezzo di Cristiani Armeni, che generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo» (27 settembre 2001). Lodiamo il Signore per il fatto che oggi la fede cristiana è di nuovo una vibrante realtà in Armenia, e che la Chiesa Armena porta avanti la sua missione con uno spirito di fraterna collaborazione tra le Chiese, sostenendo i fedeli nel costruire un mondo di solidarietà, di giustizia e di pace. Tuttavia, siamo purtroppo testimoni di un’immensa tragedia che avviene davanti ai nostri occhi: di innumerevoli persone innocenti uccise, deportate o costrette a un doloroso e incerto esilio da continui conflitti a base etnica, politica e religiosa nel Medio Oriente e in altre parti del mondo. Ne consegue che le minoranze etniche e religiose sono diventate l’obiettivo di persecuzioni e di trattamenti crudeli, al punto che tali sofferenze a motivo dell’appartenenza ad una confessione religiosa sono divenute una realtà quotidiana. I martiri appartengono a tutte le Chiese e la loro sofferenza costituisce un “ecumenismo del sangue” che trascende le divisioni storiche tra cristiani, chiamando tutti noi a promuovere l’unità visibile dei discepoli di Cristo. Insieme preghiamo, per intercessione dei santi Apostoli Pietro e Paolo, Taddeo e Bartolomeo, per un cambiamento del cuore in tutti quelli che commettono tali crimini e in coloro che sono in condizione di fermare la violenza. Imploriamo i capi delle nazioni di ascoltare la richiesta di milioni di esseri umani, che attendono con ansia pace e giustizia nel mondo, che chiedono il rispetto dei diritti loro attribuiti da Dio, che hanno urgente bisogno di pane, non di armi. Purtroppo assistiamo a una presentazione della religione e dei valori religiosi in un modo fondamentalistico, che viene usato per giustificare la diffusione dell’odio, della discriminazione e della violenza. La giustificazione di tali crimini sulla base di idee religiose è inaccettabile, perché «Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» (1 Cor 14,33). Inoltre, il rispetto per le differenze religiose è la condizione necessaria per la pacifica convivenza di diverse comunità etniche e religiose. Proprio perché siamo cristiani, siamo chiamati a cercare e sviluppare vie di riconciliazione e di pace. A questo proposito esprimiamo anche la nostra speranza per una soluzione pacifica delle questioni riguardanti il Nagorno-Karabakh. Memori di quanto Gesù insegnò ai suoi discepoli quando disse: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25, 35-36), chiediamo ai fedeli delle nostre Chiese di aprire i loro cuori e le loro mani alle vittime della guerra e del terrorismo, ai rifugiati e alle loro famiglie. E’ in gioco il senso stesso della nostra umanità, della nostra solidarietà, compassione e generosità, che può essere espresso in modo appropriato solamente mediante un immediato e pratico impiego di risorse. Riconosciamo che tutto ciò è già stato fatto, ma ribadiamo che molto di più si richiede da parte dei responsabili politici e della comunità internazionale al fine di assicurare il diritto di tutti a vivere in pace e sicurezza, per sostenere lo stato di diritto, per proteggere le minoranze religiose ed etniche, per combattere il traffico e il contrabbando di esseri umani.   La secolarizzazione di ampi settori della società, la sua alienazione da ciò che è spirituale e divino, conduce inevitabilmente ad una visione desacralizzata e materialistica dell’uomo e della famiglia umana. A questo riguardo siamo preoccupati per la crisi della famiglia in molti Paesi. La Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica condividono la medesima visione della famiglia, basata sul matrimonio, atto di gratuità e di amore fedele tra un uomo e una donna. Siamo lieti di confermare che, nonostante le persistenti divisioni tra Cristiani, abbiamo compreso più chiaramente che ciò che ci unisce è molto più di quello che ci divide. Questa è la solida base sulla quale l’unità della Chiesa di Cristo sarà resa manifesta, secondo le parole del Signore: «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Nei decenni scorsi le relazioni tra la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica sono entrate con successo in una nuova fase, fortificate dalle nostre preghiere reciproche e dal nostro comune impegno nel superare le sfide attuali. Oggi siamo convinti dell’importanza cruciale di sviluppare queste relazioni, intraprendendo una profonda e più decisiva collaborazione non solo in campo teologico, ma anche nella preghiera e in un’attiva cooperazione a livello delle comunità locali, nella prospettiva di condividere una piena comunione ed espressioni concrete di unità. Esortiamo i nostri fedeli a lavorare in armonia per promuovere nella società i valori cristiani, che contribuiscono efficacemente alla costruzione di una civiltà di giustizia, di pace e di solidarietà umana. La via della riconciliazione e della fraternità è aperta davanti a noi. Lo Spirito Santo, che ci guida alla verità tutta intera (cfr Gv 16,13), sostenga ogni genuino sforzo per costruire ponti di amore e di comunione tra noi. Dalla Santa Etchmiadzin invitiamo tutti i nostri fedeli ad unirsi a noi in preghiera, con le parole di san Nerses il Grazioso: «Glorioso Signore, accetta le suppliche dei Tuoi servi, e benevolmente esaudisci le nostre richieste, per intercessione della Santa Madre di Dio, di san Giovanni Battista, di santo Stefano Protomartire, di san Gregorio l’Illuminatore, dei santi Apostoli, dei Profeti, dei Santi “Divini”, dei Martiri, dei Patriarchi, degli Eremiti, delle Vergini e di tutti i Tuoi santi in cielo e sulla terra. E a Te, o indivisibile Santa Trinità, sia gloria e lode nei secoli dei secoli. Amen”. Santa Etchmiadzin, 26 giugno 2016                                                                  Sua Santità Francesco                        Sua Santità Karekin II (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/06/26/ANSA1032953_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Al termine del viaggio in Armenia, prima di recarsi al Monastero di Khor Virap, uno dei luoghi più sacri della Chiesa armena al confine con la Turchia, ai piedi del Monte Ararat, il Papa ha firmato una dichiarazione comune con il Catholicos Karekin II. Questo il testo integrale della dichiarazione</p> <p><span style="line-height: 1.6;">Oggi nella Santa Etchmiadzin, centro spirituale di Tutti gli Armeni, noi, Papa Francesco e Karekin II, Catholicos di Tutti gli Armeni, eleviamo le nostre menti e i nostri cuori nel ringraziare l’Onnipotente per la continua e crescente vicinanza nella fede e nell’amore tra la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica nella loro comune testimonianza al messaggio del Vangelo in un mondo lacerato da conflitti e desideroso di conforto e speranza. Lodiamo la Santissima Trinità, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, per averci consentito di venire nella biblica terra dell’Ararat, che si erge come a ricordarci che Dio sarà sempre la nostra protezione e salvezza. Siamo spiritualmente compiaciuti di ricordare che nel 2001, in occasione del 1700° anniversario della proclamazione del Cristianesimo quale religione dell’Armenia, san Giovanni Paolo II visitò l’Armenia e fu testimone di una nuova pagina delle calorose e fraterne relazioni tra la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica. Siamo grati di aver avuto la grazia di essere insieme in una solenne liturgia nella Basilica di San Pietro a Roma il 12 aprile 2015, nella quale ci siamo impegnati ad opporci ad ogni forma di discriminazione e violenza, e abbiamo commemorato le vittime di quello che la Dichiarazione Comune di Sua Santità Giovanni Paolo II e Sua Santità Karekin II menzionò quale «lo sterminio di un milione e mezzo di Cristiani Armeni, che generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo» (27 settembre 2001).</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Lodiamo il Signore per il fatto che oggi la fede cristiana è di nuovo una vibrante realtà in Armenia, e che la Chiesa Armena porta avanti la sua missione con uno spirito di fraterna collaborazione tra le Chiese, sostenendo i fedeli nel costruire un mondo di solidarietà, di giustizia e di pace.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Tuttavia, siamo purtroppo testimoni di un’immensa tragedia che avviene davanti ai nostri occhi: di innumerevoli persone innocenti uccise, deportate o costrette a un doloroso e incerto esilio da continui conflitti a base etnica, politica e religiosa nel Medio Oriente e in altre parti del mondo. Ne consegue che le minoranze etniche e religiose sono diventate l’obiettivo di persecuzioni e di trattamenti crudeli, al punto che tali sofferenze a motivo dell’appartenenza ad una confessione religiosa sono divenute una realtà quotidiana. I martiri appartengono a tutte le Chiese e la loro sofferenza costituisce un “ecumenismo del sangue” che trascende le divisioni storiche tra cristiani, chiamando tutti noi a promuovere l’unità visibile dei discepoli di Cristo. Insieme preghiamo, per intercessione dei santi Apostoli Pietro e Paolo, Taddeo e Bartolomeo, per un cambiamento del cuore in tutti quelli che commettono tali crimini e in coloro che sono in condizione di fermare la violenza. Imploriamo i capi delle nazioni di ascoltare la richiesta di milioni di esseri umani, che attendono con ansia pace e giustizia nel mondo, che chiedono il rispetto dei diritti loro attribuiti da Dio, che hanno urgente bisogno di pane, non di armi. Purtroppo assistiamo a una presentazione della religione e dei valori religiosi in un modo fondamentalistico, che viene usato per giustificare la diffusione dell’odio, della discriminazione e della violenza. La giustificazione di tali crimini sulla base di idee religiose è inaccettabile, perché «Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» (1 Cor 14,33). Inoltre, il rispetto per le differenze religiose è la condizione necessaria per la pacifica convivenza di diverse comunità etniche e religiose. Proprio perché siamo cristiani, siamo chiamati a cercare e sviluppare vie di riconciliazione e di pace. A questo proposito esprimiamo anche la nostra speranza per una soluzione pacifica delle questioni riguardanti il Nagorno-Karabakh.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Memori di quanto Gesù insegnò ai suoi discepoli quando disse: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25, 35-36), chiediamo ai fedeli delle nostre Chiese di aprire i loro cuori e le loro mani alle vittime della guerra e del terrorismo, ai rifugiati e alle loro famiglie. E’ in gioco il senso stesso della nostra umanità, della nostra solidarietà, compassione e generosità, che può essere espresso in modo appropriato solamente mediante un immediato e pratico impiego di risorse. Riconosciamo che tutto ciò è già stato fatto, ma ribadiamo che molto di più si richiede da parte dei responsabili politici e della comunità internazionale al fine di assicurare il diritto di tutti a vivere in pace e sicurezza, per sostenere lo stato di diritto, per proteggere le minoranze religiose ed etniche, per combattere il traffico e il contrabbando di esseri umani.  </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">La secolarizzazione di ampi settori della società, la sua alienazione da ciò che è spirituale e divino, conduce inevitabilmente ad una visione desacralizzata e materialistica dell’uomo e della famiglia umana. A questo riguardo siamo preoccupati per la crisi della famiglia in molti Paesi. La Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica condividono la medesima visione della famiglia, basata sul matrimonio, atto di gratuità e di amore fedele tra un uomo e una donna.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Siamo lieti di confermare che, nonostante le persistenti divisioni tra Cristiani, abbiamo compreso più chiaramente che ciò che ci unisce è molto più di quello che ci divide. Questa è la solida base sulla quale l’unità della Chiesa di Cristo sarà resa manifesta, secondo le parole del Signore: «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Nei decenni scorsi le relazioni tra la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica sono entrate con successo in una nuova fase, fortificate dalle nostre preghiere reciproche e dal nostro comune impegno nel superare le sfide attuali. Oggi siamo convinti dell’importanza cruciale di sviluppare queste relazioni, intraprendendo una profonda e più decisiva collaborazione non solo in campo teologico, ma anche nella preghiera e in un’attiva cooperazione a livello delle comunità locali, nella prospettiva di condividere una piena comunione ed espressioni concrete di unità. Esortiamo i nostri fedeli a lavorare in armonia per promuovere nella società i valori cristiani, che contribuiscono efficacemente alla costruzione di una civiltà di giustizia, di pace e di solidarietà umana. La via della riconciliazione e della fraternità è aperta davanti a noi. Lo Spirito Santo, che ci guida alla verità tutta intera (cfr Gv 16,13), sostenga ogni genuino sforzo per costruire ponti di amore e di comunione tra noi.</span></p> <p>Dalla Santa Etchmiadzin invitiamo tutti i nostri fedeli ad unirsi a noi in preghiera, con le parole di san Nerses il Grazioso: «Glorioso Signore, accetta le suppliche dei Tuoi servi, e benevolmente esaudisci le nostre richieste, per intercessione della Santa Madre di Dio, di san Giovanni Battista, di santo Stefano Protomartire, di san Gregorio l’Illuminatore, dei santi Apostoli, dei Profeti, dei Santi “Divini”, dei Martiri, dei Patriarchi, degli Eremiti, delle Vergini e di tutti i Tuoi santi in cielo e sulla terra. E a Te, o indivisibile Santa Trinità, sia gloria e lode nei secoli dei secoli. Amen”.</p> <p><span style="line-height: 1.6;">Santa Etchmiadzin, 26 giugno 2016</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">                                                                 Sua Santità Francesco                        Sua Santità Karekin II</span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/06/26/dichiarazione_comune_di_papa_francesco_e_del_catholicos/1240241">(Da Radio Vaticana)</a>Il Papa e il Catholicos: vinca la pace non il fondamentalismo2016-06-26T13:46:02+00:00http://www.news.va/it/news/il-papa-e-il-catholicos-vinca-la-pace-non-il-fonda Il rispetto per le differenze religiose è “condizione necessaria per la pacifica convivenza”. E’ quanto scrivono, in una dichiarazione congiunta , Papa Francesco e il Catholicos Karekin II che, dopo aver lodato il Signore per la “vibrante realtà” della fede cristiana in Armenia, si soffermano sul dramma delle persecuzioni e delle violenze alimentate dal fondamentalismo. Il servizio di Amedeo Lomonaco : Nella dichiarazione congiunta Papa Francesco e il Catholicos Karekin II ricordano  l’immensa tragedia in Medio Oriente e in altre parti del mondo di “innumerevoli persone innocenti uccise, deportate o costrette a un doloroso e incerto esilio” a causa di “continui conflitti a base etnica, politica e religiosa”. Ecumenismo del sangue Le minoranze etniche e religiose - si legge nel testo - sono diventate obiettivo “di persecuzioni”. “I martiri – si sottolinea - appartengono a tutte le Chiese e la loro sofferenza costituisce un ‘ecumenismo del sangue’ che trascende le divisioni storiche tra cristiani”, chiamando tutti a promuovere “l’unità visibile dei discepoli di Cristo”. Milioni di persone attendono pace e giustizia Segue l’accorato appello, rivolto ai capi delle nazioni, “ad ascoltare la richiesta di milioni di esseri umani”, che attendono con ansia pace e giustizia in un mondo dove purtroppo – osservano il Papa e il Catholicos - si assiste “ad una presentazione della religione e dei valori religiosi in un modo fondamentalistico”. Il fondamentalismo che giustifica l’odio è inaccettabile Il fondamentalismo – si legge inoltre nella dichiarazione congiunta - viene usato “per giustificare la diffusione dell’odio, della discriminazione e della violenza”. Ma la giustificazione di tali crimini sulla base di idee religiose è inaccettabile, perché “Dio non è un Dio di disordine ma di pace”. Pace nel Nagorno-Karabakh I cristiani – si legge nel documento  - sono chiamati “a sviluppare vie di riconciliazione e di pace”. La speranza espressa dal Papa e dal Catholicos è che si arrivi anche “ad una soluzione pacifica delle questioni riguardanti il Nagorno-Karabakh”, territorio conteso da Azerbaijan e Armenia. In gioco il senso dell’umanità Papa Francesco e il Catholicos Karekin II chiedono poi di aprire i cuori e le mani “alle vittime della guerra e del terrorismo, ai rifugiati e alle loro famiglie. “E’ in gioco – spiegano – il senso stesso della nostra umanità”. I politici – ribadiscono – assicurino il diritto di tutti a vivere in pace e in sicurezza. Preoccupa la crisi della famiglia Si esprime infine preoccupazione “per la crisi della famiglia in molti Paesi”. La Chiesa apostolica armena e la Chiesa cattolica – si ricorda nel testo – condividono “la medesima visione della famiglia, basata sul matrimonio, atto di gratuità e di amore fedele tra un uomo e una donna”. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/06/26/RV17082_LancioGrande.jpg" title=""/> <p><span style="line-height: 1.6;">Il rispetto per le differenze religiose è “condizione necessaria per la pacifica convivenza”. E’ quanto scrivono, in una <a href="http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/06/26/0476/01088.html">dichiarazione congiunta</a>, Papa Francesco e il Catholicos Karekin II che, dopo aver lodato il Signore per la “vibrante realtà” della fede cristiana in Armenia, si soffermano sul dramma delle persecuzioni e delle violenze alimentate dal fondamentalismo. Il servizio di </span><strong style="line-height: 1.6;">Amedeo Lomonaco</strong><span style="line-height: 1.6;">:</span></p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_7514395" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00536844.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00536844.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Nella dichiarazione congiunta Papa Francesco e il Catholicos Karekin II ricordano  l’immensa tragedia in Medio Oriente e in altre parti del mondo di “innumerevoli persone innocenti uccise, deportate o costrette a un doloroso e incerto esilio” a causa di “continui conflitti a base etnica, politica e religiosa”.</span></p> <p><strong>Ecumenismo del sangue</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Le minoranze etniche e religiose - si legge nel testo - sono diventate obiettivo “di persecuzioni”. “I martiri – si sottolinea - appartengono a tutte le Chiese e la loro sofferenza costituisce un ‘ecumenismo del sangue’ che trascende le divisioni storiche tra cristiani”, chiamando tutti a promuovere “l’unità visibile dei discepoli di Cristo”.</span></p> <p><strong>Milioni di persone attendono pace e giustizia</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Segue l’accorato appello, rivolto ai capi delle nazioni, “ad ascoltare la richiesta di milioni di esseri umani”, che attendono con ansia pace e giustizia in un mondo dove purtroppo – osservano il Papa e il Catholicos - si assiste “ad una presentazione della religione e dei valori religiosi in un modo fondamentalistico”.</span></p> <p><strong>Il fondamentalismo che giustifica l’odio è inaccettabile</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Il fondamentalismo – si legge inoltre nella dichiarazione congiunta - viene usato “per giustificare la diffusione dell’odio, della discriminazione e della violenza”. Ma la giustificazione di tali crimini sulla base di idee religiose è inaccettabile, perché “Dio non è un Dio di disordine ma di pace”.</span></p> <p><strong>Pace nel Nagorno-Karabakh</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">I cristiani – si legge nel documento  - sono chiamati “a sviluppare vie di riconciliazione e di pace”. La speranza espressa dal Papa e dal Catholicos è che si arrivi anche “ad una soluzione pacifica delle questioni riguardanti il Nagorno-Karabakh”, territorio conteso da Azerbaijan e Armenia.</span></p> <p><strong>In gioco il senso dell’umanità</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Papa Francesco e il Catholicos Karekin II chiedono poi di aprire i cuori e le mani “alle vittime della guerra e del terrorismo, ai rifugiati e alle loro famiglie. “E’ in gioco – spiegano – il senso stesso della nostra umanità”. I politici – ribadiscono – assicurino il diritto di tutti a vivere in pace e in sicurezza.</span></p> <p><strong>Preoccupa la crisi della famiglia</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Si esprime infine preoccupazione “per la crisi della famiglia in molti Paesi”. La Chiesa apostolica armena e la Chiesa cattolica – si ricorda nel testo – condividono “la medesima visione della famiglia, basata sul matrimonio, atto di gratuità e di amore fedele tra un uomo e una donna”.</span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/06/26/dichiarazione_congiunta_del_papa_e_del_catholicos/1240202">(Da Radio Vaticana)</a>Divina Liturgia a Etchmiadzin: Papa invoca la piena unità2016-06-26T10:08:14+00:00http://www.news.va/it/news/il-papa-alla-divina-liturgia-a-etchmiadzin Un anelito forte all’unità in nome della luce dell’amore che perdona e riconcilia. Il Papa, nell’ultimo giorno in Armenia, ritorna sul tema dell’ecumenismo nel suo discorso durante la partecipazione, stamattina ad Etchmiadzin, alla Divina Liturgia, in rito armeno, presieduta dal Catholicos, Karekin II, guida della Chiesa Apostolica. Papa Francesco ha partecipato alla Liturgia indossando una stola di Benedetto XVI.  Il servizio del nostro inviato in Armenia, Giancarlo La Vella : Una celebrazione intensa, ricca di musiche e canti, come nella tradizione delle Chiese orientali. Il Papa nel suo discorso si è rivolto fraternamente a Karekin II. “In questi giorni abbiamo sperimentato – dice Francesco – come è bello e come è dolce che i fratelli vivano insieme”, attraverso la condivisione di doni, speranze e preoccupazioni della Chiesa di Cristo, che crediamo e sentiamo una. Concetti che il Santo Padre esprime, citando l’apostolo Paolo: “Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. In questo momento gli apostoli Bartolomeo e Taddeo, che proclamarono per la prima volta il Vangelo in queste terre, e i santi Pietro e Paolo, che diedero la vita per il Signore a Roma, si rallegrano – sottolinea Francesco – nel vedere il nostro affetto e la nostra aspirazione concreta alla piena comunione. Poi l’invocazione allo Spirito Santo, affinché venga a rifondarci nell’unità e, attraverso l’effusone del fuoco di amore e unità, sciolga i motivi dello scandalo dovuto alla mancanza di unità tra i discepoli di Cristo. “In tutti sorga un forte anelito all’unità, a un’unità che non deve essere né sottomissione l’uno dell’altro, né assorbimento, ma piuttosto accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno per manifestare al mondo intero il grande mistero della salvezza realizzato da Cristo Signore per mezzo dello Spirito Santo”. Infine, l’esortazione di Francesco a rivolgere lo sguardo alle sofferenze del mondo: “Accogliamo il richiamo dei santi, ascoltiamo la voce degli umili e dei poveri, delle tante vittime dell’odio, che hanno sofferto e sacrificato la vita per la fede; tendiamo l’orecchio alle giovani generazioni, che implorano un futuro libero dalle divisioni del passato”. Anche Karekin ispira la sua omelia agli auspici di unità, riconoscendo gli sforzi di Francesco verso la pace e la prosperità dell'umanità e verso il progresso della Chiesa di Cristo. Poi la richiesta al Papa di pregare per la Nazione e la Chiesa armene. E, prima del fraterno abbraccio finale e della benedizione dell'assemblea, da Francesco ancora un’accorata richiesta di impegno verso la comunione: “Santità, in nome di Dio, Vi chiedo di benedirmi, di benedire me e la Chiesa Cattolica, di benedire questa nostra corsa verso la piena unità”. Questa mattina la terza è ultima giornata del Papa in Armenia era iniziata con la celebrazione della Messa nella Cappella allestita per l'occasione nella residenza papale presso il Palazzo Apostolico di Etchmiadzin. Hanno concelebrato con Francesco il nunzio apostolico mons. Marek Solczynski e il segretario della nunziatura. Subito dopo la Messa, nella sala d'ingresso della stessa residenza, il Papa si è intrattenuto informalmente con i 14 vescovi armeni cattolici, alla presenza dei circa 12 sacerdoti che svolgono il loro ministero nel Paese. Quindi, il trasferimento al Piazzale di San Tiridate ad Etchmiadzin dove il Papa ha partecipato alla Divina Liturgia. (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/06/26/REUTERS1515884_LancioGrande.JPG" title=""/> <p>Un anelito forte all’unità in nome della luce dell’amore che perdona e riconcilia. Il Papa, nell’ultimo giorno in Armenia, ritorna sul tema dell’ecumenismo nel suo discorso durante la partecipazione, stamattina ad Etchmiadzin, alla Divina Liturgia, in rito armeno, presieduta dal Catholicos, Karekin II, guida della Chiesa Apostolica. Papa Francesco ha partecipato alla Liturgia indossando una stola di Benedetto XVI.  Il servizio del nostro inviato in Armenia, <strong>Giancarlo La Vella</strong>:</p> <p><span style="display: inline-block;"> <audio class="video-js vjs-default-skin vjs-big-play-button-centered rv-custom-audio" controls="" height="50" id="audioItem_7513956" width="245"><source src="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00536833.mp3" type="audio/mp3"></source></audio> <span class="rv-audio-download"><a href="http://media02.radiovaticana.va/audio/audio2/mp3/00536833.mp3" title="Download audio"><img src="http://it.radiovaticana.va/Modules/Presentation/Styles/images-common/icons/download-audio-mp3_off.png" style="height: 30px;"/></a></span> </span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Una celebrazione intensa, ricca di musiche e canti, come nella tradizione delle Chiese orientali. Il Papa nel suo discorso si è rivolto fraternamente a Karekin II. “In questi giorni abbiamo sperimentato – dice Francesco – come è bello e come è dolce che i fratelli vivano insieme”, attraverso la condivisione di doni, speranze e preoccupazioni della Chiesa di Cristo, che crediamo e sentiamo una. Concetti che il Santo Padre esprime, citando l’apostolo Paolo:</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">“Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">In questo momento gli apostoli Bartolomeo e Taddeo, che proclamarono per la prima volta il Vangelo in queste terre, e i santi Pietro e Paolo, che diedero la vita per il Signore a Roma, si rallegrano – sottolinea Francesco – nel vedere il nostro affetto e la nostra aspirazione concreta alla piena comunione. Poi l’invocazione allo Spirito Santo, affinché venga a rifondarci nell’unità e, attraverso l’effusone del fuoco di amore e unità, sciolga i motivi dello scandalo dovuto alla mancanza di unità tra i discepoli di Cristo.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">“In tutti sorga un forte anelito all’unità, a un’unità che non deve essere né sottomissione l’uno dell’altro, né assorbimento, ma piuttosto accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno per manifestare al mondo intero il grande mistero della salvezza realizzato da Cristo Signore per mezzo dello Spirito Santo”.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Infine, l’esortazione di Francesco a rivolgere lo sguardo alle sofferenze del mondo:</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">“Accogliamo il richiamo dei santi, ascoltiamo la voce degli umili e dei poveri, delle tante vittime dell’odio, che hanno sofferto e sacrificato la vita per la fede; tendiamo l’orecchio alle giovani generazioni, che implorano un futuro libero dalle divisioni del passato”.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Anche Karekin ispira la sua omelia agli auspici di unità, riconoscendo gli sforzi di Francesco verso la pace e la prosperità dell'umanità e verso il progresso della Chiesa di Cristo. Poi la richiesta al Papa di pregare per la Nazione e la Chiesa armene. E, prima del fraterno abbraccio finale e della benedizione dell'assemblea, da Francesco ancora un’accorata richiesta di impegno verso la comunione:</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">“Santità, in nome di Dio, Vi chiedo di benedirmi, di benedire me e la Chiesa Cattolica, di benedire questa nostra corsa verso la piena unità”.</span></p> <p><span style="line-height: 1.6;">Questa mattina la terza è ultima giornata del Papa in Armenia era iniziata con la celebrazione della Messa nella Cappella allestita per l'occasione nella residenza papale presso il Palazzo Apostolico di Etchmiadzin. Hanno concelebrato con Francesco il nunzio apostolico mons. Marek Solczynski e il segretario della nunziatura. Subito dopo la Messa, nella sala d'ingresso della stessa residenza, il Papa si è intrattenuto informalmente con i 14 vescovi armeni cattolici, alla presenza dei circa 12 sacerdoti che svolgono il loro ministero nel Paese. Quindi, il trasferimento al Piazzale di San Tiridate ad Etchmiadzin dove il Papa ha partecipato alla Divina Liturgia.</span></p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/06/26/divina_liturgia_a_etchmiadzin_papa_invoca_la_piena_unità/1240138">(Da Radio Vaticana)</a>Papa: riprenda cammino riconciliazione tra armeni e turchi. Testo integrale2016-06-25T18:05:48+00:00http://www.news.va/it/news/papa-riprenda-cammino-riconciliazione-tra-armeni-e Dopo la visita alla Cattedrale armena apostolica di Gyumri, dove ha incontrato un gruppo di rifugiati siriani, e alla vicina Cattedrale cattolica, Papa Francesco è tornato a Yerevan: qui, nella Piazza della Repubblica, si è svolto l’incontro ecumenico con la preghiera per la pace. Di seguito pubblichiamo il discorso del Papa : Storia armena intrisa di sofferenza ma ricca di testimoni del Vangelo Venerato e carissimo Fratello, Supremo Patriarca e Catholicos di Tutti gli Armeni,  Signor Presidente, cari fratelli e sorelle, la benedizione e la pace di Dio siano con tutti voi!  Ho tanto desiderato visitare questa terra amata, il vostro Paese che per primo abbracciò la fede cristiana. È una grazia per me trovarmi su queste alture, dove, sotto lo sguardo del monte Ararat, anche il silenzio sembra parlarci; dove i khatchkar – le croci di pietra – raccontano una storia unica, intrisa di fede rocciosa e di sofferenza immane, una storia ricca di magnifici testimoni del Vangelo, di cui voi siete gli eredi. Sono venuto pellegrino da Roma per incontrarvi e per esprimervi un sentimento che sale dalle profondità del cuore: è l’affetto del vostro fratello, è l’abbraccio fraterno della Chiesa Cattolica intera, che vi vuole bene e vi è vicina. In cammino verso la pienezza della comunione eucaristica Negli anni scorsi le visite e gli incontri tra le nostre Chiese, sempre tanto cordiali e spesso memorabili, si sono, grazie a Dio, intensificati; la Provvidenza vuole che, proprio nel giorno in cui qui si ricordano i santi Apostoli di Cristo, siamo nuovamente insieme per rinforzare la comunione apostolica fra di noi. Sono molto grato a Dio per la «reale ed intima unità» fra le nostre Chiese (cfr Giovanni Paolo II, Celebrazione ecumenica , Yerevan, 26 settembre 2001: Insegnamenti XXIV, 2 [2001], 466) e vi ringrazio per la vostra fedeltà al Vangelo, spesso eroica, che è un dono inestimabile per tutti i cristiani. Il nostro ritrovarci non è uno scambio di idee, è uno scambio di doni (cfr Id., Lett. enc. Ut unum sint , 28): raccogliamo quello che lo Spirito ha seminato in noi, come un dono per ciascuno (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium , 246). Condividiamo con grande gioia i tanti passi di un cammino comune già molto avanzato, e guardiamo davvero con fiducia al giorno in cui, con l’aiuto di Dio, saremo uniti presso l’altare del sacrificio di Cristo, nella pienezza della comunione eucaristica. Verso quella meta tanto desiderata «siamo pellegrini, e peregriniamo insieme […] affidando il cuore al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze» ( ibid ., 244). Unità per donare al mondo, con coerenza, il Vangelo In questo tragitto ci precedono e accompagnano molti testimoni, in particolare i tanti martiri che hanno sigillato col sangue la comune fede in Cristo: sono le nostre stelle in cielo, che risplendono su di noi e indicano il cammino che ci resta da percorrere in terra, verso la comunione piena. Tra i grandi Padri, vorrei riferirmi al santo Catholicos Nerses Shnorhali. Egli nutriva un amore grande e straordinario nei confronti del suo popolo e delle sue tradizioni, ed era al contempo proteso verso le altre Chiese, instancabile nella ricerca dell’unità, desideroso di attuare la volontà di Cristo: che i credenti «siano una sola cosa» ( Gv 17,21). L’unità non è infatti un vantaggio strategico da ricercare per mutuo interesse, ma quello che Gesù ci chiede e che sta a noi adempiere con la buona volontà e con tutte le forze, per realizzare la nostra missione: donare al mondo, con coerenza, il Vangelo. Per l'unità è indispensabile la preghiera Per realizzare la necessaria unità non basta, secondo san Nerses, la buona volontà di qualcuno nella Chiesa: è indispensabile la preghiera di tutti. È bello essere qui radunati per pregare gli uni per gli altri, gli uni con gli altri . Ed è anzitutto il dono della preghiera che io sono venuto stasera a domandarvi. Da parte mia, vi assicuro che, nell’offrire il Pane e il Calice all’altare, non manco di presentare al Signore la Chiesa di Armenia e il vostro caro popolo. Lasciare convincimenti rigidi e interessi propri in nome dell’amore San Nerses avvertiva anche il bisogno di accrescere l’amore reciproco, perché solo la carità è in grado di sanare la memoria e guarire le ferite del passato: solo l’amore cancella i pregiudizi e permette di riconoscere che l’apertura al fratello purifica e migliora le proprie convinzioni. Per quel santo Catholicos, nel cammino verso l’unità è essenziale imitare lo stile dell’amore di Cristo, che «da ricco che era» ( 2 Cor 8,9), «umiliò sé stesso» ( Fil 2,8). Sul suo esempio, siamo chiamati ad avere il coraggio di lasciare i convincimenti rigidi e gli interessi propri, in nome dell’amore che si abbassa e si dona, in nome dell’ amore umile : esso è l’olio benedetto della vita cristiana, l’unguento spirituale prezioso che risana, fortifica e santifica. «Alle mancanze suppliamo con carità unanime», scriveva san Nerses ( Lettere del signore Nerses Shnorhali , Catholicos degli Armeni , Venezia 1873, 316), e persino – faceva intendere – con una particolare dolcezza d’amore, che ammorbidisca la durezza dei cuori dei cristiani, anch’essi non di rado ripiegati su sé stessi e sui propri tornaconti. Non i calcoli e i vantaggi, ma l’amore umile e generoso attira la misericordia del Padre, la benedizione di Cristo e l’abbondanza dello Spirito Santo. Pregando e «amandoci intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri» (cfr 1 Pt 1,22), con umiltà e apertura d’animo disponiamoci a ricevere il dono divino dell’unità. Proseguiamo il nostro cammino con determinazione, anzi corriamo verso la piena comunione tra noi! Violenze e persecuzioni in Medio Oriente «Vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» ( Gv 14,27). Abbiamo ascoltato queste parole del Vangelo, che ci dispongono a implorare da Dio quella pace che il mondo tanto fatica a trovare. Quanto sono grandi oggi gli ostacoli sulla via della pace, e quanto tragiche le conseguenze delle guerre! Penso alle popolazioni costrette ad abbandonare tutto, in particolare in Medio Oriente, dove tanti nostri fratelli e sorelle soffrono violenza e persecuzione, a causa dell’odio e di conflitti sempre fomentati dalla piaga della proliferazione e del commercio di armi, dalla tentazione di ricorrere alla forza e dalla mancanza di rispetto per la persona umana, specialmente per i deboli, per i poveri e per coloro che chiedono solo una vita dignitosa. Immane e folle sterminio di armeni Non riesco a non pensare alle prove terribili che il vostro popolo ha sperimentato: un secolo è appena passato dal “Grande Male” che si è abbattuto sopra di voi. Questo «immane e folle sterminio» ( Saluto all’inizio della Santa Messa per i fedeli di rito armeno, 12 aprile 2015), questo tragico mistero di iniquità che il vostro popolo ha provato nella sua carne, rimane impresso nella memoria e brucia nel cuore. Voglio ribadire che le vostre sofferenze ci appartengono: «sono le sofferenze delle membra del Corpo mistico di Cristo» (Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica in occasione del 1700° anniversario del Battesimo del Popolo armeno : Insegnamenti XXIV, 1 [2001], 275); ricordarle non è solo opportuno, è doveroso: siano un monito in ogni tempo, perché il mondo non ricada mai più nella spirale di simili orrori! Fede cristiana, vera forza degli armeni Desidero, al tempo stesso, ricordare con ammirazione come la fede cristiana, «anche nei momenti più tragici della storia armena, è stata la molla propulsiva che ha segnato l’inizio della rinascita del popolo provato» ( ibid. , 276). Essa è la vostra vera forza, che permette di aprirsi alla via misteriosa e salvifica della Pasqua: le ferite rimaste aperte e causate dall’odio feroce e insensato, possono in qualche modo conformarsi a quelle di Cristo risorto, a quelle ferite che gli furono inferte e che porta ancora impresse nella sua carne. Egli le mostrò gloriose ai discepoli la sera di Pasqua (cfr Gv 20,20): quelle terribili piaghe di dolore patite sulla croce, trasfigurate dall’amore, sono divenute sorgenti di perdono e di pace. Così, anche il dolore più grande, trasformato dalla potenza salvifica della Croce, di cui gli Armeni sono araldi e testimoni, può diventare un seme di pace per il futuro. Incamminarsi per sentieri nuovi e sorprendenti La memoria, attraversata dall’amore, diventa infatti capace di incamminarsi per sentieri nuovi e sorprendenti, dove le trame di odio si volgono in progetti di riconciliazione, dove si può sperare in un avvenire migliore per tutti , dove sono «beati gli operatori di pace» ( Mt 5,9). Farà bene a tutti impegnarsi per porre le basi di un futuro che non si lasci assorbire dalla forza ingannatrice della vendetta; un futuro, dove non ci si stanchi mai di creare le condizioni per la pace: un lavoro dignitoso per tutti, la cura dei più bisognosi e la lotta senza tregua alla corruzione, che va estirpata. Riprenda cammino di riconciliazione tra armeni e turchi, pace nel Nagorno Karabakh Cari giovani, questo futuro vi appartiene: ma facendo tesoro della grande saggezza dei vostri anziani, ambite a diventare costruttori di pace: non notai dello status quo , ma promotori attivi di una cultura dell’incontro e della riconciliazione. Dio benedica il vostro avvenire e «conceda che si riprenda il cammino di riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco, e la pace sorga anche nel Nagorno Karabakh» ( Messaggio agli Armeni , 12 aprile 2015). Armeni siano messaggeri di pace nel mondo In quest’ottica vorrei infine evocare un altro grande testimone e artefice della pace di Cristo, san Gregorio di Narek, che ho proclamato Dottore della Chiesa. Egli potrebbe essere definito anche “Dottore della pace”. Così ha scritto in quello straordinario Libro che mi piace pensare come la “costituzione spirituale del popolo armeno”: «Ricordati, [Signore,…] di quelli che nella stirpe umana sono nostri nemici, ma per il loro bene: compi in loro perdono e misericordia. [...] Non sterminare coloro che mi mordono: trasformali! Estirpa la viziosa condotta terrena e radica quella buona in me e in loro» ( Libro delle Lamentazioni , 83,1-2). Narek, «partecipe profondamente consapevole di ogni necessità» ( ibid ., 3,2), ha voluto persino identificarsi con i deboli e i peccatori di ogni tempo e luogo, per intercedere a favore di tutti (cfr ibid. , 31,3; 32,1; 47,2): si è fatto «l’offripreghiera di tutto il mondo» ( ibid. , 28,2). Questa sua solidarietà universale con l’umanità è un grande messaggio cristiano di pace, un grido accorato che implora misericordia per tutti. Gli Armeni, presenti in tanti Paesi e che desidero da qui abbracciare fraternamente, siano messaggeri di questo anelito di comunione.  Il mondo intero ha bisogno di questo vostro annuncio, ha bisogno della vostra presenza, ha bisogno della vostra testimonianza più pura. Pace a voi!     (Da Radio Vaticana)...<img align="left" alt="" hspace="5" src="http://media02.radiovaticana.va/photo/2016/06/25/RV17054_LancioGrande.jpg" title=""/> <p>Dopo la visita alla Cattedrale armena apostolica di Gyumri, dove ha incontrato un gruppo di rifugiati siriani, e alla vicina Cattedrale cattolica, Papa Francesco è tornato a Yerevan: qui, nella Piazza della Repubblica, si è svolto l’incontro ecumenico con la preghiera per la pace. Di seguito pubblichiamo il <strong>discorso del Papa</strong>:</p> <p><strong>Storia armena intrisa di sofferenza ma ricca di testimoni del Vangelo</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Venerato e carissimo Fratello, Supremo Patriarca e Catholicos di Tutti gli Armeni,  Signor Presidente, cari fratelli e sorelle, la benedizione e la pace di Dio siano con tutti voi! </span><span style="line-height: 1.6;">Ho tanto desiderato visitare questa terra amata, il vostro Paese che per primo abbracciò la fede cristiana. È una grazia per me trovarmi su queste alture, dove, sotto lo sguardo del monte Ararat, anche il silenzio sembra parlarci; dove i </span><em style="line-height: 1.6;">khatchkar</em><span style="line-height: 1.6;"> – le croci di pietra – raccontano una storia unica, intrisa di fede rocciosa e di sofferenza immane, una storia ricca di magnifici testimoni del Vangelo, di cui voi siete gli eredi. Sono venuto pellegrino da Roma per incontrarvi e per esprimervi un sentimento che sale dalle profondità del cuore: è l’affetto del vostro fratello, è l’abbraccio fraterno della Chiesa Cattolica intera, che vi vuole bene e vi è vicina.</span></p> <p><strong>In cammino verso la pienezza della comunione eucaristica</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Negli anni scorsi le visite e gli incontri tra le nostre Chiese, sempre tanto cordiali e spesso memorabili, si sono, grazie a Dio, intensificati; la Provvidenza vuole che, proprio nel giorno in cui qui si ricordano i santi Apostoli di Cristo, siamo nuovamente insieme per rinforzare la comunione apostolica fra di noi. Sono molto grato a Dio per la «reale ed intima unità» fra le nostre Chiese (cfr Giovanni Paolo II, </span><em style="line-height: 1.6;">Celebrazione ecumenica</em><span style="line-height: 1.6;">, Yerevan, 26 settembre 2001: </span><em style="line-height: 1.6;">Insegnamenti</em><span style="line-height: 1.6;"> XXIV, 2 [2001], 466) e vi ringrazio per la vostra fedeltà al Vangelo, spesso eroica, che è un dono inestimabile per tutti i cristiani. Il nostro ritrovarci non è uno scambio di idee, è uno scambio di doni (cfr Id., Lett. enc. </span><em style="line-height: 1.6;">Ut unum sint</em><span style="line-height: 1.6;">, 28): raccogliamo quello che lo Spirito ha seminato in noi, come un dono per ciascuno (cfr Esort. ap. </span><em style="line-height: 1.6;">Evangelii gaudium</em><span style="line-height: 1.6;">, 246). Condividiamo con grande gioia i tanti passi di un cammino comune già molto avanzato, e guardiamo davvero con fiducia al giorno in cui, con l’aiuto di Dio, saremo uniti presso l’altare del sacrificio di Cristo, nella pienezza della comunione eucaristica. Verso quella meta tanto desiderata «siamo pellegrini, e peregriniamo insieme […] affidando il cuore al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze» (</span><em style="line-height: 1.6;">ibid</em><span style="line-height: 1.6;">., 244).</span></p> <p><strong>Unità per donare al mondo, con coerenza, il Vangelo</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">In questo tragitto ci precedono e accompagnano molti testimoni, in particolare i tanti martiri che hanno sigillato col sangue la comune fede in Cristo: sono le nostre stelle in cielo, che risplendono su di noi e indicano il cammino che ci resta da percorrere in terra, verso la comunione piena. Tra i grandi Padri, vorrei riferirmi al santo Catholicos Nerses Shnorhali. Egli nutriva un amore grande e straordinario nei confronti del suo popolo e delle sue tradizioni, ed era al contempo proteso verso le altre Chiese, instancabile nella ricerca dell’unità, desideroso di attuare la volontà di Cristo: che i credenti «siano una sola cosa» (</span><em style="line-height: 1.6;">Gv</em><span style="line-height: 1.6;"> 17,21). L’unità non è infatti un vantaggio strategico da ricercare per mutuo interesse, ma quello che Gesù ci chiede e che sta a noi adempiere con la buona volontà e con tutte le forze, per realizzare la nostra missione: donare al mondo, con coerenza, il Vangelo.</span></p> <p><strong>Per l'unità è indispensabile la preghiera</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Per realizzare la necessaria unità non basta, secondo san Nerses, la buona volontà di qualcuno nella Chiesa: è indispensabile la preghiera di tutti. È bello essere qui radunati per pregare gli uni </span><em style="line-height: 1.6;">per</em><span style="line-height: 1.6;"> gli altri, gli uni con gli altri</span><span style="line-height: 1.6;">. Ed è anzitutto il dono della preghiera che io sono venuto stasera a domandarvi. Da parte mia, vi assicuro che, nell’offrire il Pane e il Calice all’altare, non manco di presentare al Signore la Chiesa di Armenia e il vostro caro popolo.</span></p> <p><strong>Lasciare convincimenti rigidi e interessi propri in nome dell’amore</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">San Nerses avvertiva anche il bisogno di accrescere l’amore reciproco, perché solo la carità è in grado di sanare la memoria e guarire le ferite del passato: solo l’amore cancella i pregiudizi e permette di riconoscere che l’apertura al fratello purifica e migliora le proprie convinzioni. Per quel santo Catholicos, nel cammino verso l’unità è essenziale imitare lo stile dell’amore di Cristo, che «da ricco che era» (</span><em style="line-height: 1.6;">2 Cor</em><span style="line-height: 1.6;"> 8,9), «umiliò sé stesso» (</span><em style="line-height: 1.6;">Fil</em><span style="line-height: 1.6;"> 2,8). Sul suo esempio, siamo chiamati ad avere il coraggio di lasciare i convincimenti rigidi e gli interessi propri, in nome dell’amore che si abbassa e si dona, in nome dell’</span><em style="line-height: 1.6;">amore umile</em><span style="line-height: 1.6;">: esso è l’olio benedetto della vita cristiana, l’unguento spirituale prezioso che risana, fortifica e santifica. «Alle mancanze suppliamo con carità unanime», scriveva san Nerses (</span><em style="line-height: 1.6;">Lettere del signore Nerses Shnorhali</em><span style="line-height: 1.6;">, </span><em style="line-height: 1.6;">Catholicos degli Armeni</em><span style="line-height: 1.6;">, Venezia 1873, 316), e persino – faceva intendere – con una particolare dolcezza d’amore, che ammorbidisca la durezza dei cuori dei cristiani, anch’essi non di rado ripiegati su sé stessi e sui propri tornaconti. Non i calcoli e i vantaggi, ma l’amore umile e generoso attira la misericordia del Padre, la benedizione di Cristo e l’abbondanza dello Spirito Santo. Pregando e «amandoci intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri» (cfr </span><em style="line-height: 1.6;">1 Pt</em><span style="line-height: 1.6;"> 1,22), con umiltà e apertura d’animo disponiamoci a ricevere il dono divino dell’unità. Proseguiamo il nostro cammino con determinazione, anzi corriamo verso la piena comunione tra noi!</span></p> <p><strong>Violenze e persecuzioni in Medio Oriente</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">«Vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (</span><em style="line-height: 1.6;">Gv</em><span style="line-height: 1.6;"> 14,27). Abbiamo ascoltato queste parole del Vangelo, che ci dispongono a implorare da Dio quella pace che il mondo tanto fatica a trovare. Quanto sono grandi oggi gli ostacoli sulla via della pace, e quanto tragiche le conseguenze delle guerre! Penso alle popolazioni costrette ad abbandonare tutto, in particolare in Medio Oriente, dove tanti nostri fratelli e sorelle soffrono violenza e persecuzione, a causa dell’odio e di conflitti sempre fomentati dalla piaga della proliferazione e del commercio di armi, dalla tentazione di ricorrere alla forza e dalla mancanza di rispetto per la persona umana, specialmente per i deboli, per i poveri e per coloro che chiedono solo una vita dignitosa.</span></p> <p><strong>Immane e folle sterminio di armeni</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Non riesco a non pensare alle prove terribili che il vostro popolo ha sperimentato: un secolo è appena passato dal “Grande Male” che si è abbattuto sopra di voi. Questo «immane e folle sterminio» (</span><em style="line-height: 1.6;">Saluto</em><span style="line-height: 1.6;"> all’inizio della Santa Messa per i fedeli di rito armeno, 12 aprile 2015), questo tragico mistero di iniquità che il vostro popolo ha provato nella sua carne, rimane impresso nella memoria e brucia nel cuore. Voglio ribadire che le vostre sofferenze ci appartengono: «sono le sofferenze delle membra del Corpo mistico di Cristo» (Giovanni Paolo II, </span><em style="line-height: 1.6;">Lettera Apostolica in occasione del 1700° anniversario del Battesimo del Popolo armeno</em><span style="line-height: 1.6;">: </span><em style="line-height: 1.6;">Insegnamenti </em><span style="line-height: 1.6;">XXIV, 1 [2001], 275); ricordarle non è solo opportuno, è doveroso: siano un monito in ogni tempo, perché il mondo non ricada mai più nella spirale di simili orrori!</span></p> <p><strong>Fede cristiana, vera forza degli armeni</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Desidero, al tempo stesso, ricordare con ammirazione come la fede cristiana, «anche nei momenti più tragici della storia armena, è stata la molla propulsiva che ha segnato l’inizio della rinascita del popolo provato» (</span><em style="line-height: 1.6;">ibid.</em><span style="line-height: 1.6;">, 276). Essa è la vostra vera forza, che permette di aprirsi alla via misteriosa e salvifica della Pasqua: le ferite rimaste aperte e causate dall’odio feroce e insensato, possono in qualche modo conformarsi a quelle di Cristo risorto, a quelle ferite che gli furono inferte e che porta ancora impresse nella sua carne. Egli le mostrò gloriose ai discepoli la sera di Pasqua (cfr </span><em style="line-height: 1.6;">Gv</em><span style="line-height: 1.6;"> 20,20): quelle terribili piaghe di dolore patite sulla croce, trasfigurate dall’amore, sono divenute sorgenti di perdono e di pace. Così, anche il dolore più grande, trasformato dalla potenza salvifica della Croce, di cui gli Armeni sono araldi e testimoni, può diventare un seme di pace per il futuro.</span></p> <p><strong>Incamminarsi per sentieri nuovi e sorprendenti</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">La memoria, attraversata dall’amore, diventa infatti capace di incamminarsi per sentieri nuovi e sorprendenti, dove le trame di odio si volgono in progetti di riconciliazione, dove si può sperare in un avvenire migliore </span><em style="line-height: 1.6;">per tutti</em><span style="line-height: 1.6;">, dove sono «beati gli operatori di pace» (</span><em style="line-height: 1.6;">Mt</em><span style="line-height: 1.6;"> 5,9). Farà bene a tutti impegnarsi per porre le basi di un futuro che non si lasci assorbire dalla forza ingannatrice della vendetta; un futuro, dove non ci si stanchi mai di creare le condizioni per la pace: un lavoro dignitoso per tutti, la cura dei più bisognosi e la lotta senza tregua alla corruzione, che va estirpata.</span></p> <p><strong>Riprenda cammino di riconciliazione tra armeni e turchi, pace nel Nagorno Karabakh</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">Cari giovani, questo futuro vi appartiene: ma facendo tesoro della grande saggezza dei vostri anziani, ambite a diventare costruttori di pace: non notai dello </span><em style="line-height: 1.6;">status quo</em><span style="line-height: 1.6;">, ma promotori attivi di una cultura dell’incontro e della riconciliazione. Dio benedica il vostro avvenire e «conceda che si riprenda il cammino di riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco, e la pace sorga anche nel Nagorno Karabakh» (</span><em style="line-height: 1.6;">Messaggio agli Armeni</em><span style="line-height: 1.6;">, 12 aprile 2015).</span></p> <p><strong>Armeni siano messaggeri di pace nel mondo</strong><br/> <span style="line-height: 1.6;">In quest’ottica vorrei infine evocare un altro grande testimone e artefice della pace di Cristo, san Gregorio di Narek, che ho proclamato Dottore della Chiesa. Egli potrebbe essere definito anche “Dottore della pace”. Così ha scritto in quello straordinario </span><em style="line-height: 1.6;">Libro</em><span style="line-height: 1.6;"> che mi piace pensare come la “costituzione spirituale del popolo armeno”: «Ricordati, [Signore,…] di quelli che nella stirpe umana sono nostri nemici, ma per il loro bene: compi in loro perdono e misericordia. [...] Non sterminare coloro che mi mordono: trasformali! Estirpa la viziosa condotta terrena e radica quella buona in me e in loro» (</span><em style="line-height: 1.6;">Libro delle Lamentazioni</em><span style="line-height: 1.6;">, 83,1-2). Narek, «partecipe profondamente consapevole di ogni necessità» (</span><em style="line-height: 1.6;">ibid</em><span style="line-height: 1.6;">., 3,2), ha voluto persino identificarsi con i deboli e i peccatori di ogni tempo e luogo, per intercedere a favore di tutti (cfr </span><em style="line-height: 1.6;">ibid.</em><span style="line-height: 1.6;">, 31,3; 32,1; 47,2): si è fatto «l’offripreghiera di tutto il mondo» (</span><em style="line-height: 1.6;">ibid.</em><span style="line-height: 1.6;">, 28,2). Questa sua solidarietà universale con l’umanità è un grande messaggio cristiano di pace, un grido accorato che implora misericordia per tutti. Gli Armeni, presenti in tanti Paesi e che desidero da qui abbracciare fraternamente, siano messaggeri di questo anelito di comunione.</span><span style="line-height: 1.6;"> Il mondo intero ha bisogno di questo vostro annuncio, ha bisogno della vostra presenza, ha bisogno della vostra testimonianza più pura. </span><span style="line-height: 1.6;">Pace a voi!</span></p> <p> </p> <p> </p> <a href="http://it.radiovaticana.va/news/2016/06/25/appello_del_papa_nellincontro_ecumenico_a_yerevan/1240048">(Da Radio Vaticana)</a>

  
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